martedì 3 novembre 2009

IN TUTTO QUESTO

Mentre Paolo doveva affrontare il processo a Roma, si trovava in condizioni orribili (vedi Filippesi 1:13-14). Era sorvegliato ventiquattr’ore al giorno dai soldati della guardia pretoriana; aveva ciascun piede incatenato ad un soldato. Questi uomini erano crudeli, duri e spesso lo maledicevano. Avevano visto di tutto, e per loro si trattava solo di un lavoro; per loro ogni carcerato era un criminale colpevole, compreso Paolo.


Immaginate le sofferenze subite da Paolo in quella situazione. Non aveva del tempo per stare solo, neanche un solo istante di libertà. Ogni visita da parte di amici veniva sorvegliata attentamente, e probabilmente le guardie ridicolizzavano le conversazioni di Paolo. Sicuramente la dignità di questo sant’uomo sarà stata fatta a pezzi sotto quel genere di trattamento.


Pensate un po’: ecco un uomo che era stato molto attivo, un amante dei viaggi all’aria aperta e in mare aperto per incontrare ed avere comunione con il popolo di Dio. Paolo attingeva la sua gioia maggiore dalle visite nelle chiese che aveva fondato in quella regione del mondo. Ma ora si ritrovava incatenato, letteralmente legato agli uomini più duri e profani che potessero esistere.


Paolo aveva due opzioni nella sua situazione. Poteva cadere in una situazione di morbida autocommiserazione, ponendosi l’ovvia domanda egoistica: “Perché me?”. Poteva cadere in un baratro di disperazione, nella depressione più inconsolabile, completamente consumato dal pensiero: “Eccomi qui in catene, il mio ministero è finito, mentre gli altri sono lì fuori a raccogliere le anime. Perché?”.


Al contrario, Paolo scelse di chiedersi: “Come posso portare gloria a Cristo nella mia attuale situazione? Come posso realizzare qualcosa di buono in mezzo a questa prova?”. Questo servo di Dio decise: “Non posso cambiare la mia condizione. Potrei ben morire in questo stato. Ma so che i miei passi sono ordinati dal Signore. Perciò magnificherò Cristo e sarò una testimonianza per il mondo mentre sono in queste catene”. “Ora come sempre, Cristo sarà magnificato nel mio corpo, o per vita o per morte” (Filippesi 1:20).


L’attitudine di Paolo dimostra l’unico modo in cui possiamo uscire dal baratro oscuro dell’infelicità e della preoccupazione. Vedete, è possibile sprecare tutti i nostri domani nell’ansia, aspettando di essere liberati dalle nostre sofferenze. Se questo diventa il nostro obiettivo, perdiamo completamente il miracolo e la gioia dell’essere emancipati nelle nostre prove.


Considerate l’affermazione di Paolo: “Ora, fratelli, voglio che sappiate che le cose che mi sono accadute sono risultate ad un più grande avanzamento dell'evangelo” (Filippesi 1:12).


Paolo sta dicendo: “Non abbiate pietà per me e non pensate che sia scoraggiato per il mio futuro. E per favore non dite che la mia opera è finita. Sì, sono in catene e sto soffrendo, ma in tutto questo l’evangelo viene predicato ancora”.