venerdì 6 novembre 2009

IL CIELO

“Ma ringraziato sia Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo” (1 Corinzi 15:57). Molti credenti citano questo verso tutti i giorni, applicandolo alle loro prove e alle loro tribolazioni. Eppure il contesto in cui Paolo parla ne suggerisce un significato più profondo. Un paio di versi prima, Paolo afferma: “La morte è stata inghiottita nella vittoria. O morte, dov'è il tuo dardo? O inferno, dov'è la tua vittoria?” (15:54-55).


Paolo stava parlando eloquentemente di questo suo desiderio del cielo. Scriveva: “Sappiamo infatti che se questa tenda, che è la nostra abitazione terrena, viene disfatta, noi abbiamo da parte di Dio un edificio, un'abitazione non fatta da mano d'uomo eterna nei cieli. Poiché in questa tenda noi gemiamo, desiderando di essere rivestiti della nostra abitazione celeste” (2 Corinzi 5:1-2, corsivo mio).


L’apostolo poi aggiunge: “Ma siamo fiduciosi e abbiamo molto più caro di partire dal corpo e andare ad abitare con il Signore” (5:8).


Secondo Paolo, il cielo – essere alla presenza del Signore per l’eternità – è qualcosa che bisogna desiderare con tutto il cuore.


Mentre pondero queste cose, inizia ad emergere un’immagine gloriosa. Prima di tutto, immagino la descrizione di Gesù di un’enorme adunata, quando gli angeli “con un potente suono di tromba raccoglieranno i suoi eletti dai quattro venti, da una estremità dei cieli all'altra” (Matteo 24:31). Quando tutte queste moltitudini saranno riunite, immagino una grande marcia di vittoria in cielo, con milioni di bambini glorificati che canteranno osanna al Signore, come fecero i bambini nel tempio.


Poi verranno tutti i martiri. Quelli che un tempo gridavano alla giustizia sulla terra, ora gridano: “Santo, santo, santo!”. Tutti danzeranno pieni di gioia, gridando: “Vittoria, vittoria in Gesù!”.


Poi si sentirà un grido potente, un suono mai sentito prima. Sarà la chiesa di Gesù Cristo con moltitudini di persone di ogni nazione e tribù.


Forse tutto questo ti sembrerà strano, ma Paolo stesso ne testimoniò. Quando il fedele apostolo fu portato in cielo, udì “parole ineffabili, che non è lecito ad un uomo di proferire” (2 Corinzi 12:4). Paolo disse di essere rimasto stupefatto da quanto udito. Credo egli abbia udito proprio questi suoni. Ebbe una gloriosa preannunciazione dei canti e delle lodi di Dio di quelli che gioiranno alla sua presenza, con il corpo reso integro e le anime piene di gioia e di pace. Fu un suono così glorioso che Paolo non riuscì a ripetere.

giovedì 5 novembre 2009

LA PACE DI CRISTO

Gesù sapeva che i discepoli avevano bisogno del genere di pace che avrebbe permesso loro di sopravvivere in ogni situazione. Disse ai discepoli: “Io vi lascio la pace, vi do la mia pace; io ve la do, non come la dà il mondo; il vostro cuore non sia turbato e non si spaventi” (Giovanni 14:27). Queste parole sicuramente avranno lasciato perplessi i discepoli. Per loro si trattava di una promessa incredibile: la pace di Cristo sarebbe stata anche la loro.


Questi dodici uomini si erano stupiti per la pace che avevano visto in Gesù negli ultimi tre anni. Il loro Maestro aveva dimostrato di non aver mai paura. Era sempre calmo, non si lasciava mai prendere dall’ansia in nessuna circostanza.


Sappiamo che Cristo era capace di arrabbiarsi spiritualmente. A volte era irritato, e sapeva anche piangere. Ma condusse la sua vita sulla terra come un uomo di pace. Aveva pace con il Padre, pace in mezzo alla tentazione, pace nei momenti di rigetto e di beffe. Aveva pace persino nelle tempeste del mare, quando riuscì a dormire sul fondo della barca mentre gli altri tremavano di paura.


I discepoli avevano visto quando Gesù era stato trascinato su una rupe da una folla arrabbiata, determinata ad ucciderlo. Eppure lo avevano visto uscire via da quella scena, indomito e pieno di pace. Tutto questo avrà causato discussione fra i discepoli: “Ma come fa a dormire in una tempesta? E come ha fatto ad essere così calmo quando quella folla stava quasi per scaraventarlo dalla rupe? La gente lo beffa, lo insulta, gli sputa addosso, ma lui non reagisce mai. Niente pare disturbarlo”.


Ora Gesù stava promettendo a questi uomini la sua stessa pace. Udendo ciò, i discepoli si saranno guardati stupiti l’un l’altro: “Vuoi dire che avremo la stessa pace? È incredibile!”.

Gesù aggiunse: “Non come la da’ il mondo” (Giovanni 14:27). Non sarebbe stata la cosiddetta pace di una società esclusa o ottusa. Né sarebbe stata la pace temporanea dei ricchi e dei famosi, che cercano di acquistare la pace mentale con le cose materiali. No, la loro sarebbe stata la pace di Cristo stesso, una pace che sopravanza ogni intendimento umano.


Quando Cristo promise la pace ai suoi discepoli, era come se stesse dicendo a loro e a noi oggi: “So che non comprendete i tempi che andrete ad affrontare. E so che con comprendete la Croce e le sofferenze che sto anch’io sto per affrontare. Ma voglio portare nel vostro cuore un’isola di pace. Non potrete affrontare l’avvenire senza la mia pace duratura in voi. Dovete aver pace”.

mercoledì 4 novembre 2009

FAI SCORRERE LE DITA FRA I CAPELLI

Cristo descrisse gli ultimi giorni come un periodo di preoccupazione e di terrore: “Gli uomini verranno meno dalla paura e dall'attesa delle cose che si abbatteranno sul mondo… e sulla terra angoscia di popoli, nello smarrimento” (Luca 21:26,25).


Cosa ci ha dato Gesù per prepararci a queste calamità? Qual è stato il suo antidoto al terrore che sarebbe venuto?


Ci ha dato l’illustrazione del nostro Padre che veglia sui passeri, di un Dio che conta persino i capelli del nostro capo. Queste illustrazioni diventano ancor più significative quando consideriamo il contesto in cui Gesù le spiegò.


Egli pronunciò queste illustrazioni ai suoi dodici discepoli, mentre li mandava ad evangelizzare nelle città e nei villaggi di Israele. Aveva appena dato loro la potenza di scacciare i demoni e di guarire ogni sorta di malattia e di infermità. Che momento magnifico dovette essere per i discepoli! Avevano ricevuto la potenza di operare miracoli e prodigi! Ma poi il loro Maestro se ne uscì con questi ammonimenti terribili:


“Non avrete denaro in tasca. Non avrete una dimora, né un tetto sotto il quale dormire. Sarete chiamati eretici e demoni. Sarete picchiati nelle sinagoghe, trascinati davanti ai giudici, gettati in prigione. Sarete odiati e disprezzati, traditi e perseguitati. Dovrete scappare di città in città per evitare di essere lapidati”.


Immaginatevi quegli uomini con quale faccia stupita avranno guardato Gesù. Avranno rabbrividito dalla paura. Immagino che si siano chiesti: “Ma che razza di ministero è mai questo? È questo il futuro che ha in serbo per noi? Questa è la cosa peggiore che io abbia mai udito”.


Eppure, in questa stessa scena, Gesù disse a questi amati amici per ben tre volte: “Non abbiate paura!” (Matteo 10:26,28,31). E diede loro l’antidoto contro ogni paura: “L’occhio del Padre è sempre sul passero. Quanto più lo sarà su di voi, che siete i suoi amati?”.


Gesù sta dicendo: “Quando i dubbi ti assalgono – quando tocchi il fondo e pensi che nessuno capisca quello che stai passando – ecco dove trovare riposo e sicurezza. Guarda gli uccellini fuori dalla tua finestra. E fai scorrere le dita fra i tuoi capelli. Ricorda allora quello che ti ho detto, che queste piccole creature sono di immenso valore per il Padre tuo. E i tuoi capelli devono ricordarti che sei molto più importante per lui. I suoi occhi sono sempre su di te. E colui che vede e ascolta ogni tuo movimento è accanto a te”.


Così il nostro Padre si prende cura di noi nei momenti difficili.

martedì 3 novembre 2009

IN TUTTO QUESTO

Mentre Paolo doveva affrontare il processo a Roma, si trovava in condizioni orribili (vedi Filippesi 1:13-14). Era sorvegliato ventiquattr’ore al giorno dai soldati della guardia pretoriana; aveva ciascun piede incatenato ad un soldato. Questi uomini erano crudeli, duri e spesso lo maledicevano. Avevano visto di tutto, e per loro si trattava solo di un lavoro; per loro ogni carcerato era un criminale colpevole, compreso Paolo.


Immaginate le sofferenze subite da Paolo in quella situazione. Non aveva del tempo per stare solo, neanche un solo istante di libertà. Ogni visita da parte di amici veniva sorvegliata attentamente, e probabilmente le guardie ridicolizzavano le conversazioni di Paolo. Sicuramente la dignità di questo sant’uomo sarà stata fatta a pezzi sotto quel genere di trattamento.


Pensate un po’: ecco un uomo che era stato molto attivo, un amante dei viaggi all’aria aperta e in mare aperto per incontrare ed avere comunione con il popolo di Dio. Paolo attingeva la sua gioia maggiore dalle visite nelle chiese che aveva fondato in quella regione del mondo. Ma ora si ritrovava incatenato, letteralmente legato agli uomini più duri e profani che potessero esistere.


Paolo aveva due opzioni nella sua situazione. Poteva cadere in una situazione di morbida autocommiserazione, ponendosi l’ovvia domanda egoistica: “Perché me?”. Poteva cadere in un baratro di disperazione, nella depressione più inconsolabile, completamente consumato dal pensiero: “Eccomi qui in catene, il mio ministero è finito, mentre gli altri sono lì fuori a raccogliere le anime. Perché?”.


Al contrario, Paolo scelse di chiedersi: “Come posso portare gloria a Cristo nella mia attuale situazione? Come posso realizzare qualcosa di buono in mezzo a questa prova?”. Questo servo di Dio decise: “Non posso cambiare la mia condizione. Potrei ben morire in questo stato. Ma so che i miei passi sono ordinati dal Signore. Perciò magnificherò Cristo e sarò una testimonianza per il mondo mentre sono in queste catene”. “Ora come sempre, Cristo sarà magnificato nel mio corpo, o per vita o per morte” (Filippesi 1:20).


L’attitudine di Paolo dimostra l’unico modo in cui possiamo uscire dal baratro oscuro dell’infelicità e della preoccupazione. Vedete, è possibile sprecare tutti i nostri domani nell’ansia, aspettando di essere liberati dalle nostre sofferenze. Se questo diventa il nostro obiettivo, perdiamo completamente il miracolo e la gioia dell’essere emancipati nelle nostre prove.


Considerate l’affermazione di Paolo: “Ora, fratelli, voglio che sappiate che le cose che mi sono accadute sono risultate ad un più grande avanzamento dell'evangelo” (Filippesi 1:12).


Paolo sta dicendo: “Non abbiate pietà per me e non pensate che sia scoraggiato per il mio futuro. E per favore non dite che la mia opera è finita. Sì, sono in catene e sto soffrendo, ma in tutto questo l’evangelo viene predicato ancora”.

lunedì 2 novembre 2009

TENENDO ALTA LA PAROLA DELLA VITA

Paolo scrive: “Tenendo alta la parola della vita, affinché nel giorno di Cristo abbia di che gloriarmi, per non aver corso invano né invano faticato” (Filippesi 2:16). Paolo stava immaginando il giorno in cui si sarebbe presentato alla presenza del Signore e gli sarebbero stati svelati tutti i segreti della redenzione.


La Scrittura dice che in quel giorno i nostri occhi si apriranno, e noi contempleremo la gloria del Signore senza paura. I nostri cuori si infiammeranno quando lui ci svelerà tutti i misteri dell’universo e ci mostrerò la sua potenza dietro ad essi. Improvvisamente, vedremo la realtà di tutto quello che ci era stato messo a disposizione in ogni prova terrena: la potenza e le risorse del cielo, gli angeli protettori, la presenza costante dello Spirito Santo.


E mentre contempleremo la gloria di queste cose, il Signore ci dirà: “In tutto quel tempo, i miei guerrieri si sono accampati attorno a te, ti è stato assegnato un intero esercito di messaggeri potenti. Non hai mai corso pericolo con Satana. Non hai mai avuto ragione di temere per i tuoi domani”.


Allora Cristo ci mostrerà il Padre, e che momento strabiliante sarà! Mentre contempleremo la maestà del nostro Padre celeste, realizzeremo appieno il suo amore e la sua cura per noi, ed improvvisamente in noi sentiremo questa verità in tutta la sua forza: “Questo è stato, è e sarà per sempre il nostro Padre, veramente il grande IO SONO”.


Ecco perché qui Paolo “tiene alta” la sua parola sulla fedeltà di Dio. In quel giorno glorioso, non vorrà rimanere alla presenza del Signore pensando: “Come ho potuto essere così cieco? Perché non mi sono fidato appieno degli scopi del mio Signore? Tutte le mie preoccupazioni e le mie domande sono state vane”.


Paolo ci sta esortando: “Voglio gioire in quel giorno, quando i miei occhi si apriranno completamente. Voglio poter godere di ogni rivelazione sapendo di essermi fidato delle sue promesse, sapendo di non aver lavorato pieno di dubbi. Voglio sapere che ho tenuta alta la Parola della vita in ogni mia reazione alle sofferenze, di aver combattuto il buon combattimento, di aver dimostrato la fedeltà del mio Signore”. Paolo poi riassume tutta la questione con le parole: “Faccio una cosa: dimenticando le cose che stanno dietro e protendendomi verso le cose che stanno davanti” (Filippesi 3:13). In breve, pensava fosse impossibile mettere il suo futuro nelle mani del Signore senza prima avergli deposto il passato.

venerdì 30 ottobre 2009

GIOISCI NEL SIGNORE

“Rallegratevi del continuo nel Signore; lo ripeto ancora: Rallegratevi” (Filippesi 4:4). Queste sono le parole conclusive di Paolo ai Filippesi. Non sta dicendo: “Sono in prigione e queste catene sono una benedizione. Sono così contento di soffrire a questo modo”. Sono convinto che Paolo pregasse tutti i giorni per il suo rilascio e a volte gridava per avere la forza di sopportare. Persino Gesù, nel momento di estremo dolore e sofferenza, gridò al Padre: “Perché mi hai abbandonato?”. Questo è il nostro primo impulso nell’afflizione: gridare: “Perché?”. E il Signore è paziente con quel grido.

Ma Dio ha anche provveduto a rispondere ai nostri “e se” e ai nostri “perché” con la sua Parola. Paolo scrive: “Sapendo che sono stabilito alla difesa dell'evangelo. Che importa? Comunque sia, o per pretesto o sinceramente, Cristo è annunziato; e di questo mi rallegro, anzi me ne rallegrerò anche per l'avvenire” (Filippesi 1:17-18). Ci sta dicendo, in altre parole: “Sono determinato a far valere la volontà di Dio reagendo a quest’afflizione. Ho deciso che non svergognerò l’evangelo né lo farò sembrare impotente”.

“Il fatto è che Cristo viene predicato anche attraverso la mia calma, nel mio riposo in mezzo a tutte queste difficoltà. Chiunque mi vede sa che l’evangelo che predico mi dà la forza di reagire in questi momenti difficili. Dimostro in questo modo che il Signore può sollevare chiunque in ogni situazione, nel fuoco o nell’acqua, e che il Suo evangelo si predica attraverso l’esperienza”.

Ecco il messaggio che sento da Paolo e da Abrahamo: non dobbiamo fare qualcosa di grande per il Signore. Dobbiamo solo aver fiducia in Lui. Il nostro ruolo è di deporre le nostre vite nelle mani di Dio e di credere che si prenderà cura di noi. Se lo facciamo, il suo evangelo verrà predicato, non importa quali sono le nostre circostanze. E Cristo sarà rivelato in noi specialmente nelle nostre circostanze più difficili.

Sam, un anziano della nostra chiesa, una volta mi ha detto: “Pastore David, il modo in cui reagisci alle prove è una testimonianza per me”. Ciò che Sam non sapeva è che la sua vita è per me un sermone. Vive con un dolore cronico che non lo fa dormire più di qualche ora a notte. Nonostante questo suo dolore costante, la sua devozione al Signore è una testimonianza per tutti noi. La sua vita predica Cristo in maniera potente quanto i sermoni di Paolo.

Allora, Cristo è predicato nelle tue prove attuali? La tua famiglia vede l’evangelo all’opera in te? O vede soltanto panico, disperazione e dubbi sulla fedeltà di Dio? Come stai reagendo alle tue afflizioni?

giovedì 29 ottobre 2009

DIO HA TUTTO SOTTO CONTROLLO

In questo momento tutto il mondo trema sotto l’esplosione di terrore e delle calamità che avvengono in tutta la terra. Tutti i giorni ci svegliamo e veniamo a conoscenza di un altro disastro. Alcuni osservatori dicono che siamo testimoni degli albori della terza Guerra Mondiale.

I non credenti sono giunti alla conclusione che non ci rimane altra soluzione, che tutto sta ruotando velocemente verso il caos perché “non c’è più un timone”. Ma il popolo di Dio la pensa diversamente. Sappiamo che non c’è motivo di aver paura, perché la Bibbia ci ricorda ancora una volta che il Signore ha tutto sotto controllo. Nulla avviene nel mondo senza la sua conoscenza e la sua guida.

Il salmista scrive: “All'Eterno appartiene il regno, ed egli signoreggia sulle nazioni” (Salmo 22:28). Allo stesso modo, il profeta Isaia dichiara al mondo: “Avvicinatevi, o nazioni, per ascoltare, o popoli, fate attenzione” (Isaia 34:1). Sta dicendo: “Ascoltate, nazioni, e prestatemi orecchio. Voglio dirvi qualcosa di importante sul Creatore del mondo”.

Isaia afferma che quando l’indignazione di Dio sorge contro le nazioni e i loro eserciti, è il Signore stesso che le consegna al massacro: “Ecco, le nazioni sono come una goccia in un secchio, sono considerate come il pulviscolo della bilancia… Tutte le nazioni sono come un nulla davanti a lui e sono da lui ritenute un nulla e vanità…. Egli è colui che sta assiso sul globo della terra, i cui abitanti sono come cavallette… A chi dunque mi vorreste assomigliare, perché gli sia pari?” (Isaia 40:15,17,22,25).

Isaia poi parla al popolo di Dio, che è sbattuto e preoccupato per gli eventi del mondo. Consiglia: “Guarda in alto verso il cielo, alla sede gloriosa. Contempla i milioni di stelle. Il tuo Dio le ha create e le ha nominate una ad una. Non sei più prezioso di ciascuna di esse? Perciò, non temere”.

Dobbiamo sapere che in cielo c’è una mappa, un piano che il nostro Padre ha stabilito per il corso della storia. E lui lo conosce dal principio alla fine. Man mano che questo piano entra in azione, credo che dovremmo porci questa domanda: “Dov’è puntato l’occhio del Signore in tutto questo?”. L’occhio di Dio non è puntato sui minuscoli dittatori di questo mondo o sulle loro minacce.

La Scrittura ci assicura che le bombe di quegli uomini, i loro eserciti e le loro potenze per il Signore sono come un nulla. Lui se ne ride e li considera briciole di polvere, e presto li spazzerà tutti (vedi Isaia 40:23-24).

mercoledì 28 ottobre 2009

HO LAVORATO IN VANO

Ti scioccherebbe sapere che Gesù ha sperimentato il sentimento di aver compiuto poco?

In Isaia 49:4 leggiamo queste parole: “Invano ho faticato, per nulla e inutilmente ho speso la mia forza…”. Notate che queste non sono le parole di Isaia, che era stato chiamato da Dio in un’età matura. No, sono le parole di Cristo, pronunciate da Colui che era stato “dice l'Eterno che mi ha formato fin dal grembo materno per essere suo servo, per ricondurre a lui Giacobbe e per radunare intorno a lui Israele (io sono onorato agli occhi dell'Eterno, e il mio DIO è la mia forza)” (49:1,5).

Quando sono arrivato a questo passo, un passo che ho letto tante volte prima, il mio cuore si è agitato. Riuscivo a malapena a credere a quello che leggevo. Le parole di Gesù qui: “Ho faticato per nulla” sono state una risposta al Padre che aveva appena dichiarato: “Tu sei il mio servo, Israele, in cui sarò glorificato” (49:3). Leggiamo la risposta sorprendente di Gesù nel versetto successivo: “Invano ho faticato, per nulla e inutilmente ho speso la mia forza” (49:4).

Dopo aver letto ciò, sono rimasto in piedi nel mio studio ed ho detto: “Che meraviglia. Riesco a malapena a credere che Cristo è stato così vulnerabile, che ha confessato al Padre di aver sperimentato quello che affrontiamo noi umani. Nella sua umanità, ha gustato lo stesso scoraggiamento, la stessa disperazione, la stessa fragilità. Ha avuto gli stessi pensieri che ho anch’io nella mia vita: ‘Non è questo che mi era stato promesso. Ho sprecato la mia forza. È stato tutto vano’”.

Leggendo queste parole ho amato di più Gesù. Mi sono reso conto che Ebrei 4:15 non è solo un clichè: il nostro Salvatore veramente è stato toccato con i sentimenti delle nostre infermità, ed è stato tentato in tutto come noi, pur senza peccare. Ha conosciuto le stesse tentazioni di Satana, ha sentito la stessa voce accusatrice: “La tua missione non è compiuta. La tua vita è stata un fallimento. Non hai niente da mostrare per tutta la tua fatica”.

Cristo è venuto nel mondo per adempiere la volontà di Dio ravvivando Israele. Ed ha fatto esattamente quello che gli è stato comandato. Ma Israele lo ha rigettato: “E’ venuto in casa sua ma i suoi non lo hanno ricevuto” (Giovanni 1:11).

Perché Gesù, o qualsiasi uomo o donna di Dio, deve pronunciare parole disperate come queste: “Ho lavorato in vano”? Come ha potuto il Figlio di Dio pronunciare un’affermazione del genere? E perché generazioni di credenti fedeli sono state ridotte a queste parole avvilenti? È tutto il risultato di un confronto fra risultati esigui e grandi aspettative.

Forse pensi: “Questo messaggio sembra applicabile solo ai ministri o a quelli chiamati a fare qualche grande opera per Dio. Forse è per i missionari o per i profeti della Bibbia. Ma che ha a che fare con me?”. La verità è che siamo stati tutti chiamati ad un grande ed unico scopo, e ad un solo ministero: cioè, essere come Gesù. Lo abbiamo definito crescere a sua somiglianza, essere cambiati nella sua immagine espressa.

martedì 27 ottobre 2009

SIATE SALDI E INCROLLABILI

Abbiamo appreso da Isaia 49 che il Signore conosce la nostra battaglia. Combatte davanti a noi. E non è un peccato pensare che il proprio lavoro è vano, o essere abbattuti da un senso di fallimento per delle aspettative andate a monte. Gesù stesso le sperimentò eppure fu senza peccato.

Tuttavia è molto pericoloso permettere a queste menzogne infernali di infestare ed infiammare la nostra anima. Gesù ce lo ha dimostrato con quest’affermazione: “Invano ho faticato, per nulla e inutilmente ho speso la mia forza; certamente però il mio diritto è presso l'Eterno e la mia ricompensa presso il mio DIO” (Isaia 49:4). Il termine ebraico per “diritto” è “verdetto”. Cristo sta dicendo, in effetti: “Il verdetto finale è nelle mani del Padre. Lui solo giudica tutto quello che ho fatto e se se sono stato efficiente o no”.

Dio ci sta esortando attraverso questo verso: “Smetti di giudicare l’opera che compi per me. Non sei tu che devi giudicare se sei stato efficace o meno. E non hai il diritto di definirti un fallimento. Non sai che genere di influenza hai avuto. Semplicemente non hai la visione per conoscere le benedizioni che ti stanno per arrivare”. Infatti, saremo all’oscuro di tante cose finché non compariremo davanti a lui nell’eternità.

In Isaia 49, Gesù aveva udito il Padre dire in molte parole: “Israele non è ancora riunito. Sì, ti ho chiamato a portare a raccolta le tribù, e questo non è avvenuto nel modo che immaginavi. Ma quella chiamata è stata solo una piccola cosa di fronte a quello che sta per avvenire. Non è niente in confronto a quello che ho in serbo. Ti renderò una luce per tutto il mondo. Porterai la salvezza su tutta la terra” (vedi Isaia 49:5-6).

Mentre il diavolo ti sta mentendo, dicendo che tutto quello che hai fatto è vano, che non vedrai mai soddisfatte le tue aspettative, Dio nella sua gloria sta preparando una benedizione più grande. Lui ha in serbo cose migliori, al di là di quello che puoi pensare o chiedere.

Non devi ascoltare più le menzogne del nemico. Al contrario, devi riposare nello Spirito Santo, credendo che compirà l’opera di renderti sempre più simile a Cristo. E devi sollevarti dalla tua disperazione e rimanere saldo su questa parola: “Perciò, fratelli miei carissimi, state saldi, irremovibili, abbondando del continuo nell'opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore” (1 Corinzi 15:58).

lunedì 26 ottobre 2009

DAMMI TUTTI I TUOI DOMANI

Il Signore un giorno apparve ad Abrahamo e gli diede un comando incredibile: “Vattene dal tuo paese, dal tuo parentado e dalla casa di tuo padre, nel paese che io ti mostrerò” (Genesi 12:1).

Che cosa incredibile! Da un momento all’altro, Dio sceglie un uomo e gli dice: “Voglio che ti alzi e ten e vada, lasciandoti tutto alle spalle: la tua famiglia, i tuoi parenti e persino il tuo paese. Voglio mandarti da qualche parte, e ti dirò come arrivarci mentre sarai per strada”.

Come reagì Abrahamo a questa incredibile parola del Signore? “Per fede Abrahamo, quando fu chiamato, ubbidì per andarsene verso il luogo che doveva ricevere in eredità; e partì non sapendo dove andava” (Ebrei 11:8).

Cosa voleva fare Dio? Perché aveva cercato fra le nazioni un uomo, e poi lo aveva chiamato a dimenticare tutto e a partire per un viaggio senza cartina stradale, senza direttive chiare, senza una méta conosciuta? Pensate a ciò che Dio stava chiedendo ad Abrahamo. Non gli aveva mai mostrato come avrebbe potuto nutrire o sostenere la sua famiglia. Non gli aveva detto quanto lontano sarebbe dovuto andare né quando sarebbe arrivato. Gli disse solo due cose, in effetti: “Va’” e “Io ti mostrerò il cammino”.

In effetti, Dio aveva detto ad Abrahamo: “Da questo giorno in poi, voglio che tu mi dia tutti i tuoi domani. Dovrai vivere il resto della tua vita mettendo il tuo futuro nelle mie mani, un giorno alla volta. Ti chiedo di arrendere la tua vita alla promessa che sto per farti, Abrahamo. E se lo farai, io ti benedirò, ti guiderò e ti porterò in un posto che non hai mai immaginato”.

Il posto in cui Dio voleva condurre Abrahamo è il posto in cui vuole portare ogni membro del corpo di Cristo. Abrahamo è quello che gli studiosi della Bibbia definiscono un “modello”, qualcuno che costituisce l’esempio di come camminare davanti al Signore. L’esempio di Abrahamo ci mostra cosa è necessario a chi vuole cercare di piacere a Dio.

Non fraintendetemi, Abrahamo non era un giovane quando Dio lo chiamò a fare questo passo. Probabilmente aveva già dei programmi in mente per assicurarsi il futuro della sua famiglia, perciò dovette valutare da ogni lato la chiamata di Dio. Ma Abrahamo “credette all'Eterno, che glielo mise in conto di giustizia” (Genesi 15:6).

L’apostolo Paolo ci dice che tutti quelli che credono e confidano in Cristo sono figli di Abrahamo. E, come Abrahamo, anche noi siamo ritenuti giusti perché udiamo la stessa chiamata ad affidare tutti i nostri domani nelle mani del Signore.

venerdì 23 ottobre 2009

IL PADRE SA

Gesù ci chiama ad uno stile di vita in cui non dobbiamo pensare al domani ma mettere il nostro futuro completamente nelle sue mani: “Non siate dunque in ansietà, dicendo: "Che mangeremo, o che berremo, o di che ci vestiremo? Poiché sono i gentili quelli che cercano tutte queste cose, il Padre vostro celeste, infatti, sa che avete bisogno di tutte queste cose. Ma cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno sopraggiunte. Non siate dunque in ansietà del domani, perché il domani si prenderà cura per conto suo. Basta a ciascun giorno il suo affanno” (Matteo 6:31-34).

Gesù non vuol dire qui che non dobbiamo programmare in anticipo né dobbiamo starcene con le mani in mano per il futuro. Piuttosto sta dicendo: “Non siate ansiosi o preoccupati per il domani”. Se ci pensate, la maggior parte delle nostre ansietà nascono proprio dalla preoccupazione di ciò che avverrà domani. Siamo costantemente assillati da due minuscole parole: “E se?”.

“E se l’economia fallisse, e io perdessi il lavoro? Come pagherò il mutuo? Come potrà sopravvivere la mia famiglia? E se perdessi l’assicurazione sulla vita? Se mi ammalassi o dovessi andare all’ospedale, sarei rovinato. E se la mia fede vacillasse in questi momenti di prova?”. Tutti noi abbiamo migliaia di “e se..” che ci fanno stare in ansia.

Gesù interrompe i nostri “e se” e ci dice: “Il vostro Padre celeste sa come prendersi cura di voi”. Ci dice inoltre: “Non dovete preoccuparvi. Il vostro Padre sa che avete bisogno di tutte queste cose, e non vi abbandonerà mai. Lui è fedele nel nutrirvi, vestirvi e prendersi cura di voi, supplendo ad ogni vostra necessità”.

“Osservate gli uccelli del cielo: essi non seminano non mietono e non raccolgono in granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete voi molto più di loro?... Perché siete in ansietà intorno al vestire? Considerate come crescono i gigli della campagna: essi non faticano e non filano; eppure io vi dico, che Salomone stesso, con tutta la sua gloria, non fu vestito come uno di loro. Ora se Dio riveste in questa maniera l'erba dei campi, che oggi è e domani è gettata nel forno, quanto più vestirà voi o uomini di poca fede?” (Matteo 6:26, 28-30).

Con gioia abbiamo dato al Signore tutti i nostri ieri, affidandogli i peccati del passato. Ci fidiamo del suo perdono per ogni nostro sbaglio passato, per ogni nostro dubbio o paura. Allora, perché non facciamo lo stesso con i nostri domani? La verità è che la maggior parte di noi è ben aggrappata al proprio futuro, volendo il diritto di potersi appigliare ai propri sogni. Noi facciamo i nostri piani indipendentemente da Dio, e poi solo dopo gli chiediamo di benedire ed adempiere quelle speranze e quei desideri.

giovedì 22 ottobre 2009

PACE E SICUREZZA

C’è una cosa che temo più di ogni altra, ed è quella di allontanarmi da Cristo. Rabbrividisco al solo pensiero di poter diventare pigro, spiritualmente ozioso, non pregando e rimanendo giorni e giorni senza cercare la Parola di Dio. Nei miei viaggi in tutto il mondo sono stato testimone di uno “tsunami spirituale” di proporzioni malvagie. Intere denominazioni sono state colte dalle ondate di questo tsunami, lasciandosi alle spalle una scia di rovine di apatia. La Bibbia avverte chiaramente che è possibile che un credente devoto si allontani da Cristo.

Un cristiano che cerca ad ogni costo “pace e sicurezza” e si attiene semplicemente alla salvezza paga un prezzo spirituale molto alto. Allora, come possiamo evitare di allontanarci da Cristo e trascurare “una così grande salvezza”? Paolo ce lo spiega: “Perciò bisogna che ci atteniamo maggiormente alle cose udite, che talora non finiamo fuori strada” (Ebrei 2:1).

Dio non è interessato al fatto che “leggiamo tutto d’un fiato” la sua Parola. Leggere molti capitoli al giorno o cercare di leggere la Bibbia in maniera veloce forse può darci un bel senso di appagamento. Ma è molto più importante che “ascoltiamo” quello che leggiamo, con le orecchie spirituali, e vi meditiamo sopra in modo da poterlo “udire” nei nostri cuori.

Rimanere attaccati alla Parola di Dio per Paolo non era una questione da poco. Lui avverte con amore: “Perciò bisogna che ci atteniamo maggiormente alle cose udite, che talora non finiamo fuori strada” (Ebrei 2:1). Dice anche: “Esaminate voi stessi per vedere se siete nella fede; provate voi stessi. Non riconoscete voi stessi che Gesù Cristo è in voi? A meno che non siate riprovati” (2 Corinzi 13:5).

Paolo non sta suggerendo a questi credenti che sono stati riprovati. Piuttosto, li sta esortando: “Come amanti di Cristo, mettetevi alla prova. Fate un inventario spirituale. Conoscete abbastanza il vostro cammino con Gesù per sapere che siete amati da lui, che lui non si è allontanato da voi, che siete redenti. Ma chiedetevi: com’è la mia comunione con Cristo? Mi sto proteggendo con ogni diligenza? Mi sto affidando a lui nei momenti difficili?”.

Forse ti rendi conto: “Vedo un po’ di allontanamento nella mia vita, una tendenza ad oziare. So che sto pregando sempre di meno. Il mio cammino con il Signore non è come dovrebbe essere”.

“Noi infatti siamo divenuti partecipi di Cristo, a condizione che riteniamo ferma fino alla fine la fiducia che avevamo al principio” (Ebrei 3:14).

mercoledì 21 ottobre 2009

IL LIBERATORE

L’apostolo Pietro ci dice: “Se Dio infatti non risparmiò il mondo antico ma salvò con altre sette persone Noè, predicatore di giustizia, quando fece venire il diluvio sul mondo degli empi, e condannò alla distruzione le città di Sodoma e di Gomorra, riducendole in cenere, e le fece un esempio per coloro che in avvenire sarebbero vissuti empiamente, e scampò invece il giusto Lot … il Signore sa liberare i pii dalla prova” (2 Pietro 2:4-9).


Nonostante la gravità di questi esempi, Dio sta mandando un chiaro messaggio di conforto al suo popolo, come dicendo: “Vi ho dato due grandi esempi della mia compassione. Se, in mezzo ad un diluvio che ha coinvolto tutto il mondo, ho potuto liberare un giusto e la sua famiglia… non posso liberare anche te? Non posso darti una via di uscita miracolosa?”.


“Se ho mandato il fuoco dal cielo consumando nel giudizio intere città in una sola volta, e comunque ho mandato degli angeli in quel caos a liberare Lot e le sue figlie… non posso anche mandare degli angeli per liberare te dalle tue prove?”.


La lezione per il giusto è questa: Dio fa tutto il necessario per liberare il suo popolo dalle prove e dalle tentazioni più gravi. Pensate: c’è voluta l’apertura del Mar Rosso per liberare Israele dalle grinfie del nemico. È dovuta sgorgare acqua dalla roccia per salvare quegli stessi Israeliti dalle loro prove. C’è voluto il miracolo del pane, il cibo degli angeli sceso direttamente dal cielo, per risparmiarli dalla fame. E c’è voluta un’arca per salvare Noè dal diluvio, ed una “scorta di angeli” per liberare Lot dalla distruzione. Il punto chiaro è che Dio sa come liberare il suo popolo, e giungerà a qualsiasi estremo per riuscirci, non importa in quale circostanza si trovano.


La frase di Pietro “Dio sa come liberare” significa semplicemente: “Lui ha già fatto dei piani”. La verità meravigliosa è che Dio ha già dei piani per la nostra liberazione prima ancora che gridiamo a lui. E non li mette da parte; aspetta solo il nostro grido di aiuto. Forse siamo attanagliati dalle lotte della vita e ci chiediamo come farà Dio a liberarci, ma lui è pronto in ogni momento a mettere in azione il suo piano.


Lo vediamo illustrato in Geremia 29, quando Israele si trovava in cattività a Babilonia. Questa fu probabilmente la prova più dura sperimentata dal popolo di Dio, ma il Signore promise loro: “Dopo settant’anni, io vi visiterò e compirò la mia Parola per voi”.


“Poiché io conosco i pensieri che ho per voi, dice l'Eterno, pensieri di pace e non di male, per darvi un futuro e una speranza” (Geremia 29:11). L’ultima frase significa letteralmente “darvi ciò che desiderate”. Dio vuole che continuiamo a pregare per poter essere pronti per la sua liberazione.

martedì 20 ottobre 2009

STA’ IN SILENZIO E RICONOSCI

Nel 1958 mi si spezzò il cuore leggendo una notizia di sette adolescenti che stavano subendo un processo per aver ucciso un ragazzo paralitico. Lo Spirito Santo mi toccò così forte che mi sentii spinto ad andare a New York davanti alla corte dove si teneva il processo, ed entrai nell’aula convinto che lo Spirito Santo mi avesse spinto a parlare a quei malviventi.


Alla chiusura della sessione di quel giorno, però, mi resi conto di una cosa. Pensai: “Questi ragazzi verranno portati via dalla porta secondaria in manette, ed io non avrò più la possibilità di vederli”. Perciò mi alzai e andai verso il banco del giudice, a cui chiesi il permesso di parlare con i ragazzi prima che ritornassero alle celle.


Improvvisamente dei poliziotti mi saltarono addosso, e fui scortato via dall’aula senza cerimonie. I flash mi lampeggiavano addosso, e fui assediato dalle domande dei cronisti che si trovavano lì per coprire il processo. Rimasi lì come imbambolato, senza riuscire a dire nulla, in una situazione umiliante ed imbarazzante. Pensavo: “Cosa dirà la mia chiesa quando tornerò a casa? La gente mi considererà un pazzo. Sono stato così stravagante”.


In mezzo a tutto questo caos, pregai dentro di me: “Signore, pensavo fossi stato tu a dirmi di venire qui. Cos’è andato storto?”. Non potevo pregare ad alta voce, naturalmente, perché i media mi avrebbero considerato ancor più pazzo di quanto già fossi apparso. (E sembravo già tale, visto che indossavo una cravatta dal nodo molto stretto).


Dio udì il grido di questo pover’uomo quel giorno, e da allora ha sempre onorato il mio grido silenzioso. Vedete, da quella scena veramente pietosa in quella corte, è nato il ministero Teen Challenge, che oggi si estende in tutto il mondo. E condivido con gioia l’umile testimonianza di Davide nel Salmo 34: “L'anima mia si glorierà nell'Eterno; gli umili l'udranno e si rallegreranno” (Salmo 34:2).


Davide sta dicendo qui, in effetti: “Ho qualcosa da dire a tutti gli umili di Dio sulla terra, ora e nelle età a venire. Finché il mondo esisterà, il Signore libererà tutti quelli che lo invocano ed hanno fiducia in lui. Nella sua incredibile misericordia e nel suo amore, mi ha liberato anche quando pensavo di aver compiuto un gesto folle”.


Devi sapere soltanto che il nostro benedetto Signore ascolta ogni grido sincero, detto ad alta voce o mai pronunciato, e risponde. Anche se hai agito in maniera folle o hai avuto un terribile calo di fede, devi soltanto ritornare ad invocare il tuo Liberatore. Egli è fedele nell’ascoltare il tuo grido ed agire.

lunedì 19 ottobre 2009

PASCI LE MIE PECORE

Quando ho chiesto allo Spirito Santo di mostrarmi come guardarmi dalla trascuratezza, Egli mi ha condotto a considerare l’allontanamento e susseguente rinnovamento di Pietro. Quest’uomo rinnegò Cristo, bestemmiò persino, dicendo ai suoi accusatori: “Io non lo conosco”.

Cos’era successo? Cosa aveva portato Pietro a quel punto? L’orgoglio, il risultato del gonfiarsi nell’auto-giustizia. Questo discepolo s’era detto, e aveva detto ad altri: “Non potrei mai raffreddarmi nell’amore che provo per Gesù. Sono arrivato ad una posizione di fede in cui non ho bisogno di essere esortato. Forse gli altri possono sviarsi, ma io morirò per il mio Signore”.

Tuttavia, Pietro fu il primo tra i discepoli a mollare la lotta. Egli abbandonò la sua chiamata e tornò alla sua vecchia carriera, dicendo agli altri: “vado a pescare”. Quello che stava dicendo in realtà era: “Non ce la faccio. Pensavo di non poter fallire, ma nessuno ha mai deluso Dio più di me. Non posso proprio affrontare più la lotta”.

A quel punto, Pietro si era già pentito di aver rinnegato Gesù, ed era stato ristorato al Suo amore. Però era ancora un uomo logorato dentro.

Ora, mentre Gesù aspettava che i discepoli tornassero a riva, vi era una questione irrisolta nella vita di Pietro. Non era abbastanza che fosse stato ristorato, certo nella salvezza. Non era abbastanza che avrebbe digiunato e pregato come qualsiasi altro credente devoto avrebbe fatto. No, la questione che Cristo voleva risolvere nella vita di Pietro era la trascuratezza i un’altra forma. Lasciami spiegare.

Mentre essi sedevano intorno al fuoco sulla spiaggia, mangiando e godendo della reciproca compagnia, Gesù chiese tre volte a Pietro: “Mi ami tu più di costoro?” E ogni volta Pietro rispondeva: “Sì, Signore, tu lo sai che io ti amo”, e Cristo continuava: “Pasci le mie pecore”. Nota che Gesù non gli ricordò di vegliare e pregare, o di essere diligente nella lettura della Parola di Dio. Cristo presumeva che tutte quelle cose fossero già state ben impartite. No, l’istruzione che diede a Pietro ora era: “Pasci le mie pecore”.

Credo che in quella semplice frase, Gesù stesse istruendo Pietro su come guardarsi dalla trascuratezza. Stava dicendo, in pratica: “Voglio che tu dimentichi il tuo fallimento, dimentica che ti sei allontanato da me. Ora sei tornato a me, ed io ti ho perdonato e ristorato. Dunque, è tempo che tu ti distolga dai tuoi dubbi, dai problemi e i fallimenti, ed il modo per farlo è non trascurare il mio popolo e ministrare ai loro bisogni. Come il Padre ha mandato me, così io mando te”.

venerdì 16 ottobre 2009

IL MIO PREFERITO IN ASSOLUTO

Di tutti i 150 Salmi, il Salmo 34 è in assoluto il mio preferito. Tutto il Salmo parla della fedeltà del Signore nel liberare i Suoi figli da grandi prove e crisi. Davide dichiara: “Io ho cercato l'Eterno, ed egli mi ha risposto e mi ha liberato da tutti i miei spaventi…L'Angelo dell'Eterno si accampa attorno a quelli che lo temono e li libera… I giusti gridano e l'Eterno li ascolta e li libera da tutte le loro sventure…Molte sono le afflizioni del giusto, ma l'Eterno lo libera da tutte” (Salmo 34:4, 7. 17, 19).

Nota l’affermazione di Davide in questo Salmo: “Io ho cercato l’Eterno…questo afflitto ha gridato…” (34:4, 6). Quando gridò Davide? Deve essere successo quando si finse pazzo a Gath, ma non avrà potuto pregare ad alta voce alla presenza dei filistei. Questo ci porta ad una grande verità riguardo la liberazione di Dio. A volte il grido più forte viene innalzato senza una voce udibile.

So cosa sia questo “grido interiore”. Molte delle più gridate preghiere della mia vita, quei gridi più profondi, che strappano il cuore, quelli più importanti, sono stati innalzati nel silenzio totale.

A volte sono stato talmente stordito dalla vita da non riuscire a parlare, sopraffatto da situazioni talmente più grandi di me da non riuscire a pensare lucidamente per pregare. Ci sono state occasioni in cui mi sono seduto da solo nel mio ufficio, talmente sconcertato da non essere in grado di dire nulla al Signore, ma allo stesso tempo, il mio cuore gridava: “Dio, aiutami! Non so come pregare in questo momento, allora ascolta il grido del mio cuore. Liberami da questa situazione”.

Ci sei mai passato? Hai mai pensato: “Non ho idea di cosa si tratti. Sono così sopraffatto dalle mie circostanze, così inondato dal dolore profondo, che non riesco a spiegarlo. Signore, non so nemmeno cosa dirti. Che sta succedendo?”

Credo che questo sia esattamente quello che passò Davide quando venne catturato dai filistei. Quando scrisse il Salmo 34, stava confessando: “Ero in una situazione talmente schiacciante da dover recitare la parte del pazzo. Eppure, dentro mi sono chiesto: “Ma che mi sta succedendo? Com’è successo tutto questo? Signore, aiuto!”

Così sembra che Davide stesse dicendo: “Questo afflitto ha gridato da dentro di sé, senza sapere cosa o come pregare. E il Signore mi ha ascoltato e mi ha liberato”. Era un grido profondo dal cuore, e il Signore è fedele da udire ogni lamento, non importa quanto debole.

giovedì 15 ottobre 2009

CRISTO REGNA!

Spesso le gente ci scrive dicendo: “io non ho nessuno con cui parlare, nessuno con cui condividere il mio peso. Nessuno ha tempo per ascoltare il mio pianto. Io ho bisogno di qualcuno a cui poter aprire il mio cuore”.


Re Davide era circondato da tante persone: egli era sposato, aveva una famiglia estesa e aveva molti compagni al suo fianco. Eppure noi ascoltiamo lo stesso lamento anche da Davide: “a chi me ne andrò?”. È nella nostra natura desiderare un altro essere umano, con un viso, occhi e orecchie che ci ascoltino e che ci dia dei consigli.


Quando Giobbe divenne sopraffatto dalle sue prove, egli gridò con dolore: “Oh, avessi pure chi m'ascoltasse!” (Giobbe 31:35). Egli emise questo lamento mentre sedeva davanti ai suoi cosiddetti amici. Eppure quegli amici non avevano alcuna comprensione per i problemi di Giobbe. Al contrario, essi erano messaggeri di disperazione.


In questo dolore, Giobbe si rivolse solo al Signore: “Già fin d'ora, ecco, il mio Testimone è nel cielo, il mio Garante è nei luoghi altissimi. Gli amici mi deridono; ma a Dio si volgono piangenti gli occhi miei” (Giobbe 16: 19,20). Nei Salmi Davide esortava il popolo di Dio a fare lo stesso: “Confida in lui in ogni tempo, o popolo;apri il tuo cuore in sua presenza; Dio è il nostro rifugio” (Salmo 62:8).


Anche nel Salmo 142 Davide scrisse:


Io grido con la mia voce al Signore; con la mia voce supplico il Signore. Sfogo il mio pianto davanti a lui, espongo davanti a lui la mia tribolazione. Quando lo spirito mio è abbattuto in me,tu conosci il mio sentiero. Sulla via per la quale io cammino, essi hanno teso un laccio per me. Guarda alla mia destra e vedi; non c'è nessuno che mi riconosca. Ogni rifugio mi è venuto a mancare; nessuno si prende cura dell'anima mia. Io grido a te, o Signore. Io dico: Tu sei il mio rifugio, la mia parte nella terra dei viventi” (142:1-5).


Io credo nel mio cuore che questo messaggio sia un invito per te da parte dello Spirito Santo a trovare un luogo privato in cui tu possa frequentemente spandere la tua anima al Signore. Davide “sfogava il suo pianto”, e allo stesso modo puoi farlo tu. Puoi parlare a Gesù di ogni cosa – dei tuoi problemi, delle tue prove attuali, delle tue finanze, della tua salute – e raccontargli quanto ti senti oppresso e anche quanto tu ti senta scoraggiato. Egli ti ascolterà con amore e comprensione, e non disprezzerà il tuo pianto.


Dio rispose a Davide. Egli rispose a Giobbe. E per secoli Egli ha risposto al grido del cuore di ognuno che ha creduto nelle Sue promesse. Altrettanto, Egli ha promesso di ascoltare e guidare te. Infatti Egli ti ha promesso sotto giuramento di essere la tua forza. Vai a Lui, e ne uscirai rinnovato.

mercoledì 14 ottobre 2009

IO SONO POTENZA E COMPASSIONE

“E Gesù, chiamati a sé i suoi discepoli, disse: «Io ho pietà della folla, perché sono già tre giorni che sta con me e non ha niente da mangiare; eppure non voglio licenziarli digiuni, affinché non vengano meno lungo la strada” (Matteo 15:32).

Credo che Cristo stesse asserendo un’affermazione importante per i Suoi discepoli qui. Egli stava dicendo: “Farò di più per le persone che solo guarirle. Mi accerterò che abbiano abbastanza pane da mangiare. Sono preoccupato di tutto ciò che riguarda la loro vita. Dovete vedere che io sono più che solo potenza. Io sono anche compassione. Se mi vedete solo come un guaritore, un operatore di miracoli, mi temerete; ma se mi vedete anche come un uomo compassionevole, mi amerete e confiderete in me”.

Sto scrivendo questo messaggio per tutti quelli che sono sull’orlo dell’esasperazione, che stanno per crollare, sopraffatti dalla situazione attuale. Sei stato un servo fedele, hai cibato gli altri, certo che Dio possa fare l’impossibile per il Suo popolo. Eppure hai dei dubbi persistenti riguardo la Sua volontà di intervenire nelle tue lotte.

Mi chiedo quanti lettori di questo messaggio abbiano proferito parole di fede e speranza ad altri che stanno affrontando situazioni avverse e apparentemente disperate. Li hai esortati: “Resisti! Dio può ogni cosa. Egli è l’Iddio operatore di miracoli, e le Sue promesse sono veraci. Quindi, non perdere la speranza, perché Egli risponderà al tuo grido”.

Credi davvero nei miracoli?” Questa è la domanda che lo Spirito Santo mi ha rivolto. La mia risposta fu: “Sì, certo, Signore. Credo in ogni miracolo di cui ho letto nella Scrittura”. Ma questa risposta non è sufficientemente buona. La domanda del Signore ad ognuno di noi in realtà è: “Credi che io possa operare un miracolo per te?” E non solo un miracolo, ma un miracolo per ogni crisi, ogni situazione che affrontiamo. Abbiamo bisogno di più che solo dei miracoli dell’Antico Testamento e del Nuovo, o di miracoli passati nella storia. Abbiamo bisogno di miracoli di oggi, personali, designati apposta per noi e la nostra situazione.

Pensa alla difficoltà che stai affrontando in questo preciso momento, il tuo bisogno più grande, il tuo problema più complicato. Hai pregato per questo per lungo tempo. Credi davvero che il Signore possa operare ed opererà in modi che non puoi nemmeno concepire? Quel tipo di fede comanda al cuore di smetterla di agitarsi o porre domande. Ti dice di riposare nella cura del Padre, confidando in Lui affinché compia ogni cosa a modo Suo e al Suo tempo.

martedì 13 ottobre 2009

GESÙ AVEVA UN PROGETTO

“Gesù dunque, alzati gli occhi e vedendo che una grande folla veniva da lui, disse a Filippo: «Dove compreremo del pane perché costoro possano mangiare?». Or diceva questo per metterlo alla prova, perché egli sapeva quello che stava per fare” (Giovanni 6:5-6). Gesù prese Filippo da parte, e disse: “Filippo, ci sono migliaia di persone qui. Sono tutti affamati. Dove acquisteremo pane a sufficienza per cibarli? Cosa pensi che dovremmo fare?”

Quant’è incredibilmente amorevole Cristo. Gesù sapeva già cosa avrebbe fatto; il verso succitato ce lo dice. Però il Signore stava cercando di insegnare qualcosa a Filippo, e la lezione che gli stava impartendo si può applicare ad ognuno di noi oggi. Pensaci: Quanti nel corpo di Cristo stanno in piedi per buona parte della nottata cercando di sistemare i propri problemi? Pensiamo: “Forse questo funzionerà. No, no…Forse quest’altro risolverà tutto. No…”.

Filippo e gli apostoli non avevano solo un problema di pane. Avevano un problema di “panificio” … e un problema di soldi… e un problema di distribuzione … e un problema di trasporto … e un problema di tempo. Somma il tutto, e vedrai che avevano problemi che non potevano nemmeno immaginare. La loro era una situazione assolutamente impossibile.

Gesù sapeva già da prima esattamente cosa avrebbe fatto. Egli aveva un progetto. E lo stesso vale per i tuoi problemi e le tue difficoltà di oggi. C’è un problema, ma Gesù conosce tutta la tua situazione. Ed egli giunge a te, chiedendoti: “Cosa faremo a riguardo?”

La risposta corretta da parte di Filippo sarebbe stata: “Gesù, Tu sei Dio. Nulla è impossibile a Te. Perciò, affido questo problema a Te. Non mi appartiene più, ma appartiene a Te”.

Questo è proprio ciò che abbiamo bisogno di dire al nostro Signore oggi, nel mezzo delle nostre crisi: “Signore, Tu sei l’operatore di miracoli, ed io arrenderò tutti i miei dubbi e i miei timori a Te. Affido tutta questa situazione, la mia vita intera, alle Tue cure. Io so che non permetterai che io venga meno. In realtà, Tu sai già cosa farai riguardo al mio problema. Confido nella Tua potenza”.

venerdì 9 ottobre 2009

AVERE UN CUORE PERFETTO

Sai che è possibile camminare davanti a Dio con un cuore perfetto? Se sei affamato di Gesù, starai forse già cercando, con sincero desiderio, di obbedire a questo comandamento del Signore.

Voglio incoraggiarti: ciò è possibile, altrimenti Dio non avrebbe dato una tale chiamata. Avere un cuore perfetto è stato un principio che è appartenuto alla vita di fede sin da quando Dio parlò per la prima volta ad Abrahamo: “Io sono il Dio onnipotente; cammina alla mia presenza, e sii integro” (Genesi 17:1).

Nell’Antico Testamento, vediamo che c’è dell’altro. Davide, ad esempio, determinò nel suo cuore di obbedire al comando di Dio di essere perfetto. Egli disse: “Avrò cura di condurre una vita integra. Quando verrai a me? Camminerò con cuore integro dentro la mia casa” (Salmo 101:2).

Per afferrare l’idea di perfezione, dobbiamo prima comprendere che perfezione non significa vivere un’esistenza immacolata, impeccabile. No, la perfezione agli occhi del Signore significa qualcosa di completamente diverso. Significa completezza, maturità.

I significati ebraici e greci di “perfezione” includono “integrità, che non abbia macchia né ruga, totalmente obbediente”. Significa portare a termine quanto si è cominciato, svolgere un compito completo. John Wesley definì questo concetto di perfezione “obbedienza costante”. Ossia, un cuore perfetto è un cuore ricettivo, che risponde prontamente e totalmente ad ogni richiesta del Signore, ad ogni Suo sospiro o esortazione. Un tale cuore esclama in ogni momento: “Parla, Signore, poiché il tuo servo ascolta. Mostrami il sentiero, ed io camminerò in esso”.

Il cuore perfetto grida con Davide: “Investigami, o Dio, e conosci il mio cuore; provami e conosci i miei pensieri; e vedi se vi è in me alcuna via iniqua” (Salmo 139:23-24).

Dio investiga veramente i nostri cuori; Egli disse lo stesso a Geremia: “Io l’Eterno, investigo il cuore” (Geremia 17:10). Il significato ebraico di questa espressione è: “Io penetro, esamino in profondità”.

Il cuore perfetto vuole che lo Spirito Santo venga ed investighi l’uomo interiore, per risplendere in ogni parte nascosta, per investigare, portare alla luce e sradicare tutto ciò che non somiglia a Cristo. Coloro che nascondono un peccato nascosto non vogliono essere convinti, investigati né provati.

Il cuore perfetto anela a qualcosa di più della sicurezza o di una copertura per il peccato. Esso cerca di stare sempre alla presenza di Dio, di dimorare nella comunione. Comunione significa parlare col Signore, condividere una dolce comunione con Lui, cercare la Sua faccia e conoscere la Sua presenza.

Le investigazioni di Dio nel nostro cuore non sono vendicative, ma redentive. Il suo scopo non è quello di coglierci in fallo o di condannarci, ma piuttosto di prepararci ad entrare alla Sua santa presenza come vasi puri, puliti. “Chi salirà al monte dell'Eterno? Chi starà nel suo santo luogo? L'uomo innocente di mani e puro di cuore, che non eleva l'animo a vanità e non giura con frode. Egli riceverà benedizioni dall'Eterno e giustizia dal DIO della sua salvezza” (Salmo 24:3-5).

giovedì 8 ottobre 2009

MIRACOLI PROGRESSIVI

L’Antico Testamento è pieno della potenza di Dio operatrice di miracoli, dall’apertura del Mar Rosso, a Dio che parla a Mosè nel roveto ardente, a Elia che invoca fuoco dal cielo. Tutti questi furono miracoli istantanei. Le persone coinvolte potevano vederli accadere, sentirli e tremare per essi, e questi sono i tipi di miracoli che vogliamo vedere oggi, che ci portino stupore e meraviglia. Vogliamo che Dio squarci i cieli, scenda verso di noi e sistemi ogni cosa in uno scoppio di potenza celestiale.

Ma molta della potenza di Dio operatrice di miracoli nella vita del Suo popolo giunge in quelli che vengono definiti “miracoli progressivi”. Sono miracoli difficilmente riconoscibili all’occhio umano. Non sono accompagnati da tuoni, fulmini o altri movimenti e cambiamenti visibili. Piuttosto, i miracoli progressivi iniziano silenziosamente, senza fanfare, e si dischiudono lentamente, ma con certezza, un passo alla volta.

Entrambi i tipi di miracoli, istantanei e progressivi, si realizzarono alle due moltiplicazioni dei pani e dei pesci compiute da Cristo. Le guarigioni che Egli compì furono immediate, visibili, facilmente riconoscibili dai presenti in quei giorni. Penso all’uomo storpio, il quale all’improvviso ricevette un cambiamento fisico visibile, tanto che poté correre e saltare. Ecco un miracolo che doveva stupire e commuovere tutti quelli che lo videro.

Però le moltiplicazioni compiute da Cristo furono miracoli progressivi. Gesù elevò una semplice preghiera di benedizione senza fuoco, tuono o terremoto. Semplicemente, spezzò il pane e prese i pesci, senza offrire alcun segno o rumore che indicasse l’avvenimento di un miracolo. Eppure, per cibare così tante persone, avrebbe dovuto spezzare quel pane e quei pesci migliaia di volte, per tutto il giorno. Ed ogni singolo pezzo di pane e di pesce era parte del miracolo.

Questo è il modo in cui Gesù compie molti dei suoi miracoli oggi nella vita delle persone. Noi preghiamo di vedere meraviglie, ma spesso il nostro Signore è silenziosamente all’opera, e sta formando un miracolo per noi pezzo per pezzo, un poco alla volta. Forse non siamo in grado di sentirlo o di toccarlo, ma Egli è all’opera, e sta formando la nostra liberazione al di là di quanto possiamo vedere.

martedì 6 ottobre 2009

LA STESSA GLORIA

“Chi ha i miei comandamenti e li osserva, è uno che mi ama, e chi mi ama sarà amato dal Padre mio; e io lo amerò e mi manifesterò a lui” (Giovanni 14:21). “affinché siano tutti uno, come tu, o Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi uno in noi, affinché il mondo creda che tu mi hai mandato. E io ho dato loro la gloria che tu hai dato a me, affinché siano uno come noi siamo uno. Io sono in loro e tu in me, affinché siano perfetti nell'unità, e affinché il mondo conosca che tu mi hai mandato e li hai amati, come hai amato me” (Giovanni 17:21-23, corsivo mio).

Dai un altro sguardo al verso in corsivo. Gesù dice, in pratica: “La gloria che Tu mi hai data, Padre, io l’ho donata a loro”. Cristo sta asserendo un’affermazione incredibile qui. Sta dicendo che ci è stata data la stessa gloria che il Padre ha dato a Lui. Che pensiero meraviglioso. Eppure, qual è questa gloria data a Cristo, e in che modo la nostra vita rivela tale gloria? Non è una qualche aurea o un’emozione; è libero accesso al Padre celeste!

Gesù ci ha reso semplice l’accesso al Padre, aprendo per noi una porta, mediante la croce: “poiché per mezzo di lui [Cristo] abbiamo entrambi [noi e quanti sono ancora lontani] accesso al Padre in uno stesso Spirito” (Efesini 2:18). Il termine “accesso” significa diritto di entrare; indica passaggio libero, come pure facilità di avvicinamento. “in cui abbiamo la libertà e l'accesso a Dio nella fiducia mediante la fede in lui” (3:12).

Capisci cosa sta dicendo qui Paolo? Per fede, siamo giunti in un luogo di libero accesso a Dio. Non siamo come Ester nell’Antico Testamento. Ella dovette attendere un segno da parte del re prima di potersi avvicinare al trono. Solo dopo aver alzato il suo scettro Ester aveva il permesso di appressarsi a lui.

Al contrario, tu ed io siamo già nella stanza del trono, ed abbiamo il diritto ed il privilegio di parlare col Re in qualsiasi momento. Infatti, siamo invitati ad elevare a Lui qualsiasi richiesta: “Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, affinché otteniamo misericordia e troviamo grazia per ricevere aiuto al tempo opportuno” (Ebrei 4:16).

Quando Cristo ministrò sulla terra, Egli non doveva sfuggire alla preghiera per ottenere la mente del Padre. Egli disse: “Non posso far nulla da me stesso. Io faccio solo ciò che il Padre mi dice e mi mostra da fare” (vedi Giovanni 5:19). Oggi, c’è stato dato il medesimo livello di accesso al Padre che Cristo aveva. Tu dirai: “Aspetta un attimo; Ho lo stesso tipo di accesso che aveva Gesù al Padre?”

Non ti confondere. Come Gesù, dobbiamo pregare spesso e con fervore, cercare Dio, aspettare il Signore. Non dobbiamo sottrarci al supplicare Dio per ricevere forza o direzione, perché abbiamo il Suo Spirito vivente in noi. E lo Spirito Santo ci rivela la mente e la volontà del Padre.

venerdì 2 ottobre 2009

CERCARE LA FACCIA DI DIO

Nel Salmo 27, Davide implora Dio in una preghiera intensa e impellente. Egli supplica al verso 7: “O Eterno, ascolta la mia voce, quando grido a te; abbi pietà di me e rispondimi”. La sua preghiera era concentrata su un unico desiderio, un’unica ambizione, qualcosa che era divenuta struggente in lui: “Una cosa ho chiesto all'Eterno e quella cerco” (27:4).

Davide sta testimoniando: “Ho un’unica preghiera, Signore, una sola richiesta. È l’unico obiettivo più importante nella vita, la mia preghiera costante, l’unica e sola cosa che desidero. Ed io la ricercherò con tutto ciò che è in me. Questa cosa mi consuma come mio obiettivo”.

Cosa era questa cosa unica che Davide desiderava al di sopra di ogni altra, l’oggetto verso il quale aveva predisposto il proprio cuore, per ottenerlo? Egli ci dice: “Di dimorare nella casa dell'Eterno tutti i giorni della mia vita, per contemplare la bellezza dell'Eterno e ammirare il suo tempio” (27:4).

Non ti sbagliare: Davide non era ascetico che si sottraeva al mondo esterno. Egli non era un eremita che cercava di nascondersi lontano in un luogo deserto e solitario. No, Davide era un uomo appassionato d’azione. Egli era un grande guerriero, e grandi moltitudini cantavano le sue vittorie in battaglia. Egli era inoltre appassionato per la preghiera, era devoto, il suo cuore bramava Dio. E il Signore aveva benedetto Davide con così tanti dei desideri del suo cuore.

In effetti, Davide assaporò tutto ciò che un uomo potrebbe mai volere dalla vita. Aveva conosciuto ricchezze e benessere, potere ed autorità. Aveva ricevuto rispetto, lodi e adulazioni dagli uomini. Dio gli aveva dato Gerusalemme come capitale per il suo regno, ed egli era circondato da uomini devoti disposti a morire per lui.

Ma soprattutto, Davide era un adoratore. Egli era un uomo di lode, che rendeva grazie a Dio per tutte le Sue benedizioni. Egli testimoniò: “Il Signore elargisce ogni giorno le Sue benedizioni su me”.

Davide stava in realtà dicendo: “C’è uno stile di vita che ora ricerco, un luogo stabile nel Signore che l’anima mia brama. Voglio un’intimità ininterrotta con il mio Dio”. Questo era ciò che Davide intendeva quando pregava: “…di dimorare nella casa dell'Eterno tutti i giorni della mia vita, per contemplare la bellezza dell'Eterno e ammirare il suo tempio” (27:4).

giovedì 1 ottobre 2009

LE COMPASSIONI DELL’ETERNO

Nell’antica Israele, l’arca del patto rappresentava la misericordia del Signore, una potente verità che venne poi incarnata in Cristo. Dobbiamo ricevere la Sua misericordia, confidare nel sangue della Sua misericordia che ci salva, ed essere salvati per l’eternità. Dunque, tu puoi anche ridicolizzare la legge, beffarti della santità, abbattere ogni cosa che parla di Dio. Ma quando ridicolizzi o ti beffi della misericordia di Dio, giunge il giudizio, e anche rapidamente. Se calpesti il Suo sangue misericordioso, affronterai la sua tremenda ira.

Questo è esattamente ciò che accadde ai filistei quando rubarono l’arca. Una distruzione mortale scese su di loro, finché non dovettero ammettere: “Questo non è solo il caso o una fatalità. La mano di Dio è evidentemente contro di noi”. Considera cosa accadde quando l’arca fu portata nel tempio pagano di Dagon, per beffare e sfidare il Dio d’Israele. Nel mezzo della notte, il trono di misericordia sull’arca divenne una verga di giudizio. Il giorno seguente, l’idolo Dagon venne trovato con la faccia a terra davanti all’arca, la sua testa e le sue mani mozzate (vedi 1 Samuele 5:2-5).

Amato, è lì che l’America dovrebbe essere oggi. Avremmo dovuto essere giudicati molto tempo fa. Dico a tutti coloro che sfidano e si beffano della misericordia di Dio: continua, tentale tutte per portare la chiesa di Cristo sotto la potenza del secolarismo e dell’agnosticismo. Ma se ti beffi della misericordia di Cristo, Dio getterà tutto il tuo potere e la tua autorità a terra. Geremia dice: “È una grazia dell'Eterno che non siamo stati interamente distrutti, perché le sue compassioni non sono esaurite” (Lamentazioni 3:22). Tuttavia, quando gli uomini scherniscono quella grande compassione che è Cristo, il giudizio è certo.

Solo la misericordia del Signore ritarda il giudizio, e proprio ora l’America sta beneficiando di quella misericordia. Incredibilmente, la nostra nazione è in una corsa con il resto del mondo per rimuovere Dio e Cristo dalla società. Però il Signore non si farà schernire; le Sue compassioni durano per sempre, ed Egli ama questa nazione. Credo che questo sia il motivo per cui Egli sta ancora riversando benedizioni su noi. Il Suo desiderio è che la bontà ci conduca a ravvedimento (vedi Romani 2:4).

Non dobbiamo disperarci per l’attuale condizione dell’America. Noi gemiamo per questa terribile corruzione, per lo scherno ed il peccato, ma abbiamo speranza, sapendo che Dio detiene il controllo assoluto. Sappiamo che le compassioni di Dio durano per sempre.

mercoledì 30 settembre 2009

DIO NON TI È PASSATO OLTRE

Uno dei pesi più grandi che ho come pastore del Signore è, “Oh, Dio come posso portare speranza e consolazione ai credenti che stanno sopportando un dolore e una sofferenza così enorme? Dammi un messaggio che cancelli il loro dubbio e il loro timore. Dammi la verità che asciughi le lacrime dell’afflizione e metta un canto sulle labbra di chi è senza speranza”.

Il messaggio che odo dallo Spirito Santo per il popolo di Dio è molto semplice: “Và alla mia Parola, e resta saldo sulle mie promesse. Rifiuta i tuoi sentimenti di dubbio”. Tutta la speranza viene generata dalle promesse di Dio.

Ho recentemente ricevuto una lettera che contiene una bellissima illustrazione vivente di quanto ho scritto. È una lettera ricevuta da una madre che scrive: “Mia figlia ha sedici anni. Ha una deformazione fisica nei suoi muscoli, legamenti e giunture, e soffre di un dolore estremo ventiquattro ore al giorno. Ho perso un figlio, si è suicidato nel 1997 a causa dello stesso dolore. Aveva ventidue anni allora, dopo nove anni di sofferenza, si è tolto la vita. Non riusciva a gestire tanto dolore.

“Mia figlia era una ballerina e non vedeva l’ora di andare alla Julliard School di New York. Ma i suoi sogni andarono in frantumi quando venne colpita dalla stessa malattia che aveva tormentato il fratello. Il dottore disse che il suo dolore, su una scala da 1 a 10, è 14. La quantità di sedativi necessari a fare effetto per lei le distruggerebbero i reni, quindi non può prenderli.

“Lei ama il Signore, ed è una gioia starle intorno. È una poetessa meravigliosa, le cui poesie sono apparse su oltre 15 pubblicazioni, ed è citata ne “International Who’s Who in Poetry” (un libro che elenca i maggiori poeti americani NdT).

Di fronte a tutto questo, in mezzo a incessanti scosse del corpo e dell’anima, questa madre e sua figlia hanno riposto la loro speranza nella Parola di Dio per loro. Ed Egli ha dato loro pace.

Il nemico ha cercato di dirti che Dio ti è passato oltre? Sei stato tentato a giungere alla conclusione che il Signore non sia con te? Stai quasi per mollare la tua fede? Riponi la tua speranza nella Parola di Dio per te:

Io non ti lascerò e non ti abbandonerò” (Ebrei 13:5).

L'Eterno sarà un rifugio inespugnabile per l'oppresso, un rifugio inespugnabile in tempi di distretta. E quelli che conoscono il tuo nome confideranno in te, perché tu, o Eterno, non abbandoni quelli che ti cercano” (Salmo 9:9-10).

martedì 29 settembre 2009

CALEB

Caleb, il cui nome significa “energico, coraggioso”, è il tipo di cristiano che va fino in fondo! Egli era inseparabile da Giosuè, un tipo di Cristo, e rappresentò colui che cammina continuamente con il Signore.

Caleb era stato oltre il Giordano con le spie. Mentre era lì, fu condotto dallo Spirito Santo ad Hebron – “il luogo della morte”. Con timore scalò quel monte santo e la fede invase la sua anima. Abrahamo e Sarah furono sepolti lì, come pure Isacco e Giacobbe. Anni dopo, il regno di Davide avrebbe avuto inizio da lì. Caleb diede valore a quel luogo santo! Da quel momento volle Hebron come sua possessione.

Si disse di Caleb che egli “mi ha seguito [il Signore] pienamente” (Numeri 14:24). Non vacillò mai fino alla fine. Salomone vacillò nei suoi ultimi anni e “non seguì il Signore appieno”. Ma all’età di 85 anni, Caleb poteva testimoniare: “Ma oggi sono ancora forte come lo ero il giorno in cui Mosè mi mandò; lo stesso vigore che avevo allora ce l'ho anche adesso, tanto per combattere che per andare e venire” (Giosuè 14:11).

A 85 anni, Caleb combatté la sua più grande battaglia! “Or dunque dammi questo monte (Hebron)…” (Giosuè 14:12). “Allora Giosuè lo benedisse e diede Hebron in eredità a Caleb” (Giosuè 14:13). “Per questo Hebron è rimasta proprietà di Caleb,… perché aveva pienamente seguito l'Eterno, il Dio d'Israele” (Giosuè 14:14).

Il messaggio è glorioso! Ed è questo: non è abbastanza l’essere morti al peccato – l’essere entrati nella pienezza in qualche momento del passato. La necessità è quella di crescere nel Signore fino alla fine! Mantenere la tua potenza spirituale e la tua forza - non vacillare, “seguire pienamente il Signore” – persino in età avanzata! Dovrebbe essere una fede sempre crescente.

Hebron, l’eredità di Caleb, significa “una compagnia associata”. Associata a cosa? La risposta è: “con la morte”. Non solo con la morte al peccato nel Giordano, ma anche vivere con una gruppo di persone, una comunità di credenti associati alla morte e alla resurrezione di Gesù Cristo. Fu ad Hebron che Abrahamo aveva edificato un altare per sacrificare suo figlio, e fu lì che Caleb e la sua famiglia avrebbero vissuto. Avrebbero vissuto associati costantemente all’altare del sacrificio vivente.

L’integrità di cuore di Caleb per il Signore produsse un fuoco santo per Dio nei suoi figli. Mentre i figli delle due tribù e mezzo che vivevano nelle terre mezzane si sviarono ed abbracciarono il mondo e la sua idolatria, la famiglia di Caleb si fortificò nel Signore!

lunedì 28 settembre 2009

GLI ABITANTI DELLE TERRE DI MEZZO

Coloro che scelgono di vivere sulle “terre di mezzo” condividono delle caratteristiche specifiche! Le caratteristiche delle due tribù e mezzo (Ruben, Gad e mezza tribù di Manasse) possono ritrovarsi oggi in coloro che si rifiutano di frantumare i loro idoli e di morire al mondo. I loro nomi ebraici li palesano!

Ruben significa “Un figlio che vede!” Egli era il primogenito di Giacobbe, ma perse il diritto di primogenitura a causa della sua lussuria. Giacobbe descrive suo figlio Ruben come “…instabile come l’acqua, tu non avrai la preminenza…” Ruben entrò dalla concubina di suo padre, e Giacobbe, nella sua ultima ora, disse di lui: “perché sei salito sul letto di tuo padre e l'hai profanato. Egli è salito sul mio letto” (Genesi 49:4).

Ruben aveva occhi solo per questo mondo – la sua lussuria, le sue cose, i suoi piaceri. Egli era instabile perché il suo cuore era sempre diviso, e questo spirito venne tramandato alla sua progenie. Ecco un’intera tribù attaccata al mondo e intenzionata a vivere a modo proprio.

Gad significa “Fortuna o truppa”. Per dirla in parole semplici, significa soldati di fortuna o mercenari. Mosè disse di Gad: “Egli si accaparra la prima parte per se stesso…” (Deuteronomio 33:21). Questa tribù era apparentemente obbediente, “esegue la giustizia dell’Eterno”, ma la caratteristica predominante era l’interesse per sé stesso. Gad era consumato dai suoi propri problemi e dal bisogno “di farcela”.

La filosofia di Gad era: “Combatterò con l’esercito dell’Eterno; sarò obbediente e farò tutto ciò che Dio si aspetta da me. Ma prima devo organizzare gli interessi della mia vita. Ho bisogno di sistemare me e la mia famiglia e poi sarò libero di fare di più per il Signore!”

Manasse significa “dimenticare, trascurare”. Egli era il primogenito di Giuseppe, ed avrebbe dovuto ricevere i diritti della primogenitura. Ma persino nella sua fanciullezza, si andò a sviluppare una peculiarità spiacevole, e Giacobbe lo vide nello Spirito. Manasse avrebbe un giorno dimenticato le vie di suo padre Giuseppe e avrebbe trascurato i comandamenti del Signore.

Considera questi tre aspetti combinati dei cristiani che dimorano nelle terre mezzane: instabili come l’acqua nelle loro convinzioni spirituali; non hanno mai la preminenza nelle cose di Dio; tiepidi, deboli, lussuriosi; dominati da bisogni egoistici; trascurano la Parola; non prendono i comandamenti del Signore seriamente; decidono autonomamente della propria vita invece di confidare in Dio; dimenticano le benedizioni passate; non sono disposti a sbarazzarsi di certi idoli; giustificano le proprie decisioni; non sono disposti a morire a tutto ciò che potrebbe sedurli e riportarli alle terre mezzane!

Stabiliamo di volere la pienezza del Signore. Il desiderio di Dio per te è che tu possa entrare in un luogo di riposo, gioia e pace nello Spirito Santo. Ciò richiede di seguirlo “con tutto il cuore, tutta la forza”.

venerdì 25 settembre 2009

ESSERE IN CRISTO

Benedetto sia Dio, Padre del Signor nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo” (Efesini 1:3). Paolo ci sta dicendo: “Tutti coloro che seguono Gesù sono benedetti di benedizioni spirituali nei luoghi celesti, dov’è Cristo”. Che promessa incredibile per il popolo di Dio!

Questa promessa diventa un mero insieme di parole se non sappiamo cosa siano queste benedizioni spirituali. Come possiamo godere delle benedizioni che Dio ci promette se non le comprendiamo?

Paolo scrisse questa epistola “ai fedeli in Cristo Gesù” (1:1). Questi erano credenti certi della propria salvezza. Gli efesini erano stati ben ammaestrati nel vangelo di Gesù Cristo e nella speranza della vita eterna. Sapevano chi essi erano in Cristo, ed erano rassicurati della propria posizione celeste in Lui.

Questi “fedeli” compresero pienamente che “Dio … lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei luoghi celesti” (1:20). Sapevano che erano stati eletti da Dio “prima della fondazione del mondo, affinché fossimo santi e irreprensibili davanti a lui nell'amore” (1:4). Essi afferrarono il principio dell’adozione “per mezzo di Gesù Cristo” (1:5). Dio li aveva portati nella Sua famiglia, perché quand’essi udirono la parola di verità, crederono e confidarono in essa.

Molte persone redente, purificate e perdonate vivono nell’infelicità. Non hanno mai  la sensazione di sentirsi realizzati in Cristo. Piuttosto, incedono del continuo tra cime e valli, da vette spirituali a vallate di depressione. Come può essere? Ciò accade perché non passano mai dal Salvatore crocifisso al Signore risorto che vive in gloria.

Gesù disse ai discepoli, “Poiché io vivo, anche voi vivrete. In quel giorno conoscerete che io sono nel Padre mio, e che voi siete in me ed io in voi” (Giovanni 14:19-20). Noi stiamo ora vivendo in “quei giorni” dei quali Gesù parlava, e dobbiamo comprendere la nostra posizione celeste in Cristo.

Cosa si intende con l’espressione “la nostra posizione in Cristo”? Posizione è “dove uno si trova, dove uno è”. Dio ci ha posti dove siamo, cioè in Cristo.

A sua volta, Cristo è nel Padre, seduto alla Sua destra. Dunque, se siamo in Cristo, allora stiamo in effetti seduti con Gesù nella sala del trono, dov’è Lui. Ciò significa che siamo seduti alla presenza dell’Onnipotente. Questo è ciò a cui si riferisce Paolo quando dice che “ci ha fatti sedere nei luoghi celesti in Cristo Gesù”  (Efesini 2:6). Sì, Gesù è in paradiso, ma il Signore dimora anche in te e me. Egli ha fatto di noi il Suo tempio sulla terra, la Sua dimora.

giovedì 24 settembre 2009

LA FACCIA DI DIO

Una cosa ho chiesto all'Eterno e quella cerco” (Salmo 27:4). Il re Davide sapeva che doveva esserci di più nel conoscere Dio; egli avvertiva che c’era qualcosa del Signore che lui non aveva ancora ottenuto, e che non avrebbe avuto requie finché non l’avesse scoperta. Diceva, in breve: “Vi è una bellezza, una gloria, un’eccitazione per il Signore che ancora non ho visto nella mia vita. Voglio sapere cosa significhi avere una comunione ininterrotta col mio Dio. Voglio che la mia vita sia una preghiera vivente. Solo questo mi porterà avanti per il resto dei miei giorni”.

La faccia di Dio è la Sua sembianza, il Suo riflesso. Nel rispondere al grido del cuore di Davide di avere intimità con Lui, Dio disse: “Cerca la mia faccia”. La risposta di Davide fu: “Signore, Il mio cuore mi dice da parte tua: «Cercate la mia faccia». Cerco la tua faccia, o Eterno” (Salmo 27:8).

Nel rispondere così, il Signore rivelò a Davide che Egli avrebbe potuto soddisfare i suoi desideri riflettendo Dio nella sua stessa vita. Stava istruendo Davide: “Conoscimi, investiga la mia Parola e prega per ottenere intendimento mediante lo Spirito, affinché tu possa essere come me. Voglio che la tua vita rifletta la mia bellezza al mondo”.

Questa non era soltanto una chiamata alla preghiera; Davide aveva già trascorso del tempo in preghiera sette volte al giorno. In realtà, le preghiere di Davide erano ciò che crearono questa passione in lui per conoscere il Signore. No, questa chiamata da Dio era di bramare uno stile di vita che rifletta totalmente chi è Gesù.

Vedi, al Calvario, Dio assunse un volto umano. Gesù venne sulla terra come uomo, Dio in carne; ed Egli lo fece per poter sentire il nostro dolore, per essere tentato e provato come lo siamo noi, e per mostrare il Padre. La Scrittura definisce Gesù l’impronta dell’essenza (intendendo l’esatta sembianza) di Dio. Egli è la stessa essenza e la stessa sostanza di Dio Padre (vedi Ebrei 1:3), la stessa “traccia”. In breve, Egli è “uguale” al Padre in ogni aspetto.

Fino ad oggi, Gesù Cristo è il volto, o la vera sembianza, di Dio sulla terra, e per Lui noi abbiamo comunione ininterrotta col Padre. Mediante la croce, abbiamo il privilegio di “vedere la Sua faccia”, di toccarlo. Possiamo vivere come visse Lui, testimoniando: “Non faccio nulla che io non abbia visto e udito dal Signore”.

Oggi, quando Dio dice: “Cerca la mia faccia”, le Sue parole hanno delle implicazioni maggiori che in qualsiasi altro momento della storia. Con tutto ciò che sta accadendo nel mondo intorno a noi, come dovremmo rispondere? Quando Davide era circondato da un esercito di idolatri, Dio disse: “Cerca la mia faccia”. E noi lo facciamo per uno scopo: affinché possiamo essere come Lui! Affinché diveniamo l’impronta della Sua essenza, cosicché coloro che cercano il vero Cristo Lo vedano in noi.

mercoledì 23 settembre 2009

LIBERI DALLA ZAMPA DEL LEONE

È per il nostro bene che Dio ci dice di ricordare. Il ricordo delle nostre liberazioni passate ci aiuta ad aumentare la nostra fede per quanto stiamo affrontando in questo momento.

Stai affrontando una crisi? C’è il gigante minaccioso di un problema a casa, al lavoro, o nella tua famiglia? L’unico modo per affrontare un gigante è agire come Davide: ricordare il leone e l’orso. Ricordando la fedeltà di Dio verso di lui nelle sue crisi passate, Davide poté salire contro Golia senza paura.

Quando Davide si dispose per combattere Golia, “Saul disse a Davide: Tu non puoi andare contro questo Filisteo per batterti con lui…Ma Davide rispose a Saul: Il tuo servo pascolava il gregge di suo padre quando un leone o un orso veniva a portar via una pecora dal gregge,  io lo inseguivo, lo colpivo e la strappavo dalle sue fauci; se poi quello si rivoltava contro di me, io l'afferravo per la criniera, lo colpivo e l'ammazzavo.  , il tuo servo ha ucciso il leone e l'orso; e questo incirconciso Filisteo sarà come uno di loro” (1 Samuele 17:33-36).

Davide conosceva il pericolo che correva nell’affrontare Golia. Egli non era un principiante, un ragazzino  ingenuo che commetteva bravate e in cerca di un combattimento. No, Davide stava semplicemente ricordando le sue liberazioni passate. Ed ora, egli guardava il suo nemico dritto negli occhi e affermava: “L'Eterno che mi liberò dalla zampa del leone e dalla zampa dell'orso, mi libererà anche dalla mano di questo Filisteo” (17:37).

Migliaia di credenti nel popolo di Dio oggi affrontano giganti da ogni lato. Eppure molti si rintanano nella paura. Ciò ti descrive? Hai dimenticato il tempo in cui eri così malato da essere vicino alla morte, ma il Signore ti ha risollevato? Ti ricordi di quel disastro economico in cui pensasti: “Ecco qua, sono finito”, invece il Signore ha condotto ogni cosa a buon fine e ti ha custodito fino a oggi?

Ci sono molte cose che non comprendiamo e non comprenderemo finché non saremo a casa con Gesù. Ma credo fermamente che Dio possa guarire, e che Egli abbia una via d’uscita per ogni situazione. La domanda per noi è: dove troviamo la fede, il coraggio per levarci e conquistare la vittoria in Lui?

Essa giunge solo ricordando il leone e l’orso. Giunge quando sei in grado di richiamare alla mente l’incredibile fedeltà di Dio e le passate vittorie che Egli ti ha dato. Non potrai affrontare un gigante finché non sarai in grado di visualizzare e capire la maestà e la gloria di Dio nella tua vita.

martedì 22 settembre 2009

SCELTO PER PORTARE FRUTTO

Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi; e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto” (Giovanni 15:6).

 

Molti cristiani sinceri pensano che portare frutto significhi semplicemente portare anime a Cristo. Ma portare frutto significa molto più che vincere delle anime.

 

Il frutto di cui Gesù sta parlando è una somiglianza a Cristo. Per dirla in breve, portare frutto significa riflettere la somiglianza con Gesù. E la frase “molto frutto” significa “una somiglianza sempre maggiore a Cristo”.

 

Crescere sempre più simili a Gesù dovrebbe essere lo scopo primario della nostra vita. Dovrebbe essere la parte centrale di tutte le nostre attività, del nostro stile di vita, dei nostri rapporti. Infatti tutti i nostri doni e la nostra chiamata – la nostra opera, il nostro ministero e la nostra testimonianza – dovrebbero nascere da quest’unico scopo.

 

Se non sono come Cristo – se non divento sempre più simile a lui – ho mancato lo scopo di Dio nella mia vita.

 

Vedete, lo scopo di Dio per me non può essere soddisfatto da quanto faccio per Cristo. Non si può misurare con i miei successi, anche se dovessi guarire i malati e scacciare i demoni. No, lo scopo di Dio si realizza in me soltanto quando divento come lui. La somiglianza a Cristo non dipende da quello che faccio per il Signore, ma come vengo trasformato a sua immagine.

Entrate in una libreria cristiana e leggete i titoli sugli scaffali. Per la maggior parte si tratta di manuali su come vincere la solitudine, su come sopravvivere alla depressione, su come trovare successo. Perché tutto questo? Perché abbiamo sbagliato tutto. Non siamo stati chiamati ad avere successo, ad essere privi di ogni problema, ad essere speciali, a “farcela”. No, stiamo perdendo la vera chiamata, il vero obiettivo, la cosa fondamentale per le nostre vite, cioè diventare fruttiferi a somiglianza di Cristo.

 

Gesù era totalmente arreso al Padre e questo era tutto per lui. Lui poteva affermare: “Io non faccio e non dico niente se non quello che il Padre mi dice di fare e dire”.

 

Allora, vuoi portare “molto frutto” diventando sempre più simile a Cristo? Iniziamo ad adempiere lo scopo della nostra vita soltanto quando iniziamo ad amare gli altri come Cristo ha amato noi. E noi cresciamo a somiglianza di Cristo man mano che cresce il nostro amore per gli altri.

 

“Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi; dimorate nel mio amore” (Giovanni 15:9). Il suo comandamento è chiaro e semplice: “Va’ e ama gli altri. Dai agli altri l’amore incondizionato che ti ho mostrato”. Diventiamo sempre più simili a Cristo man mano che il nostro amore per gli altri cresce. Per dirla in parole povere, portare frutto dipende da come trattiamo gli altri.