martedì 9 dicembre 2008

UN CUORE PERFETTO E’ FIDUCIOSO

Il Salmista scrisse: “I nostri padri hanno confidato in te; hanno confidato in te e tu li hai liberati. Gridarono a te e furono liberati, confidarono in te e non furono confusi” (Salmo 22:4-5).

La radice ebraica di confidare suggerisce “lanciarsi giù da un precipizio”. Significa essere come un bambino che, arrampicatosi fin sopra il tetto e non riuscendo a scendere ode il padre dire, “Salta!” ed obbedisce, gettandosi tra le sue braccia. Ti trovi in un luogo simile in questo momento? Sei in bilico, stai vacillando e non hai altra scelta se non quella di gettarti tra le braccia di Gesù? Ti sei semplicemente rassegnato alla tua situazione, ma questa non è fiducia; non è niente più che fatalismo. La fiducia è qualcosa di completamente diverso da una rassegnazione passiva. È fede attiva!

Mentre avremo una fame sempre più intensa di Gesù, scopriremo che la nostra fiducia in lui è ben fondata. In certi momenti della nostra vita potremmo aver pensato che non saremmo riusciti ad avere fiducia in Lui, che Lui non aveva davvero il controllo del quadro generale e che avremmo dovuto rimanere noi al comando. Ma avvicinandoci sempre più a Lui e conoscendolo meglio tutto questo cambia. Significa che non andiamo da Lui a chiedere aiuto solo quando siamo alla fine della corda; piuttosto, iniziamo a parlare talmente vicino a Lui da riuscire ad ascoltarlo mentre ci avverte delle prove a venire.

Il cuore fiducioso dice sempre: “Tutti i miei passi sono ordinati dall’Eterno. Egli è il mio Padre amorevole, Egli permette le mie sofferenze, le tentazioni e le prove – ma mai più di quanto io possa sopportare, perché Lui crea sempre una via di uscita. Egli ha un piano e un proposito eterno per me. Egli ha contato ogni capello sulla mia testa ed ha formato ogni parte del mio corpo mentr’ero nel grembo di mia madre. Egli sa quando mi siedo, mi alzo o mi corico, perché sono la pupilla del Suo occhio. Egli è il Signore, non solo su di me, ma su ogni evento e situazione che mi riguardi”.

Un cuore perfetto è anche un cuore rotto!

Il salmista Davide disse, “L’Eterno è vicino a quelli che hanno il cuore rotto e salva quelli che hanno lo spirito affranto” (Salmo 34:18).

L’essere spezzato significa più che tristezza e lacrime, più di uno spirito affranto, più che umiliazione. La vera rottura del cuore rilascia in esso la più grande potenza che Dio possa affidare all’umanità, maggiore della potenza per far risuscitare i morti o guarire malattie ed infermità. Quando siamo davvero spezzati davanti a Dio, ci viene data la potenza di restaurare rovine, una potenza che porta un tipo speciale di gloria ed onore al nostro Signore.

Vedi, l’essere spezzati ha a che fare con delle mura – mura demolite, sgretolate. Davide paragonò le mura distrutte di Gerusalemme ai cuori rotti del popolo di Dio. “I sacrifici di Dio sono lo spirito rotto; o Dio, tu non disprezzi il cuore rotto e contrito. Fa del bene a Sion, per la tua benevolenza, edifica le mura di Gerusalemme. Allora prenderai piacere nei sacrifici di giustizia” (Salmo 51:17-19).

Nehemia era un uomo dal cuore rotto, ed il suo esempio ha a che fare con quelle mura distrutte a Gerusalemme (vedi Nehemia 2:12-15). Nel buio della notte, Nehemia “vide le mura”. Qui viene usato il termine ebraico shabar. È lo stesso termine utilizzato nel Salmo 51:17 per “cuore rotto”. Nel significato ebraico più completo, il cuore di Nehemia era rotto in due sensi. Si ruppe prima di dolore per le rovine, e poi per la speranza della ricostruzione (ardendo di speranza).

Questo è un vero cuore rotto: un cuore che prima vede la chiesa e le famiglie in rovina e sente l’angoscia del Signore. Un tale cuore geme per l’infamia gettata sul nome del Signore. Esso vede in profondità e vede, come Davide, la propria vergogna e incapacità. Ma c’è un secondo elemento importante in questo tipo di rottura, ed è la speranza. Il cuore veramente rotto ha udito da Dio: “Io guarirò, ristorerò ed edificherò. Disfati di ogni immondizia, e mettiti all’opera, ricostruisci le brecce!”