mercoledì 31 marzo 2010

COSA SIGNIFICA TUTTO CIO'?

Cosa significa quando le preghiere non hanno risposta? Quando le ferite restano e Dio non sembra far nulla in risposta alla nostra fede? Spesso Dio ci ama in modo più supremo in quei momenti di quanto non l'abbia mai fatto prima. La Parola dice: "Il Signore castiga coloro che ama". Un castigo d'amore ha la precedenza su ogni azione di fede, su ogni preghiera, su ogni promessa. Ciò che io vedo come una ferita infertami, potrebbe essere il Suo amore per me. Potrebbe essere la Sua mano gentile che mi sculaccia a causa della mia testardaggine e del mio orgoglio. Noi riponiamo fede nella nostra fede. Poniamo maggiore enfasi sulla potenza delle nostre preghiere che sul ricevere la Sua potenza in noi. Vogliamo capire Dio così da poter poi leggerlo come un libro. Non vogliamo essere sorpresi o perplessi, e quando le cose vanno in modo contrario al nostro concetto di Dio, diciamo: "Non può essere Dio; non è così che agisce".

Siamo così presi a occuparci di Dio da dimenticare che Lui sta cercando di occuparsi di noi. Si tratta solo di ciò in questa vita: Dio all'opera in noi, che cerca di rimodellarci a vasi di gloria. Siamo così impegnati a pregare per cambiare le cose da avere poco tempo per permettere alla preghiera di cambiare noi. Dio non ha riposto la preghiera e la fede nelle nostre mani come se fossero due strumenti segreti per i quali un gruppo scelto di "esperti" impara a cavarGli qualcosa. Dio disse che Egli è più disposto a dare di quanto noi non lo siamo a ricevere. Perchè stiamo usando la preghiera e la fede come "chiavi" o strumenti per aprire qualcosa che non è mai stato serrato?

La preghiera non è per il beneficio di Dio, ma per il nostro. La fede non è per un Suo beneficio, ma per il nostro. Dio non è un divino ed eterno tormentatore. Egli non si è circondato di enigmi che gli uomini debbano sbrogliare, come a dire "il più bravo vincerà il premio".

Siamo così confusi riguardo la questione della preghiera e della fede; abbiamo avuto l'audacia di pensare a Dio come il nostro "genio" personale che realizza ogni nostro desiderio. Pensiamo alla fede come un modo per incastrare Dio sulle Sue promesse. Pensiamo che Dio si diletti dei nostri sforzi di metterlo con le spalle al muro e gridare: "Signore, non puoi rimangiarti le Tue promesse. Io voglio ciò che sta venendo a me, Tu sei legato alla Tua Parola. Devi farlo, altrimenti la Tua Parola non è vera".

Questo è il motivo per cui perdiamo il vero significato della preghiera e della fede. Vediamo Dio solo come il donatore, e noi siamo i riceventi. Ma la preghiera e la fede sono le vie per le quali noi diveniamo i donatori a Dio. Devono essere usate non come modi per ricevere cose da Dio, ma come un modo di dare a Lui quelle cose mediante le quali noi possiamo piacere a Lui.

martedì 30 marzo 2010

TENTARE CRISTO

“E non tentiamo Cristo, come alcuni di loro lo tentarono, per cui perirono per mezzo dei serpenti” (1 Corinzi 10:9).

Cosa intende qui Paolo quando parla di “tentare Cristo”? Per dirla in parole povere, tentare il Signore significa metterlo alla prova. Lo tentiamo ogni qualvolta ci chiediamo: “Quanto sarà misericordioso Dio nei miei riguardi se commetto questo peccato? Quanto ancora posso continuare in questo peccato prima di provocare la sua ira? So che Dio è misericordioso e che questo è il tempo della grazia, in cui i peccatori non vengono condannati. Perché mai dovrebbe giudicare me, che sono suo figlio?”.

Moltitudini di cristiani oggi si pongono la stessa domanda, mentre giocano con una tentazione malvagia. Vogliono vedere quanto riescono ad avvicinarsi al fuoco dell’inferno senza affrontare le conseguenze del peccato. In breve, stanno tentando Cristo. E nel frattempo, questi cristiani allontanano la convinzione della Parola di Dio.

Ogni qualvolta andiamo contro la verità inculcataci dallo Spirito di Dio, stiamo facendo poca stima dell’avvertimento di Paolo: “Perciò, chi pensa di stare in piedi, guardi di non cadere… E non fornichiamo, come alcuni di loro fornicarono, per cui ne caddero in un giorno ventitremila” (1 Corinzi 10:12,8).

Chiediti se stai mettendo alla prova i limiti della grazia preziosa di Dio. Stai tentando Cristo indulgendo nel peccato nonostante la tua ribellione? Ti sei convinto: “Sono un credente del Nuovo Testamento. Sono coperto dal sangue di Gesù. Perciò Dio non mi giudicherà”?

Continuando nel tuo peccato, stai trattando con disprezzo il grande sacrificio di Gesù per te. Il tuo attuale peccato ti sta svergognando apertamente, non solo agli occhi del mondo, ma davanti a tutto il cielo e l’inferno (vedi Ebrei 6:6).

In 1 Corinzi 10:13 Paolo descrive un modo per scampare ad ogni tentazione: “Nessuna tentazione vi ha finora colti se non umana, or Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d'uscita, affinché la possiate sostenere”.

Qual è questa via d’uscita? È una crescente conoscenza e un’esperienza del santo timore di Dio.

lunedì 29 marzo 2010

SIAMO TROPPO ATTACCATI ALLE COSE TERRENE

Hai notato che si parla davvero poco oggi del cielo o del lasciarci dietro questo mondo? Piuttosto, siamo bombardati di messaggi su come usare la nostra fede per acquisire più cose possibili. “Il prossimo risveglio”, disse un noto dottore, “sarà un risveglio finanziario. Dio riverserà benedizioni finanziarie su tutti i credenti”.

Qualsiasi messaggio sulla morte ci infastidisce. Cerchiamo di ignorarne il solo pensiero, e pensiamo che quanti ne parlano siano patologici. In qualche occasione parliamo di come dev’essere il cielo, ma per la maggior parte del tempo, il discorso sulla morte resta un tabù.

Che concetto stentato dei propositi eterni di Dio! Non c’è da meravigliarsi se così molti cristiani sono spaventati dal pensiero della morte. La verità è che siamo lontani dal comprendere la chiamata di Cristo ad abbandonare il mondo e tutti i suoi legami. Egli ci chiama a Lui e a morire, e a morire senza costruire dei monumenti a noi stessi; morire senza preoccuparci di come dovremmo essere ricordati. Gesù non lasciò alcuna autobiografia, nessun quartiere generale, nessuna università o scuola biblica. Egli non lasciò nulla che perpetuasse la Sua memoria, soltanto il pane e il vino.

Quanto erano diversi i primi cristiani. Paolo parlò molto della morte. In realtà, nel Nuovo Testamento si fa riferimento alla nostra resurrezione dalla morte come ad una beata speranza. Ma oggigiorno, la morte viene considerata un intruso che ci taglia fuori dalla bella vita alla quale ci siamo abituati. Abbiamo ingombrato talmente tanto la nostra vita di cose materiali da essere impantanati. Non riusciamo più a sopportare il pensiero di lasciare le nostre belle case, le nostre amate cose, i nostri incantevoli amori. Sembra che pensiamo: “Morire ora sarebbe una grossa perdita. Amo il Signore, ma ho bisogno di tempo per godere delle mie proprietà. Ho sposato una donna (o un uomo), devo ancora provare i miei buoi, ho bisogno di più tempo”.

Qual è la più grande rivelazione di fede, e come deve essere esercitata? Lo troverai in Ebrei. “Tutti costoro sono morti nella fede … confessando di essere forestieri e pellegrini sulla terra. Ma ora ne desiderano una migliore, cioè quella celeste; perciò Dio non si vergogna di essere chiamato il loro Dio, perché ha preparato loro una città” (Ebrei 11:13 e 16).

venerdì 26 marzo 2010

LA VITA NON È NEL GUSCIO

Questi nostri corpi mortali sono solo dei gusci, e la vita non è nel guscio. Il guscio non è qualcosa che va conservato, ma un confine provvisorio che racchiude una forza vitale sempre crescente, sempre in sviluppo. Il corpo è un guscio che agisce come guardiano transitorio della vita dentro sé. Il guscio è sintetico rispetto alla vita eterna che riveste.

Ogni vero cristiano è stato impregnato di vita eterna, è piantata come un seme nei nostri corpi mortali ed è in costante crescita. Vi è in noi un processo di sviluppo sempre crescente, in continua espansione, e alla fine eromperà dal guscio per divenire una nuova forma di vita. Questa gloriosa vita di Dio in noi esercita pressione sul guscio, e al momento in cui la vita della resurrezione è matura, il guscio si schiude. I confini artificiali si dissolvono e, proprio come accade al pulcino, l’anima viene liberata dalla sua prigione. Gloria a Dio!

La morte è soltanto lo schiudersi di un guscio fragile. Nel preciso istante in cui il nostro Signore decide che il nostro guscio abbia adempiuto alle sue funzioni, il popolo di Dio deve abbandonare quel corpo vecchio e corrotto e restituirlo alla polvere, dalla quale è provenuto. Chi penserebbe mai a raccogliere i pezzetti di guscio e costringere il pulcino a ritornare al suo stato originale? E chi penserebbe di chiedere ad un caro che si è dipartito di lasciare il proprio corpo nuovo, glorificato, fatto a immagine di Cristo, e ritornare al guscio decadente dal quale lui o lei si sono liberati?

Paolo lo disse: “Morire è guadagno!” (Filippesi 1:21). Questo modo di parlare è assolutamente estraneo ai nostri vocabolari spirituali moderni. Siamo diventati dei tali adoratori della vita da non sentire un grande desiderio di dipartirci e andare a stare col Signore.

Paolo disse: “perché sono stretto da due lati: avendo il desiderio di partire da questa tenda e di essere con Cristo, il che mi sarebbe di gran lunga migliore” (Filippesi 1:23-24). Tuttavia, per l’edificazione dei nuovi convertiti, pensò fosse meglio “rimanere nel guscio”, o come dice lui, “rimanere nella carne”.

Paolo era forse patologico? Aveva una qualche strana fissazione con la morte? Stava Paolo mostrando una mancanza di rispetto verso la vita con la quale Dio lo aveva benedetto? Assolutamente no! Paolo visse una vita piena. Per lui, la vita era un dono, ed egli l’aveva ben usata per combattere il buon combattimento; egli aveva vinto la paura del “dardo mortale”, ed ora poteva dire: “È meglio morire e andare col Signore, che rimanere nella carne”.

giovedì 25 marzo 2010

I DIECI COMANDAMENTI

La maggior parte degli americani sa che la Corte Suprema degli Stati Uniti ha deciso che i Dieci Comandamenti non possano essere esposti in nessun tribunale. Questa decisione importante è stata esaminata esaurientemente dai mass-media. Ma cosa significa questa regola?

Il tribunale è il luogo in cui viene messa in pratica la legge. I Dieci Comandamenti rappresentano la legge morale di Dio, che non cambia né muta. È stabile quanto la legge di gravità. Disobbedendo a questa legge, significa gettarsi da un edificio molto alto. Puoi negare che la legge abbia un effetto su di te, ma sicuramente dovrai pagarne le conseguenze.

Per dirla in parole povere, i Dieci Comandamenti sono le leggi eterne designate da Dio per impedire alla società di auto-distruggersi. Eppure, è sorprendente che molte ditte in questo momento stiano lavorando per cancellare ogni traccia di quei Comandamenti – ma anche del nome di Dio – sui marmi o sul cemento dei tribunali sui quali erano scolpiti.

Tutto ciò è un’immagine chiara dello stato della nostra società. Queste leggi immutabili all’origine furono scolpite su pietra dal dito di Dio. Ed ora vengono cancellate dalla pietra con la legge umana.

Alcuni cristiani dicono: “Che problema c’è? Non siamo mica sotto la legge. Perché dovremmo preoccuparci?”. No, non siamo sotto la legge ebraica, nel senso che non sottostiamo ai 613 comandamenti aggiunti dai rabbini giudaici. Ma ogni cristiano è sotto l’autorità della legge morale di Dio, che è riassunta nei Dieci Comandamenti.

Mi chiedo quali pensieri abbia Dio mentre questi operai cancellano le sue leggi davanti ai nostri occhi. Alcuni credenti affermano: “Non abbiamo bisogno di leggere da qualche parte i Comandamenti. L’importante è che siano scritti nei nostri cuori”. Ma la Parola di Dio non dice questo. Considerate che Dio quando consegnò i Comandamenti al suo popolo, ne determinò la chiara visibilità:

“E queste parole che oggi ti comando rimarranno nel tuo cuore; e inculcherai ai tuoi figli, ne parlerai quando sei seduto in casa tua, quando cammini per strada, quando sei coricato e quando ti alzi. Le legherai come un segno alla mano, saranno come fasce tra gli occhi, e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte” (Deuteronomio 6:6-9).

mercoledì 24 marzo 2010

LA LIBERTA' DALLA SCHIAVITU' DEL PECCATO DEVE ESSERE ACCETTATA PER FEDE

La fede è qualcosa che vale per qualcosa che conosci. La conoscenza non ha alcun significato, a meno che non si agisca in base ad essa.

I figli d'Israele ricevettero la buona notizia secon do la quale Dio aveva donato loro Canaan come terra da abitare. Quell'informazione non avrebbe avuto alcun significato per loro se fossero rimasti in Egitto come schiavi. Ma la Bibbia dice: "Per fede [essi] lasciarono l'Egitto ... per fede attraversarono il Mar Rosso" (Ebrei 11: 27, 29).

Gli israeliti non marciarono fino al confine di Canaan, scoccando raffiche di frecce, aspettandosi che tutti gli eserciti nemici cadessero a terra morti. La terra era loro, ma dovevano prenderla in possesso, "un soldato morto per volta".

Cos'ha a che fare questo con il mio ottenere la vittoria sulla morza del peccato? Tutto! Cristo ha risolto la questione della schiavitù al peccato dichiarando la tua emancipazione dal suo dominio, ma devi crederlo al punto di fare qualcosa a riguardo.

Non basta dire: "Sì, credo che Lui sia il Signore. So che posso spezzare la potenza del peccato nella mia vita". Stai mentalmente accondiscendendo a quanto hai udito, ma la fede è più di questo. La fede è fare un passo in base a quella promessa di libertà e agire in base ad essa.

I credenti trionfano sulla potenze malefiche di questo mondo mediante la fede. La vera fede è l'unica cosa che può aiutarti a restare saldo e sicuro contro le potenze della tentazione. L'autocontrollo è possibile soltanto quando, per fede, la verità dell'essere emancipato viene accettata.

"Questo infatti è l'amore di Dio: che noi osserviamo i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi. Poiché tutto quello che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede" (1 Giovanni 5:3-4).

"Siate sobri, vegliate, perché il vostro avversario, il diavolo, va attorno come un leone ruggente cercando chi possa divorare. 9 Resistetegli, stando fermi nella fede, sapendo che le stesse sofferenze si compiono nella vostra fratellanza sparsa per il mondo. E il Dio di ogni grazia, che vi ha chiamati alla sua eterna gloria in Cristo Gesù, dopo che avrete sofferto per un po' di tempo, vi perfezionerà egli stesso, vi renderà fermi, vi fortificherà e vi stabilirà saldamente. A lui sia la gloria e il dominio per i secoli dei secoli. Amen" (1 Pietro 5:8-11).

martedì 23 marzo 2010

LA GENERAZIONE LAMPO

Molti cristiani leggono regolarmente la Bibbia, credendo sia la Parola vivente e rivelata di Dio per le loro vite. Più volte nelle pagine della Scrittura, leggono di generazioni che hanno sentito la voce di Dio. Leggono di Dio che ha parlato più volte al suo popolo, ripetendo di volta in volta questa frase: “E Dio disse…”. Eppure molti di questi cristiani vivono come se Dio oggi non parlasse al suo popolo.

Un’intera generazione di credenti prende decisioni completamente per conto suo, senza pregare né consultare la Parola di Dio. Molti decidono semplicemente cosa vogliono fare, e poi chiedono a Dio di valicare i loro piani. Vanno avanti con forza, pregando semplicemente: “Signore, se non è la tua volontà, allora fermami”.

Viviamo in un periodo che viene definito “la generazione lampo”. La gente prende grandi decisioni in un batter d’occhio. Su questo concetto è stato scritto un best-seller dal titolo “Lampo: il potere di pensare senza pensare”. La teoria è: “Fidati dei tuoi istinti. Le decisioni in un batter d’occhio sono quelle che si dimostrano le migliori”.

Pensate al linguaggio “lampo” e affrettato che sentiamo ogni giorno: “Questa è l’offerta del secolo. Puoi fare soldi presto e subito. Ma hai solo una breve opportunità. Coglila al volo!”. Lo spirito che si cela dietro tutto questo è: “Subito, subito, subito!”.

Un tale pensiero ha iniziato ad infettare la chiesa, influenzando le decisioni prese non solo da “cristiani lampo” ma anche da “ministri lampo”. Centinaia di parrocchiani inferociti ci hanno scritto raccontandoci tutti la stessa storia: “Il nostro pastore è ritornato da una conferenza sulla crescita della chiesa ed ha annunciato immediatamente: ‘Da oggi in poi cambia tutto’. Ha deciso che dovremmo diventare una delle chiese più popolari! Non ci ha neanche chiesto di pregarci sopra.. siamo tutti confusi”.

Qualche anno fa, la parola comune fra i cristiani era: “Ci hai pregato sopra? Hai cercato la faccia del Signore su questa faccenda? I fratelli e le sorelle ti stanno circondando in preghiera? Hai ricevuto un consiglio divino?”. Io ti chiedo: è stato questo il tuo comportamento negli anni scorsi? Lo scorso anno, quante decisioni importanti hai preso in cui hai cercato onestamente la faccia di Dio e hai pregato sinceramente? O quante decisioni hai preso “in quattro e quattr’otto”? Il motivo per cui Dio vuole il pieno controllo delle nostre vite è per salvarci dai disastri – il che è esattamente dove finiscono la maggior parte delle nostre “decisioni lampo”.

lunedì 22 marzo 2010

NON PIÙ SCHIAVI

Si dice che Abramo Lincoln abbia “liberato gli schiavi” con la Proclamazione dell’Emancipazione . Questo documento legale sancì la morte della schiavitù e che ogni schiavo fosse libero.

Quando questa notizia si diffuse per la prima volta tra le piantagioni del sud, molti schiavi non vi crederono. Continuarono a servire i loro padroni, convinti che la promessa della loro libertà fosse una bufala. Numerosi proprietari terrieri senza scrupoli dissero ai propri schiavi che erano solo voci, tenendoli ancora in schiavitù. Ma piano piano, la verità iniziò ad essere evidente, nel vedere ex-schiavi andarsene in giro, felici dell’appena scoperta libertà. Uno per uno, si disfecero dei propri pesi, voltarono le spalle alla schiavitù e se andarono per iniziare una nuova vita.

Forse non l’hai ancora saputo, o forse sembra troppo bello per essere vero, ma Cristo ha emancipato tutti gli schiavi del peccato al Calvario. Ora, tu puoi andartene dal diavolo! Puoi scaricare il peso del peccato, allontanarti dal dominio di Satana ed entrare in una nuova vita di libertà.

Lascia che ti mostri cosa intende la Bibbia quando parla di morire al peccato. Quando Lincoln emancipò gli schiavi, la “questione” schiavitù cessò. Non il padrone, non lo schiavo: lo schiavo poté andarsene libero, dicendo a sé stesso: “La schiavitù è una questione finita”.

Ora, lo schiavo poteva tornare indietro al campo e raccogliere qualche altra balla di cotone, magari per paura o per abitudine, ma ciò non lo avrebbe in nessun modo reso nuovamente uno schiavo. Era libero, ma doveva esercitare la propria libertà. La Proclamazione non poteva costringerne l’osservanza, né poteva il padrone costringerlo a ritornare. Era una questione di volontà dello schiavo.

La Bibbia dice: “…Infatti colui che è morto è libero dal peccato. Ora se siamo morti con Cristo, noi crediamo pure che vivremo con lui” (Romani 6:7-8).

Quello che significa è semplicemente questo: Dal momento in cui la tua schiavitù al peccato è una questione risolta, realizzando che Cristo ha già dichiarato la tua emancipazione, sei ora libero di vivere come una persona nuova in Cristo rendendoti conto di non essere più in catene.

Cristo non può farti fare il bene, e Satana non può farti compiere il male. Cristo dichiara che tu sei libero per fede, ma tu devi agire come una persona libera.

venerdì 19 marzo 2010

DIO HA DEI PIANI D’EMERGENZA PER OGNI CREDENTE

Non importa quanto instabile diventi il mondo, il popolo di Dio può rilassarsi e lasciare che la propria gioia scorra, perché il nostro Signore ha promesso una protezione speciale quando ce n’è più bisogno.

Non aveva Dio un piano d’emergenza per i figli d’Israele durante la carestia mondiale? Egli mandò avanti Giuseppe in Egitto, lo promosse a primo ministro e riempì i silos con grano a sufficienza per sopravvivere alla carestia. Poi Egli trasportò il Suo popolo tanto vicino a quei silos da poterci giungere a piedi, e li nutrì appieno durante quella terribile carestia.

Dio non aveva un piano d’emergenza per Elia? Mentre la sua nazione tremava sotto l’impatto di un collasso economico e il cibo scarseggiava a causa di una violenta carestia (e un re malvagio aveva posto una taglia sulla sua testa), Dio attuò il Suo piano d’emergenza per Elia. Lo nascose vicino un torrente silenzioso e lo nutrì mediante uccelli che gli portavano cibo. Il piano di sopravvivenza incluse anche un misterioso barile di grano che non si esauriva mai.

E che dire di Noè? Che piano di sopravvivenza minuzioso aveva Dio per lui e la sua famiglia! Un’arca che trasportò in modo sicuro lui e la sua famiglia al di sopra di tutta la morte e la distruzione di un diluvio su scala mondiale.

E Lot? Dio inviò veramente degli angeli a tirare via personalmente lui e i suoi figli dalla città di Sodoma che era ormai condannata. Le mani di Dio rimasero legate finché Lot non fosse al sicuro, fuori dalla periferia. Fu molto più che la sola perdita del suo lavoro, più di un collasso economico, più che una caduta di governo, fu un totale annichilimento della società in cui viveva. Ma Lot venne condotto al sicuro.

Paolo sperimentò i piani d’emergenza divini moltissime volte! Questo apostolo naufragò, fu inseguito da ladroni, imprigionato, accusato di tradimento e complotto; tuttavia, in ogni crisi, Dio aveva un piano di emergenza per la sua liberazione. Soltanto quando Dio stabilì la sua ultima corsa attuò il Suo ultimo piano d’emergenza. Lo chiamò alla resurrezione.

Anche noi abbiamo un piano d’emergenza per la nostra sopravvivenza, designato specificatamente per ogni credente.

Che non ci siano dubbi a proposito, Dio ci porterà avanti in ogni crisi!

giovedì 18 marzo 2010

PERSEGUIRE LA SANTIFICAZIONE

La Parola di Dio ci dice senza mezzi termini: “Procacciate … la santificazione, senza la quale nessuno vedrà il Signore” (Ebrei 12:14).

Ecco la verità, semplice e chiara. Senza la santificazione impartita da Cristo stesso – un dono prezioso che onoriamo conducendo una vita devota all’ubbidienza della sua Parola – nessuno di noi vedrà il Signore. E questo non si riferisce solo al cielo, ma anche alla nostra vita attuale. Senza santificazione, non vedremo la presenza di Dio nel nostro percorso quotidiano, nella nostra famiglia, nei nostri rapporti, nella nostra testimonianza o nel nostro ministero.

Non importa a quante conferenze cristiane partecipiamo, quante cassette ascoltiamo con varie predicazioni, in quanti studi biblici siamo coinvolti. Se coviamo un peccato cancerogeno, se il Signore ha una controversia con noi per una nostra iniquità, nessuno dei nostri sforzi produrrà dei frutti santi. Al contrario, il nostro peccato diventerà sempre più contagioso ed infetterà chiunque ci circonda.

Naturalmente, questo problema va ben al di là di tutte le concupiscenze della carne, e comprende anche la corruzione dello spirito. Paolo descrive lo stesso peccato distruttivo in questo passo quando dice: “E non mormorate, come alcuni di loro mormorarono, per cui perirono per mezzo del distruttore” (1 Corinzi 10:10).

Così, carissimo fratello, permetterai allo Spirito Santo di affrontare tutte le concupiscenze che forse nascondi? E cercherai invece di affidarti alla via d’uscita che Dio ti ha provveduto? Ti esorto a coltivare un santo timore e una santa fede in questi ultimi giorni. Ti farà rimanere puro, anche se la malvagità imperverserà in maniera sempre peggiore attorno a te. E ti permetterà di camminare nella santità di Dio, che contiene la promessa della sua presenza perpetua.

È tutta una questione di fede. Cristo ha promesso di impedirti di cadere, e di darti la potenza per resistere al peccato – se credi semplicemente in quello che ha detto. Perciò credi in lui per ottenere questo santo timore. Prega per esso e accoglilo. Dio manterrà la sua Parola nei tuoi riguardi. Non puoi liberarti dalle grinfie del peccato con la tua forza, con delle promesse o soltanto con uno sforzo umano. “Non per forza, non per potenza, ma per il mio Spirito dice il Signore” (Zaccaria 4:6).

mercoledì 17 marzo 2010

LA CROCE CI INSEGNA COME RINNEGARE NOI STESSI

Il Signore non ha detto nemmeno una volta: “Chinati e lascia che poggi una croce su di te”. Gesù non si occupa di arruolamento; il Suo esercito è composto unicamente da volontari. Non tutti i cristiani portano croci. Puoi essere un credente senza portare una croce, ma non puoi essere un discepolo.

Vedo molti credenti rifiutare la via della croce. Costoro hanno optato per una buona vita e la sua prosperità, il suo guadagno materiale, la sua popolarità e il suo successo. Sono certo che molti di loro riusciranno ad arrivare in cielo, avranno salva la propria pelle, ma non avranno appreso Cristo. Avendo rifiutato la sofferenza e il dolore della croce, essi non avranno la capacità di conoscerlo e di rallegrarsi con Lui nell’eternità, come faranno tutti i santi che hanno portato la croce e che sono entrati nella comunione delle Sue sofferenze.

Dovrai portare la tua croce finché non avrai imparato a rinnegare. Rinnegare cosa? Quell’unica cosa che ostacola continuamente l’opera di Dio nella nostra vita, noi stessi. Gesù disse: “Se qualcuno mi vuole seguire, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Matteo 16.24). Interpreteremmo male questo messaggio se enfatizzassimo il rinnegamento di sé stessi, ovvero, il rifiuto di realtà materiali o illegittime. Gesù non ci stava chiedendo di imparare l’auto disciplina prima di prendere la croce. È qualcosa di decisamente più profondo. Gesù ci sta chiedendo di rinnegare noi stessi. Ciò significa rinnegare le tue capacità di portare qualsiasi croce con le tue proprie forze. In altre parole, “non prendere la tua croce finché tu non sia pronto a rifiutare qualsiasi pensiero di poter diventare un discepolo santo come risultato dei tuoi sforzi”.

Milioni di sedicenti cristiani vantano il rinnegamento di sé stessi: non bevono, non fumano, non bestemmiano e non commettono fornicazione, sono esempi di enorme auto disciplina. Però nemmeno fra cent’anni ammetteranno di essere giunti a tal punto grazie ad altro se non la propria forza di volontà. Praticano il rinnegamento di sé stessi, ma non hanno mai rinnegato sé stessi. In qualche modo, siamo tutti così. Sperimentiamo “sprazzi” di santità, accompagnati da sentimenti di purezza. Le buone opere solitamente producono buoni sentimenti, ma Dio non ci permetterà di pensare che le nostre buone opere e le nostre sane abitudini possano salvarci. Ecco perché abbiamo bisogno di una croce.

Credo che Gesù ci stia dicendo in realtà: “Prima che tu prenda la tua croce, sii pronto ad affrontare il momento della verità. Sii disposto a sperimentare una crisi per mezzo della quale imparerai a rinnegare la tua propria volontà, la tua auto giustizia, la tua autosufficienza, la tua propria autorità. Puoi alzarti e seguirmi come un vero discepolo soltanto quando sarai in grado di ammettere liberamente che non puoi fare nulla con le tue forze, non puoi vincere il peccato per mezzo della tua forza di volontà, le tue tentazioni non possono essere vinte solamente dai tuoi sforzi, non puoi risolvere nulla col tuo intelletto”.

Il tuo amore per Gesù può metterti sulle tue ginocchia, ma la tua croce ti metterà sulla tua faccia.

martedì 16 marzo 2010

IL PIANO DEFINITIVO DI DIO

Alla fine del libro della Genesi, Dio aveva scelto un popolo esiguo ed insignificante perché divenisse una nazione esemplare. Voleva far sorgere un popolo che fosse per il mondo pagano un esempio vivente della sua benignità. Perciò, per realizzare questa testimonianza, Dio portò il suo popolo in posti che erano al di là del loro controllo. Isolò Israele in un deserto, dove soltanto lui sarebbe stato la loro fonte di vita, la loro provvidenza per ogni bisogno.

Israele non aveva il controllo sulla propria sopravvivenza in quel posto desolato. Non poteva controllare la propria disponibilità di cibo o di acqua. Non poteva controllare la propria destinazione, perché non aveva bussole o mappe. Come avrebbe mangiato e bevuto? Quale direzione avrebbe preso? E dove sarebbe finito?

Dio avrebbe fatto tutto per loro. Li avrebbe guidati tutti i giorni attraverso una nuvola miracolosa, che li copriva di giorno e di notte scacciava le tenebre davanti a loro. Li avrebbe nutriti col cibo degli angeli dal cielo ed avrebbe provveduto loro acqua da una roccia. Sì, ogni loro singolo bisogno sarebbe stato accudito dal Signore, e nessuno nemico li avrebbe potuti sconfiggere.

“Dal cielo ti ha fatto udire la sua voce per ammaestrarti; e sulla terra ti ha fatto vedere il suo grande fuoco e hai udito le sue parole di mezzo al fuoco” (Deuteronomio 4:36). Il popolo di Dio avrebbe sentito le sue stesse parole guidarli, ed in cambio loro avrebbero testimoniato: “Quale altro essere umano ha mai sentito la voce del Dio vivente?” (vedi 4:32-34).

Le nazioni circostanti l’antico Israele erano piene di “altri dèi”, idoli fatti di legno, argento e oro. Questi dèi erano muti, incapaci di vedere o sentire, incapaci di amare, guidare o proteggere il popolo che li adorava. Ma tutte le nazioni potevano guardare Israele e vedere un popolo speciale il cui Dio li portava in un terribile deserto. Avrebbero visto un Dio che parlava al suo popolo, che amava e poteva provare dei sentimenti, che rispondeva alle preghiere e provvedeva miracoli. Ecco un Dio vivente, che guidava il suo popolo in ogni dettaglio della loro vita.

Dio fece sorgere un popolo che sarebbe stato ammaestrato da lui solo. Sarebbe stato un popolo che avrebbe vissuto sotto la sua autorità, che si sarebbe affidato completamente a lui, dandogli il pieno controllo di ogni aspetto della sua vita. Quel popolo sarebbe diventato la sua testimonianza al mondo.

Perché Dio voleva il pieno controllo di un popolo e insisteva sulla loro fiducia completa in ogni momento? Perché solo Dio conosceva la strada ed avrebbe realizzato l’impossibile necessario per farli arrivare a destinazione.

lunedì 15 marzo 2010

TU NON PUOI PORTARE LA TUA CROCE

Gesù disse ai Suoi discepoli: “Se qualcuno mi vuole seguire, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Matteo 16:24). Tuttavia, Gesù non poté portare la propria croce, e non lo puoi nemmeno tu!

Mentre Gesù portava la Sua croce verso il Golgota, condotto dai Suoi tormentatori, era troppo debole e fragile per poterla portare troppo a lungo. Quando ebbe raggiunto la fine della propria resistenza, la Sua croce venne appoggiata sulla spalla di un altro. La Bibbia non ci dice quanto a lungo Gesù portò la Sua croce, però sappiamo che Simone, il Cireneo, si sentì spinto a raccoglierla e portarla al luogo della crocifissione (vedi Matteo 27:32).

Cosa significa tutto questo per noi? Il nostro Signore ci farebbe fare qualcosa che Lui stesso non era in grado di fare? Non ha forse detto: “E chiunque non porta la sua croce e mi segue, non può essere mio discepolo” (Luca 14:27)? Una croce è una croce, sia essa di legno oppure spirituale. Non si può solo dire: “La Sua croce era diversa, la nostra è spirituale”.

Personalmente, sapere che Gesù non riuscisse a portare la propria croce mi dona grande speranza. Mi incoraggia sapere che non sono il solo schiacciato dai pesi a volte, incapace di andare avanti con le mie proprie forze.

Vi è una verità nascosta qui che dobbiamo scoprire, una verità talmente potente da poter cambiare il modo in cui guardiamo i nostri problemi e le nostre ferite. Potrebbe sembrare quasi sacrilego dire che Gesù non portò la propria croce, ma è la verità.

Dio sa che nessuno dei Suoi figli può portare la croce che abbracciano quando decidono di seguire Cristo. Vogliamo essere dei buoni discepoli rinnegando noi stessi e prendendo la nostra croce, ma sembra che ci dimentichiamo che quella stessa croce ci porterà un giorno al termine della nostra resistenza umana. Gesù ci chiederebbe apposta di prendere una croce che sa già annienterà ogni nostra energia umana, lasciandoci a terra disperati, fino al punto di arrenderci?

Assolutamente sì! Gesù ci avvertì in anticipo: “Senza di me voi non potete far nulla” (Giovanni 15:5). Dunque, Egli ci chiede di prendere la nostra croce, lottare con essa, finché non abbiamo imparato questa lezione. Finché la nostra croce non ci spinge per terra nella polvere, non impariamo la lezione per la quale non è per la nostra forza, potenza o forza, ma per la Sua potenza. Ecco cosa vuol dire la Bibbia quando dice che la Sua forza viene resa perfetta nella nostra debolezza.

venerdì 12 marzo 2010

IL TESORO DI DIO IN VASI DI TERRA

Uno dei passi più incoraggianti nella Bibbia è 2 Corinzi 4:7: “Or noi abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché l'eccellenza di questa potenza sia di Dio e non da noi”. Poi Paolo prosegue nel descrivere quei vasi di terra, uomini morenti, attaccati da ogni lato, perplessi, perseguitati, abbattuti. E nonostante non fossero mai abbandonati o disperati, quegli uomini usati da Dio sono costantemente sotto il peso dei propri corpi, attendendo con ansia di essere rivestiti di corpi nuovi.

Dio si fa beffe della potenza dell’uomo. Egli ride dei nostri sforzi egoistici nel cercare di essere buoni. Egli non usa mai l’elevato e il potente, ma, piuttosto, usa le cose deboli di questo mondo per confondere le savie.

“Riguardate infatti la vostra vocazione, fratelli, poiché non ci sono tra di voi molti savi secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili, ma Dio ha scelto le cose stolte del mondo per svergognare le savie; e Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; e Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose spregevoli e le cose che non sono per ridurre al niente quelle che sono, affinché nessuna carne si glori alla sua presenza” (2 Corinzi 1:26-29).

Questo sì che mi descrive! Una cosa debole, una cosa stolta, una cosa disprezzata, una cosa ignobile, non molto nobile, non molto intelligente. Tuttavia, questo è il Suo piano perfetto, il mistero più grande sulla terra. Dio ci chiama nella nostra debolezza. Egli ripone il Suo tesoro inestimabile in questi vasi di terra che siamo, perché Egli si diletta nel compiere l’impossibile dal nulla.

Vidi Israel Narvaez, ex capobanda dei Mau Mau, inginocchiarsi e ricevere Cristo come Signore. Non era solo un’esperienza superficiale ed emotiva, stava facendo sul serio. Ma Israel tornò dalla banda e finì in prigione con l’accusa di omicidio. Dio lo aveva mollato? Nemmeno per un istante! Oggi Israel è un ministro dell’Evangelo, ed ha accettato l’amore e il perdono di un Salvatore infinitamente paziente.

Hai fallito? C’è un peccato che ti opprime facilmente? Ti senti come un codardo debole, incapace di ottenere la vittoria su un peccato segreto? Ma insieme alla debolezza in te c’è anche una fame per Dio? Aneli Lui, lo ami, ti protendi verso Lui? Quella fame e quella sete è la chiave per la tua vittoria. Ciò ti rende diverso da tutti gli altri che si sono sentiti in colpa di aver deluso Dio. Ciò ti mette da parte. Devi mantenere viva quella fame, mantenere quella sete di giustizia. Non giustificare mai la tua debolezza, non arrenderti mai ad essa, e non accettarla mai come parte della tua vita.

giovedì 11 marzo 2010

LO FA CON LA VITA

Permettimi di raccontarti come fa Dio a portare persone nella sua casa, come fa a parlare loro e come le salva. Lo fa con la vita. Il Signore edifica la sua chiesa attraverso le testimonianze di luce che splendono da quelli che lo amano. E lo fa non perché questi servi usano i metodi giusti, ma perché vivono la loro vita.

La vita di Cristo produce luce nelle famiglie, nei vicinati, nelle città, nei luoghi di lavoro. Come si ottiene questa luce? Si ha quando ogni santo vive giustamente e piamente come un esempio della misericordia di Dio. Questi servi vivono onestamente, altruisticamente, senza alcuna parte oscura in loro. Vivono delle vite pienamente devote a Gesù, e sono pronte a servire gli altri in ogni momento.

Paolo parla di servi che “conoscono la sua volontà e distinguono le cose importanti, essendo ammaestrati dalla legge, e sono convinti di essere guida di ciechi, luce di quelli che sono nelle tenebre” (Romani 2:18-19). Questi santi, descritti qui da Paolo, sono esempi da raccomandare.

Permettetemi di darvi un esempio di questa luce. Di recente, il presidente di una società di New York ha chiamato la nostra chiesa. Prese la telefonata il pastore Neil. Il presidente disse al pastore Neil che due donne della nostra chiesa lavoravano per lui. Disse che non erano come le altre nel suo ufficio. Queste due donne erano sempre cortesi, sorridenti, aiutavano gli altri, non si lamentavano mai e non parlavano mai alle spalle di nessuno. “In loro c’è qualcosa di diverso”, ha detto. “Vorrei incontrarvi per scoprire da cosa deriva questa differenza”.

Queste donne sono candele celesti, messe al loro posto da Gesù. E la luce che risplendono illumina tutto il loro posto di lavoro. Come? Hanno la vita di Cristo in loro. Il capo l’ha riconosciuta come qualcosa di diverso da quello che il mondo ha da offrire.

Quel presidente era un ebreo. Pensi che avrebbe mai risposto ad un invito per una riunione di risveglio? Avrebbe mai letto degli opuscoli prodotti da una chiesa? No, li avrebbe gettati direttamente nel cestino senza neanche guardarli. Quest’uomo ha risposto alla luce vera – una luce nata da vite nascoste in Cristo, e vissuta quotidianamente da due umili donne.

Riusciamo a portare la luce nelle nostre comunità solo quando siamo pieni della vita di Cristo. Dobbiamo vivere il messaggio che portiamo, se vogliamo predicarlo con potenza. Dio ci aiuti a ricordare che la luce splende attraverso le piccole cose della vita.

mercoledì 10 marzo 2010

UN PERIODO ARIDO

Predico a migliaia di persone, eppure ci sono momenti in cui mi sento così arido, così lontano dalla presenza di Dio. Non ho una grande brama di leggere la Parola. La lettura della Bibbia, in tempi di aridità, viene più che altro fatta per un senso di dovere. Quando sono arido e vuoto, non sento una grande spinta a pregare, anche se so che la mia fede è intatta e il mio amore per Gesù è forte.

Ti sei mai seduto in chiesa e hai visto gli altro intorno a te venire benedetti, mentre tu non sentivi niente? Gli altri piangono, pregano, adorano con passione. Ma tu non ti senti minimamente coinvolto. Inizi a chiederti se c’è qualcosa che non va nella tua vita spirituale.

Credo che ogni vero credente sperimenti momenti di aridità in diversi periodi della propria vita cristiana. Persino Gesù provava un senso di solitudine quando gridò: “Padre, perché mi hai abbandonato?”

Cosa dovrei fare per vincere l’aridità spirituale?

1. Devo mantenere una vita di preghiera!

Nulla può dissipare l’aridità e il vuoto in noi più velocemente di un’ora o due nella nostra cameretta con Dio. Posticipare quell’appuntamento con Dio causa senso di colpa. Sappiamo che il nostro amore per Lui dovrebbe condurci alla Sua presenza, ma ci impegniamo in così tante altre cose, il tempo scivola, e Dio viene lasciato fuori. Gettiamo nella Sua direzione una sfilza di “preghiere in pensieri”. Ma nulla può prendere il posto di quella stanza segreta, con la porta chiusa, in preghiera al Padre, da soli.

2. Non devo più avere paura di un po’ di sofferenza!

La resurrezione di Cristo fu preceduta da un breve periodo di sofferenza. Noi moriamo! Soffriamo! C’è dolore e sofferenza.

Noi non vogliamo soffrire o resistere o essere feriti! Vorremmo una liberazione indolore! Vorremmo un intervento soprannaturale. “Fallo, Dio”, preghiamo, “perché sono debole e lo sarò sempre. Risolvi tutto, mentre proseguo per la mia strada, aspettando una liberazione soprannaturale!”

Ma, grazie a Dio, la sofferenza è sempre quel breve periodo prima della vittoria finale. “E il Dio di ogni grazia, che vi ha chiamati alla sua eterna gloria in Cristo Gesù, dopo che avrete sofferto per un po' di tempo, vi perfezionerà egli stesso, vi renderà fermi, vi fortificherà e vi stabilirà saldamente” (1 Pietro 5:10).

martedì 9 marzo 2010

IL FIGLIUOL PRODIGO E SUO PADRE

Credo che il figlio prodigo (vedi Luca 15) tornò a casa grazie alla sua storia con il padre. Questo giovane conosceva il carattere del padre, e sicuramente aveva ricevuto tanto amore da lui. Altrimenti, perché mai sarebbe ritornato da un uomo che lo avrebbe trattato con rabbia e vendetta, che lo avrebbe picchiato e gli avrebbe fatto restituire fino all’ultimo centesimo di quello che aveva scialacquato?

Il figlio prodigo sicuramente sapeva che se fosse tornato non sarebbe stato maltrattato o condannato per i suoi peccati. Probabilmente pensò: “So che mio padre mi ama. Non mi rinfaccerà il peccato. Mi riaccoglierà”. Quando hai quel genere di storia, puoi sempre ritornare a casa.

Notate come il padre del figlio prodigo lo “prevenne” con la benedizione della benignità. Il giovane era intenzionato ad offrire una confessione sincera al papà, perché ne aveva ripetuto le parole per tutto il tragitto di ritorno. Ma quando si trovò di fronte il padre, questi non gli diede neanche l’opportunità di confessarsi. Il padre lo interruppe correndogli incontro e abbracciandolo.

“Egli dunque si levò e andò da suo padre. Ma mentre era ancora lontano, suo padre lo vide e ne ebbe compassione; corse, gli si gettò al collo e lo baciò” (Luca 15:20). Il padre era così felice che il figlio fosse tornato, che lo coprì di baci dicendo: “Ti amo, figlio mio. Torna a casa e sii restaurato”.

Il padre fece tutto questo prima che il figlio potesse completare la sua confessione. Il giovane fu solo capace di mormorare l’inizio del suo discorso. Ma il padre non ne aspettò la conclusione. Per lui, il peccato del giovane era cosa già sistemata. L’unica risposta del padre fu quella di emettere un ordine ai suoi servi: “Mettete un vestito a mio figlio e fategli indossare l’anello. Preparate una festa, perché celebreremo. Che tutti gioiscano, perché mio figlio è tornato a casa!”.

Per il padre il problema non era il peccato. L’unica cosa che aveva in mente era l’amore. Voleva che suo figlio sapesse di essere accettato, prima ancora di poter pronunciare una confessione. E questo è il punto che Dio vuole far comprendere a tutti noi: il Suo amore è più grande di tutti i nostri peccati. “La bontà di Dio ti spinge al ravvedimento” (Romani 2:4).

lunedì 8 marzo 2010

GESÙ E LE TEMPESTE

Gesù sistemò i Suoi discepoli in una barca diretta verso una collisione. La Bibbia dice che Egli “li costrinse ad entrare in una barca” diretta verso acque burrascose dove sarebbe stata sballottata come in un setaccio. I discepoli sarebbero stati spinti in un’esperienza da “mini-Titanic”, e Gesù già lo sapeva.

“Subito dopo Gesù costrinse i suoi discepoli a salire sulIa barca e a precederlo all'altra riva, mentre egli licenziava le folle” (Matteo 14:22).

Dov’era Gesù? Era lassù sulle montagne, scrutando quel mare. Era lì a pregare per loro affinché non venissero meno nella prova che Egli sapeva dovevano attraversare. Il viaggio nella barca, la tempesta, le onde burrascose, i venti, era tutto parte di una prova che il Padre aveva programmato. Stavano per imparare la più grande lezione di sempre, come riconoscere Gesù nella tempesta.

I discepoli lo riconobbero come l’operatore di miracoli, l’Uomo che muta i pani e i pesci in cibo miracoloso. Lo riconobbero come l’amico dei peccatori, Colui che portava salvezza ad ogni popolo dell’umanità. Lo conoscevano come Colui che provvedeva ad ogni loro bisogno, pagando persino le loro tasse con denaro proveniente dalla bocca di un pesce.

Essi riconobbero Gesù come “il Cristo, il Figlio di Dio”. Essi sapevano che Egli aveva parole di vita eterna; sapevano che aveva potere sopra ogni opera del diavolo. Lo conoscevano come maestro, che insegnava loro come pregare, perdonare, legare e sciogliere. Ma non avevano mai imparato a riconoscere Gesù nella tempesta.

Questa è la radice di molti dei nostri problemi odierni. Confidiamo in Gesù per ottenere miracoli e guarigione, crediamo in Lui per la nostra salvezza e il perdono dei nostri peccati; guardiamo a Lui come Colui che provvede a tutti i nostri bisogni e confidiamo che un giorno ci porterà nella gloria. Ma quando una tempesta improvvisa si abbatte su di noi, sembra che tutto svanisca, ci risulta difficile vedere Gesù vicino a noi, da qualche parte. Non riusciamo a credere che Egli permetta delle tempeste per insegnarci come avere fiducia. Non siamo mai abbastanza certi che sia vicino a noi quando le cose cominciano a mettersi male.

C’era una sola lezione che i discepoli dovevano imparare in questa tempesta, una sola! Una semplice lezione, niente di profondo, mistico o sbalorditivo. Gesù voleva semplicemente avere la loro fiducia come loro Signore in ogni tempesta della loro vita. Voleva semplicemente che i discepoli mantenessero la loro sicurezza e gioia anche nell’ora più buia della prova. Tutto qui!

venerdì 5 marzo 2010

ANDARE “NELLO SPIRITO”

Si può andare “nello Spirito” in ogni nazione sulla terra. Si può toccare un popolo mai raggiunto mentre si è in ginocchio. Infatti, la nostra stanzetta segreta può diventare il quartiere generale del movimento dello Spirito di Dio su tutta una nazione.

Penso all’esempio di Abraamo. Pregò per l’empia e perversa Sodoma. Il Signore gli rispose: “Se trovo nella città di Sodoma cinquanta giusti, io risparmierò l'intero luogo per amor loro” (Genesi 18:26).

Quando Abraamo udì queste parole, iniziò a negoziare con il Signore. Gli chiese: “Ammesso che a quei cinquanta giusti ne manchino cinque, distruggeresti tu l'intera città per cinque di meno?” (Genesi 18:28). Abraamo stava chiedendo: “Signore, e se fra quei cinquanta credenti ce ne fossero solo quarantacinque giusti? Ammesso che solo quelli stiano pregando veramente? E ce ne fossero solo dieci che ti cercano? Se ce ne fossero solo dieci, risparmieresti la città?”. Dio rispose ad Abraamo: “Non la distruggerò per amore dei dieci” (18:32).

Questo brano ci insegna qualcosa del Signore. Lui è disposto a salvare un’intera società se trova una banda di giusti al suo interno. Ci parla di persone che cercano il suo volto per il bene della nazione.

Dio va persino oltre a quello che fece con Abraamo. In Ezechiele 22, Dio parla di trovare un solo giusto che prega ed è disposto a stare sulla breccia: “Io ho cercato fra loro un uomo che costruisse un muro e stesse sulla breccia davanti a me in favore del paese, perché io non lo distruggessi, ma non l'ho trovato” (Ezechiele 22:30).

Al tempo della profezia di Ezechiele, Israele era corrotto spiritualmente. I profeti erano profani, violavano la legge di Dio a destra e a manca. Ed il popolo era oppresso, vessato da ogni parte, pieno di concupiscenza, derubandosi a vicenda. Nessuno fra di loro gridava al Signore. Nessuno era disposto a stare sulla breccia per intercedere. Eppure Dio avrebbe salvato la nazione intera solo per amore di quell’intercessore.

Se non puoi fisicamente andare alle nazioni, puoi far parte del corpo di intercessori. E devi assistere quelli che hanno dato se stessi per andare alle nazioni. Quando Paolo scrive del suo viaggio, menziona non solo Tito e Timoteo come aiutanti, ma anche Lidia ed altre donne preziose che lo aiutavano. Si trattava di servi devoti la cui assistenza aiutò a toccare intere nazioni con l’evangelo.

giovedì 4 marzo 2010

PREGATE IL SIGNORE DELLA MÉSSE

Mentre Gesù osservava che il suo tempo sulla terra stava per scadere, sottolineò un terribile problema. Disse ai suoi discepoli: “La mèsse è veramente grande, ma gli operai sono pochi” (Matteo 9:37).

Leggendo queste parole mi chiedo: “Qual è la soluzione? Come possono sorgere altri operai per andare nelle nazioni?”. Gesù diede la risposta nel versetto successivo: qualcuno deve pregare che questi operai vadano a mietere. “Pregate dunque il Signore della mèsse che spinga degli operai nella sua mèsse” (Matteo 9:38).

Forse pensi: “Le porte si stanno chiudendo in tutto il mondo”. Può essere vero. Ma non importa quanto possano sembrare chiuse le nazioni ai nostri occhi. Se Dio è riuscito ad abbattere la Cortina di Ferro in Europa e le Porte di Bambù in Asia, niente può impedirgli di compiere qualunque cosa lui voglia.

Negli anni 1980, quando il nostro ministero aveva il quartier generale nel Texas, ho trascorso tutto un anno pregando che Dio mandasse qualcuno nella città di New York a fondare una chiesa a Times Square. Ho implorato di aiutare chiunque Dio scegliesse: per raccogliere fondi, per tenere riunioni, per dare sostegno. Eppure, mentre pregavo che Dio mandasse degli operai in quella mèsse specifica, il Signore mise quel peso su di me.

L’apostolo Paolo fu mandato come missionario attraverso la potenza della preghiera. Accadde in Antiochia, dove i responsabili della chiesa stavano pregando per la mèsse (vedi Atti 13:2-6). Il primo viaggio missionario di Paolo iniziò dopo una riunione di preghiera. Fu il risultato diretto di uomini pii che ubbidirono alle parole di Gesù, di pregare che Dio mandasse degli operai nella mèsse.

Lo stesso vale anche oggi. Dobbiamo essere pronti a compiere l’opera di preghiera per la mèsse, come fecero quei santi uomini ad Antiochia. Il fatto è che mentre preghiamo lo Spirito Santo guarda su tutta la terra, mettendo un peso nei cuori di quelli che desiderano essere usati dal Signore. Lui sta toccando persone ovunque, appartandole per il suo servizio.

In Matteo 8 venne a Gesù un centurione che cercava guarigione per il suo servo malato. Cristo rispose al centurione: “Va' e ti sia fatto come hai creduto!”. E il suo servo fu guarito in quell'istante” (Marco 8:13). Credo che accada lo stesso a tutti coloro che intercedono per la mèsse. Mentre chiediamo a Dio di mandare operai, lo Spirito Santo stimola qualcuno da qualche altra parte, non importa dove. La verità potente è che le nostre preghiere vengono usate per mandare operai nella mèsse.

mercoledì 3 marzo 2010

L’ILLIMITATO PERDONO DID DIO

Mio caro amico, non limitare mai il perdono di Dio verso di te! Non c’è limite al Suo perdono e alle Sue compassioni. Gesù disse ai Suoi discepoli: “E se anche peccasse sette volte al giorno contro di te, e sette volte al giorno ritorna a te, dicendo: "Mi pento", perdonagli” (Luca 17:4).

Riesci a credere ad una cosa del genere? Questa persona pecca volontariamente sette volte al giorno proprio davanti ai miei occhi, poi dice “mi dispiace”. Ed io devo perdonarlo, del continuo. Quanto più il nostro Padre celeste perdonerà i Suoi figli che vanno a Lui con ravvedimento! Non cercare di capire, e non chiedere come o perché Egli perdoni tanto liberalmente. Semplicemente, accettalo!

Gesù non ha detto: “Perdona tuo fratello una volta o due, e poi digli di andare e non peccare più. Digli che se prova a rifarlo sarà tagliato fuori. Digli che è un peccatore incallito”. No! Gesù ha richiesto un perdono illimitato, senza confini!

Perdonare è la natura di Dio. Davide disse: “Poiché tu, o Signore, sei buono e pronto a perdonare, e usi grande benignità verso tutti quelli che t'invocano” (Salmo 86:5). Dio sta attendendo proprio ora di inondare il tuo intero essere con la gioia del perdono. Hai bisogno di aprire tutte le porte e le finestre della tua anima e permettere al Suo Spirito di inondarti di perdono.

Giovanni, parlando da cristiano, scrisse: “Egli è l'espiazione per i nostri peccati; e non solo per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo” (1 Giovanni 2:2).
Secondo Giovanni, l’obiettivo di ogni cristiano è di “non peccare”. Ciò significa che il cristiano non è rivolto al peccato, piuttosto, propende verso Dio. Ma cosa accade quando questo figlio rivolto a Dio pecca?

“E se pure qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto” (1 Giovanni 2:1).

“Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità” (1 Giovanni 1:9).

Riponi il tuo senso di colpa, amico mio. Non hai bisogno di portare quel peso un altro minuto ancora. Apri le porte e le finestre del tuo cuore, e lascia entrare l’amore di Dio. Egli ti perdona, e lo farà sempre! Egli ti donerà la potenza di affrontare le tue lotte e ti condurrà alla vittoria. Se chiedi, se ti ravvedi, sei perdonato! Accettalo ora!

martedì 2 marzo 2010

IL PERICOLO DEL SENSO DI COLPA

Il senso di colpa è pericoloso in quanto distrugge la fede. Il nemico delle nostre anime non è affatto interessato a rendere i cristiani degli adulteri, dei drogati o delle prostitute. Egli è unicamente interessato ad una cosa, trasformare i cristiani in non credenti. Egli si usa delle lussurie del corpo per legare la mente.

Satana vuole che tu sia talmente schiacciato dal senso di colpa da lasciar perdere la fede, vuole che dubiti della fedeltà di Dio e pensi che, in fondo non importa a nessuno di te, che vivrai nella miseria e col cuore in pezzi, che sarai sempre schiavo della tua lussuria, che la santità di Dio sia irraggiungibile, che sarai lasciato solo a risolverei tuoi problemi, che Dio non si preoccupi più dei tuoi bisogni e dei tuoi sentimenti. Se riesce a portarti sull’orlo della disperazione, sarà in grado di inondarti di incredulità, e allora avrà compiuto la propria missione. I tre semplici passi verso l’ateismo sono il senso di colpa, il dubbio e l’incredulità.

Il senso di colpa riesce ad erodere la vitalità spirituale di un cristiano come un terribile cancro, porta una persona a perdere il controllo della vita; conduce ad un desiderio di mollare o di ritirarsi dall’attività spirituale; e, infine, porta con sé dolore fisico e malattie. Come il cancro, il senso di colpa si nutre di se stesso finché tutta la vita spirituale se ne va, e il risultato finale è debolezza ed un senso di vergogna e fallimento.

Il modo di sbarazzarsi dal senso di colpa è sbarazzarsi del peccato, il che sembra semplice, ma non lo è. Non si tratta solo di decidere di “gettare” quella terza parte che è entrata nella tua vita. Ci hanno provato in molti, scoprendo che non funziona. Non puoi semplicemente allontanarsi da quelle cose che ti legano.

Il passo più importante che tu possa mai fare nella tua vita è quello che farai subito dopo aver dispiaciuto Dio. Crederai alle bugie dell’accusatore e ti arrenderai alla disperazione, oppure permetterai a te stesso di ricevere il fiume di perdono dell’amore di Dio?

Temi di chiedere il Suo perdono perché non sei davvero sicuro di voler essere libero da ciò che ti lega? Vuoi il Signore, però ancora brami nel segreto qualcosa che non è legittimamente tuo? Dio è in grado di rispondere alla preghiera sincera, e far sì che tu voglia compiere la Sua perfetta volontà. Chiedigli di far sì che tu voglia compiere la Sua volontà.

lunedì 1 marzo 2010

OGGI POSSIAMO UDIRE LA SUA VOCE

Milioni di persone si sono convertite perché un uomo ha aspettato di udire la voce di Dio. Saulo “cadde a terra e udì quella voce”, e quando divenne Paolo, continuò a udire quella voce. Il Signore parlava personalmente con lui.

Pietro permise alla voce del Salvatore di raggiungerlo. “Pietro salì sul terrazzo della casa, verso l'ora sesta, per pregare…E una voce gli disse…” (Atti 10:9, 13).

L’intera stirpe dei Gentili fu introdotta nel Regno, insieme alla casa di Cornelio, perché un uomo ubbidì ad una voce. Stiamo vivendo negli stessi tempi neotestamentari, e come Paolo e Pietro anche noi dobbiamo permettere alla Sua voce di raggiungerci. “Ma oggi, se udite la Sua voce…” Cosa potrebbe fare Dio con cristiani che imparano ad ascoltare dal cielo!

Invece di aspettare che la Sua voce ci raggiunga, corriamo da consulenti e psicologi cristiani, frequentiamo una sessione o l’altra, e leggiamo libri e ascoltiamo registrazioni, cercando di ascoltare Dio. Cerchiamo una parola chiara di direzione per le nostre vite, e vogliamo che i pastori ci dicano cosa è giusto e cosa è sbagliato. Desideriamo avere un leader da seguire, una traccia per il futuro. Ma pochi sanno come andare al Signore e udire la Sua voce. Ci sono molti che sanno come attirare l’attenzione di Dio, riuscendo davvero a toccarlo, ma non sanno nulla di come Dio voglia raggiungere loro.

“Chi ha orecchi da udire, oda!” (Matteo 11:15).

Dio vuole ancora una volta scuotere la terra.

“Guardate di non rifiutare colui che parla, perché se non scamparono quelli che rifiutarono di ascoltare colui che promulgava gli oracoli sulla terra, quanto meno scamperemo noi, se rifiutiamo di ascoltare colui che parla dal cielo, la cui voce scosse allora la terra, ma che ora ha fatto questa promessa, dicendo: “Ancora una volta io scuoterò non solo la terra, ma anche il cielo” (Ebrei 12:25-26).

Egli ha promesso, “Ancora una volta la mia voce sarà udita. Coloro che udranno scuoteranno la terra, e cielo e terra saranno smossi. Dall’udire la mia voce, tutto ciò che verrà sciolto sulla terra sarà sciolto nei cieli”.

All’ultima chiesa, la chiesa di Laodicea, il Signore grida:

“Ecco, io sto alla porta e busso; se qualcuno ode la mia voce ed apre la porta, io entrerò da lui, e cenerò con lui ed egli con me” (Apocalisse 3:20).

“Sto chiedendo di essere ascoltato. Aprimi. Lasciami entrare nella tua stanzetta segreta. Lascia che io ti parli e parla con me. Abbiamo comunione. È così che ti preserverò dall’ora di tentazione che sta per abbattersi su tutto il mondo”.