lunedì 30 novembre 2015

COSA SIGNIFICA DIMORARE IN CRISTO by Gary Wilkerson

La grazia di Dio non solo ci salva, ma ci forma.

“Infatti la grazia di Dio, salvifica per tutti gli uomini, si è manifestata” (Tito 2:11). Che grande notizia! Paolo esalta la gloriosa grazia di Dio, che ci salva. Fine della storia, giusto? No, non lo è proprio. Paolo aggiunge prontamente che questa stessa grazia “c’insegna a rinunciare ad ogni empietà” (2:12).

Paolo qui sta descrivendo cosa significhi dimorare in Cristo. Ciò implica “rinunciare all'empietà e alle passioni mondane, per vivere in questo mondo moderatamente, giustamente e in modo santo” (2:12). In altre parole, la grazia Dio provvede non solo vita eterna ma vita abbondante oggi, adesso. La parte che noi giochiamo dimorando in Cristo ci conduce a una vita benedetta, pia, ricca di pace.

Paolo però non si ferma qui. Egli istruisce Tito con forza, “Parla di queste cose, esorta e riprendi con piena autorità” (2:15). Ricorda, il soggetto di Paolo in questo passo è la grazia. Egli sta in pratica affermando, “Quando la grazia viene predicata ma non ti insegna a rinunciare all’empietà, c’è qualcosa che manca”. Se vogliamo servire Gesù, non possiamo evitare la correzione, che derivi dalla Parola di Dio o dai nostri rispettati amici. Tuttavia, ci viene promesso anche questo sulla potatura correttiva di Dio: “In seguito tuttavia produce un frutto di pace e di giustizia in coloro che sono stati addestrati per mezzo di essa” (Ebrei 12:11).

La sua potatura è davvero potente – sia nel dolore che nel frutto glorioso che porta. Manchi di pace? Ti sei allontanato dalla Vite, la fonte della tua vita, per attingere ad altre fonti? Chiedi a Dio di prendere le sue cesoie e usarle sul tuo cuore. Forse taglierà, pulirà e rimuoverà cose che non dovrebbero trovarsi lì e quando avrà finito, l’albero glorioso nel tuo giardino potrebbe apparire come poco più di un troncone. Ma ciò che crescerà da quel troncone è un frutto che non avresti mai immaginato – e sarà qualcosa che non avresti mai potuto produrre da solo.

Perché una lama in quest’insegnamento di commiato da parte di Gesù? Egli spiega, “Vi ho detto queste cose, affinché la mia gioia dimori in voi e la vostra gioia sia completa” (Giovanni 15:11). “Completa” indica piena, potente, compiuto. Che parole di commiato vere, buone, bellissime ha donato ai Suoi discepoli – e per noi sono una manna oggi. La Sua potatura porta gioia – tutto dalla mano di un giardiniere esperto, che ci ama.

sabato 28 novembre 2015

ABRAAMO E LA CARESTIA SPIRITUALE by Claude Houde

La carestia stava peggiorando ed Abraamo cominciò ad allontanarsi dal suo altare. Esaminiamolo attentamente, perché Abraamo siamo te ed io ad un certo punto del nostro cammino cristiano. Tu dici: “ho perso qualcosa: la mia passione per la preghiera, la mia pace, la l'adorazione, la mia gioia, il mio zelo per la Sua casa, la mia gentilezza, la mia generosità, la capacità di farmi muovere dai bisogni della gente intorno a me o lontana da me”. Abraamò aveva perso il suo altare a causa della carestia.

Cos'è la carestia? La carestia è una serie di duri colpi, una ferita dopo l'altra. Si tratta di periodi in cui passiamo per una serie di delusioni e cerchiamo coraggiosamente di andare avanti come se tutto andasse bene. Abraamo aveva perso il suo obiettivo, la sua visione. Ascoltalo mentre rifletteva sul pensiero: “perché io sia trattato bene a motivo di te e la vita mi sia conservata per amor tuo” (leggi Genesi 12:10-13). Era chiamato ad essere di benedizione per gli altri, ma perse il suo proposito.

Abraamo stava morendo lentamente nella morsa di una carestia spirituale. Stava perdendo non solo il suo fervore ed il suo scopo, ma anche il suo favore e la sua fede. L'uomo che era stato chiamato ad essere la fonte di benedizione cominciò tragicamente ad abbandonare ciò che lo aveva reso grande: la fede che aveva portato il favore di Dio su di lui ed attraverso lui per toccare e benedire gli altri.

“Ma il Signore colpí il faraone e la sua casa con grandi piaghe, a motivo di Sarai, moglie d'Abramo. Allora il faraone chiamò Abramo e disse: «Che cosa mi hai fatto?»” (Genesi 12:17-18). Abraamo non era più fonte di gioia e rispetto; infatti, divenne una persona che portava vergogna e dolore. Aveva completamente perso la sua fede e la fiducia in Dio.

Avvicinati, dagli un'occhiata. Era tormentato, spaventato e la sua eredità spirituale era in pericolo. Inginocchiandoci vicino a lui, realizziamo il perché fosse considerato padre della fede. Non era un modello perché era senza macchia, senza peccato o perché sua moglie fosse in grado di fare ininterrotte successioni di exploit, saggezza e perfezione immacolata. La Bibbia non tratta il suo peccato con leggerezza o lo giustifica in qualche modo. Tuttavia, egli ha un messaggio per tutti semplicemente perché sapeva come ricostruire il suo altare e trovare di nuovo Dio. “Continuò il suo viaggio dal meridione fino a Betel...al luogo dov'era l'altare che egli aveva fatto prima; e lí Abramo invocò il nome del Signore” (Genesi 13:3-4).

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Claude Houde, pastore della Eglise Nouvelle Vie (Chiesa della Nuova Vita) a Montreal, Canada, è spesso relatore alle conferenze della Expect Church Leadership organizzate dalla World Challenge in tutto il mondo. Sotto la sua guida La Chiesa della Nuova Vita è cresciuta da poche persone a più di 3500 in una parte del Canada dove le chiese Pentecostali hanno da sempre avuto poco successo.

venerdì 27 novembre 2015

UNA NUBE DI CONFUSIONE

Mi chiedo quanti cristiani che leggono questo messaggio in questo momento si trovino in una nube di confusione. Ciò ti descrive? Forse le tue preghiere non ricevono risposta. Sei sempre abbattuto. Affronti delle situazioni nella tua vita che non riesci a spiegare. Sei deluso dalle circostanze e dalle persone. Dubiti sempre di te stesso, sei angosciato da domande e scruti il tuo cuore in continuazione per vedere se hai sbagliato. Avverti malinconia, disperazione, indecisione – e non riesci a scuoterle via.

Forse sei un credente maturo. Per anni hai ascoltato una predicazione sana ma ora dubiti di te stesso e ti senti inadeguato. Non avverti la gioia del Signore come prima. Così, ti chiedi se il Signore non abbia qualcosa contro di te.

Lascia che ti chieda: confidi nelle Sue promesse? Fai tua la sua Parola preziosa? Vai all’attacco contro Satana con la Parola che hai sentito predicare? Oppure ignori la fedeltà che il Signore ti ha mostrato in passato? Non confidi che stia al tuo fianco, che abbia il controllo di tutto ciò che concerne la tua vita? Se è così, ti sei aperto alle tenebre.

Gesù descrive la persona che vive nelle tenebre dicendo, “Chi cammina nelle tenebre non sa dove va” (Giovanni 12:35). In altre parole, “Una persona del genere ha perso la via. I suoi passi sono confusi, è indeciso e cammina nella cecità”.

So cosa significa entrare in una simile nube di tenebre. Le cose si confondono. Non riesci a sentire una parola chiara da parte di Dio. Vuoi subito delle risposte e gridi a Dio, Oh, Signore, non Ti vedo e non Ti sento come una volta”. Finisci per chiedergli di essere più comprensivo, più pietoso riguardo la tua condizione.

La verità però è che il Signore non ha pietà per l’incredulità sfacciata. Egli ne è addolorato. Egli si aspetta che camminiamo nella luce che abbiamo ricevuto. Dobbiamo confidare nella Sua Parola e afferrare le Sue promesse. Quando torneremo alla conoscenza della Sua Parola, e alla convinzione dello Spirito Santo, allora usciremo da queste tenebre – ma solo allora!

giovedì 26 novembre 2015

CAMMINARE NELLA LUCE

“Camminate mentre avete la luce, affinché non vi sorprendano le tenebre” (Giovanni 12:35). Le tenebre qui significano “cecità spirituale, confusione, perdita di chiarezza, buio”. Inizialmente mi sono chiesto, “Tenebre su chi ama Gesù? Come potrebbero delle tenebre simili abbattersi sul popolo di Dio?”

Voglio subito dire di essere stato personalmente inondato dalla luce di Gesù. In più di cinquant’anni di ministero, ho testimoniato della potenza del Signore resuscitare chi era morto spiritualmente. Ho visto tante persone uscire dalle tombe della dipendenza da droga e alcol. Il mio libro La Croce e il Pugnale parlava proprio della potenza di Dio che opera miracoli. Per tutta la vita ho visto morti che camminavano tornare in vita mediante la potenza della Sua resurrezione.

Ho visto tanti altri raggi di luce – dai nomi di Dio che danno vita alle promesse del Suo Nuovo Patto all’adempimento delle Sue profezie. In un certo senso, ho testimoniato tutto ciò di cui Giovanni 12 parla e molto di più. Infatti, Dio oggi ha rivelato al Suo popolo ciò che gli occhi di quei giudei non riuscivano a vedere. Sappiamo non solo dalla Scrittura, ma anche per esperienza che Dio ha preparato grandi cose per coloro che Lo amano. Abbiamo ricevuto il Nuovo Testamento per istruirci a riguardo e abbiamo inoltre ricevuto lo Spirito Santo per insegnarci. Allo stesso modo, abbiamo “promesse migliori”, affinché diventiamo partecipi della Sua natura divina.

Abbiamo ricevuto insegnanti, pastori, evangelisti e profeti unti per inondare il nostro cuore e le nostre menti di luce. Essi c’immergono nella verità, ci riempiono di promesse gloriose e ci ricordano la fedeltà di Dio nel liberarci volta dopo volta. Ti chiedo, con tutte queste benedizioni meravigliose, come potremmo mai essere adombrati dalle tenebre?

Di solito, quando pensiamo alle tenebre spirituali, pensiamo agli atei. Oppure pensiamo a peccatori incalliti e saturi di peccato che brancolano nel buio, sopraffatti da dolore e vuoto. Però non è di questo tipo ti tenebre che Gesù parla in Giovanni 12. No, queste tenebre sono una nuvola di confusione, di cecità spirituale, d’indecisione, un buio della mente e dello spirito – ed esso s’abbatte sui credenti.

Quando arrivano questi momenti, quando siamo assediati da tentazione o disperazione, dobbiamo dire con fiducia, “Tu hai liberato i Tuoi servi in modo soprannaturale nel corso della storia. Fallo ancora e lascia che la Tua forza sia resa perfetta nella mia debolezza”.

mercoledì 25 novembre 2015

STUPITO DAL SUO AMORE

Dobbiamo prendere a cuore questa parola dalla parabola di Gesù: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito…Non dovevi anche tu aver pietà del tuo conservo, come io ho avuto pietà di te?" (Matteo 18:32-33).

La domanda per ogni cristiano è questa: “Perdono i miei fratelli? Sopporto le loro differenze?” Se mi rifiuto di amarli e perdonarli, seppure io sia stato perdonato, Gesù mi definisce “un servo malvagio”.

Non fraintendermi: ciò non significa che dobbiamo permettere il compromesso. Paolo predicava la grazia con franchezza, ma istruì Timoteo, “Riprendi, rimprovera, esorta con ogni pazienza e dottrina” (2 Timoteo 4:2). Dobbiamo essere guardiani audaci della sana dottrina.

Tuttavia, non dobbiamo usare la dottrina per costruire muri tra di noi. Questo fu il peccato dei farisei. La legge diceva loro, “Osservate il sabato”, ma il comandamento in sé non era abbastanza per la loro carne. Vi aggiunsero le loro innumerevoli regole e regolamentazioni di tutela che consentivano meno movimenti fisici possibili di sabato. La legge inoltre diceva, “Non nominare il nome di Dio invano”. I farisei però vi costruirono altri muri, dicendo, “Non menzioneremo proprio il nome di Dio. Allora non potremo nominarlo invano”.

Quale fu la reazione del re all’ingratitudine del servo nella parabola di Gesù? La Scrittura dice, “E il suo padrone, adiratosi, lo consegnò agli aguzzini finché non avesse pagato tutto quanto gli doveva” (Matteo 18:34). In greco, rende così, “Portato negli abissi per essere tormentato”. Non posso fare a meno di pensare che Gesù qui stesse parlando dell’inferno.

Dunque, cosa ci dice questa parabola? In che modo Cristo riassume il Suo messaggio ai Suoi discepoli, i Suoi compagni più intimi? “Così il mio Padre celeste farà pure a voi, se ciascuno di voi non perdona di cuore al proprio fratello i suoi falli” (18:35).

Ho i brividi quando leggo questa parabola. Mi fa venire voglia di cadere in ginocchio e chiedere a Gesù un battesimo d’amore per i miei conservi. Ecco la mia preghiera. Ti esorto a farla tua:

“Dio, perdonami. Mi lascio facilmente provocare dagli altri e troppo spesso rispondo con rabbia. Tuttavia, non so dove sarei senza la Tua grazia e pazienza. Sono stupito dal Tuo amore. Allora sarò in grado di essere paziente coi miei fratelli, nel Tuo Spirito d’amore e misericordia”.

martedì 24 novembre 2015

IL MERAVIGLIOSO AMORE DI DIO

Cosa si cela dietro i conflitti pieni di giudizio? Perché servi di Dio che sono stati perdonati così tanto a livello personale trattano male i loro fratelli e rifiutano di avere comunione con loro? Ciò si può ricondurre al peccato più penoso possibile: il disprezzo della bontà di Dio.

Sono giunto a questa conclusione solo ricercando la risposta nel mio cuore. Ho ricordato la mia lotta personale nell’accettare la misericordia e la bontà di Dio nei miei confronti. Per anni avevo vissuto e predicato sotto un giogo legalista. Cercai in tutti i modi di vivere secondo gli standard che pensavo mi avrebbero condotto alla santità, ma si trattava più che altro di una lista di fare-non-fare.

La verità è che mi sentivo più a mio agio in compagnia di profeti tuonanti che alla croce, dove il mio bisogno era stato sepolto. Predicavo la pace, ma non la sperimentavo mai pienamente. Perché? Perché non ero sicuro dell’amore di Dio e della Sua pazienza riguardo i miei fallimenti. Mi vedevo talmente debole e malvagio da ritenermi indegno dell’amore di Dio. In breve, ingigantivo i miei peccati al di sopra della Sua grazia.

Poiché non sentivo l’amore di Dio per me, giudicavo tutti gli altri. Vedevo gli altri nello stesso modo in cui percepivo me stesso: un compromesso. Ciò influenzava la mia predicazione. Inveivo contro il male negli altri perché lo sentivo montare dentro al mio cuore. Come il servo ingrato, non avevo creduto alla bontà di Dio verso di me (cfr. Matteo 18:32-33). E poiché non facevo mia la Sua pazienza amorevole nei miei confronti, non ce l’avevo per gli altri.


Infine, la vera domanda mi diventò chiara. Non era più, “Perché così tanti cristiani sono duri e non perdonano?” Ora mi chiedevo, “Come posso adempiere il comandamento di Cristo di amare gli altri come Lui ha amato me se non sono convinto che Lui mi ami?”

Paolo ammonisce, “Sia rimossa da voi ogni amarezza, ira, cruccio, tumulto e maldicenza con ogni malizia. Siate invece benigni e misericordiosi gli uni verso gli altri, perdonandovi a vicenda, come anche Dio vi ha perdonato in Cristo” (Efesini 4:31-32).

lunedì 23 novembre 2015

DIVENTARE PIÙ FRUTTIFERI by Gary Wilkerson

Gesù dice, “Ogni tralcio che porta frutto, lo pota affinché ne porti ancora di più” (Giovanni 15:2).

I cristiani che portano frutto vengono potati? Non è certo quello che molti di noi si aspettano da una vita di servizio a Dio. Nel più profondo ci aspettiamo una ricompensa. Dopo tutto, non sarebbe giusto?

Ciò che Gesù qui sta dicendo è controintuitivo e controculturale. Quando ero piccolo era difficile ricevere un complimento per qualche raggiungimento. Oggi se un bambino partecipa soltanto a una squadra sportiva, viene ricompensato con un trofeo. Non pensare che io sia un vecchiaccio incompreso e sono totalmente a favore di tutto l’incredibile sostegno che oggi molti genitori offrono ai propri figli, ma la nostra società sta scoprendo l’effetto negativo di coccolare i nostri figli. Le troppe premure insegnano loro a odiare la correzione e quando vengono festeggiati per tutto quello che fanno, credono che tutto ciò he fanno sia giusto.

Ciò descrive molta della chiesa oggi. Come cristiani, godiamo dell’amore incondizionato ma odiamo essere corretti. Nella Sua metafora della vigna, Gesù dice che nostro Padre vuole farci conoscere un amore più profondo di quello di un genitore premuroso. Il nostro amore Padre infatti dice, “Sì, stai portando frutto e ciò Mi è gradito, ma voglio accrescere la tua gioia nella vita abbondante e lo farò continuando a potarti”.

“Ogni tralcio che porta frutto, lo pota affinché ne porti ancora di più”. La maggior parte di noi non comprende questo concetto. Io e mia moglie l’abbiamo imparato a nostre spese quando un giardiniere, l’anno scorso, ha usato una cesoia sulle nostre piante. Siamo rientrati da un viaggio per trovare ogni forma di verde nel nostro giardino ridotto a piccoli rametti. Il nostro meraviglioso giardino sembrava un paesaggio inaridito di un pianeta solitario. Eravamo pronti a licenziarlo subito! 


Quando però è arrivata la primavera quest’anno, ogni pianta aveva raddoppiato la propria fioritura. Ogni bocciolo si era aperto prima e in maniera più piena e ciò che prima era disordine ora era pulito e bellissimo, pieno di frutti e fiori. L’opera potatrice di Dio nella nostra vita è proprio così. Non è facile per noi – in realtà è doloroso. E non è bello – ma porta con sé un frutto glorioso che non sarebbe arrivato diversamente.

venerdì 20 novembre 2015

LA BONTÀ DI DIO

“Oppure disprezzi le ricchezze della sua bontà, della sua pazienza e della sua costanza, non riconoscendo che la bontà di Dio ti spinge al ravvedimento?” (Romani 2:4).

Cosa intende dire Paolo quando dice che questa persona disprezza le ricchezze della bontà di Cristo? Il termine disprezzato qui significa, “Lui non pensava fosse possibile”. In altre parole, questo credente disse, “Una tale grazia e misericordia non sono possibili. Non riesco a comprenderle”. Non rientrava nella sua teologia. Così, invece di accettarle, ha chiuso la sua mente contro di esse.

Perché il servo ingrato di Matteo 18:23-35 non riusciva ad accettare la grazia del re? C’è un motivo: non prese seriamente l’enormità del suo peccato. Tuttavia, il re gli aveva già detto, “Sei libero. Non c’è più colpa, non ci sono reclami, non ci sono condizioni o opere richieste. Tutto ciò che devi fare ora è concentrarti sulla bontà e la pazienza che ti ho mostrato”.

È tragico notare che una persona che non riesce ad accettare l’amore non sia capace di amare nessun altro. Piuttosto, comincia a giudicare gli altri. Ecco cosa accadde a questo servo. Non comprese affatto la misericordia del re per lui. Vedi, la pazienza di Dio e il perdono immeritato servono ad un’unica cosa: condurci a ravvedimento. Paolo chiede, “Non ti rendi conto che la bontà di Dio ti porta al ravvedimento?”

È chiaro dalla parabola che questo sia il motivo per cui il padrone perdonò il servo. Voleva che il suo uomo fidato si distogliesse dalle opere della sua carne per riposare nell’incredibile bontà del re. Un tale riposo lo avrebbe liberato e condotto all’amore e al perdono degli altri in cambio. Tuttavia, invece di ravvedersi, questo servo se ne andò, dubitando della bontà del suo padrone. Escogitò un piano b e, disprezzando la misericordia del re, trattò gli altri con giudizio.

Riesci a immaginare la mente travagliata di una persona del genere? Quest’uomo lasciò un luogo sacro di perdono, dove aveva goduto della bontà e della grazia del padrone. Invece di rallegrarsene, disprezzò il pensiero di una tale completa libertà. Sappi che qualsiasi credente pensi che la bontà di Dio sia impossibile, si apre a ogni menzogna satanica. La sua anima non ha riposo. La sua mente è in costante tumulto. Ed ha un costante timore del giudizio.

Mi chiedo quanti cristiani oggi vivano quest’esistenza tormentata. È per questo che c’è tanto conflitto, tante divisioni nel Corpo di Cristo? È per questo che così tanti ministri discutono e tante denominazioni rifiutano di avere comunione le une con le altre?

giovedì 19 novembre 2015

LA RESPONSABILITÀ DELLA GRAZIA

Il re ha forse trascurato il peccato del servo nella parabola di Matteo 18:23-25? Ha forse chiuso un occhio al suo debito e l’ha scusato? No, affatto. La verità è che, perdonandolo, il re ha messo su quest’uomo una gravosa responsabilità, una responsabilità persino maggiore del peso del suo debito. Infatti, questo servo ora era in debito col suo padrone più che mai. Come? Era responsabile di perdonare ed amare gli altri, proprio come il re aveva fatto con lui.

Che responsabilità incredibile e non si può nemmeno separare dagli altri insegnamenti del regno che Cristo ci ha donato. Dopo tutto, Gesù ha detto, “Se voi non perdonate agli uomini le loro offese, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre” (Matteo 6:15). L’idea è chiara: “Se non perdonate gli altri, Io non perdono voi”. Questa non è una parola opzionale, è un comando. Gesù ci sta in pratica dicendo, “Io vi ho atteso, vi ho trattati con amore e misericordia e vi ho perdonato per la Mia bontà e misericordia. Allo stesso modo, dovete essere amorevoli e compassionevoli verso i vostri fratelli e sorelle. Dovete perdonarli liberamente, proprio come Io ho perdonato voi. Dovete entrare in casa vostra, nella vostra chiesa, nel vostro ufficio, andare per le strade e mostrare a tutti la grazia e l’amore che Io ho mostrato a voi”.

Paolo fa riferimento al comandamento di Gesù quando dice, “Come Cristo vi ha perdonato, così fate pure voi” (Colossesi 3:13). Poi espone come ricercare di essere obbedienti a tale comandamento: “Vestitevi dunque come eletti di Dio, santi e diletti, di viscere di misericordia, di benignità, di umiltà, di mansuetudine e di pazienza, sopportandovi gli uni gli altri e perdonandovi, se uno ha qualche lamentela contro un altro…E sopra tutte queste cose, rivestitevi dell'amore, che è il vincolo della perfezione” (3:12-14).

Cosa significa sopportare? Il termine greco indica, “tollerare, pazientare”. Ciò indica sopportare cose che non ci piacciono. Ci viene detto di tollerare i fallimenti altrui, sopportare quei modi che non comprendiamo.

mercoledì 18 novembre 2015

ACCETTARE LA SUA MISERICORDIA

Gesù donò la parabola di Matteo 18:23-35 per mostrarci un esempio di servo fedele e talentuoso che immediatamente si rivela essere il capo di tutti i debitori. Ecco una persona immeritevole, piena di motivazioni sbagliate, completamente indegna di compassione. Eppure il suo padrone lo perdona liberamente – proprio come Gesù ha fatto con me e con te.

Lasciami dire una breve parola sul ravvedimento. Questo concetto viene spesso definito come “una svolta”. Parla di un volgimento, una svolta a 180 gradi da dove ci si stava dirigendo. Inoltre, il ravvedimento viene solitamente accompagnato da un santo dolore.

Tuttavia, ancora una volta il Nuovo Patto porta un concetto veterotestamentario ancora oltre. Il ravvedimento racchiude più che solo l’allontanarsi dai peccati della carne – più che una contrizione per il passato e l’essere tristi per aver addolorato il Signore. Secondo la parabola di Gesù, il ravvedimento riguarda il nostro allontanarci dalla malattia mentale che ci fa credere che in qualche modo possiamo rimediare ai nostri peccati.

Tale malattia affligge milioni di credenti. Ogni volta che tali cristiani cadono nel peccato, pensano, “Posso mettere le cose apposto col Signore. Gli offrirò delle lacrime sincere, una preghiera più fervente, più lettura della Bibbia. Sono determinato a rimediare per Lui”. Ma ciò è impossibile. Questo modo di pensare porta in un solo luogo: disperazione totale. Queste persone lottano in continuazione e vengono sempre meno, finendo così per accontentarsi di una pace finta. Ricercano una santità fasulla di loro invenzione, autoconvincendosi di una menzogna.

Dimmi, cosa ti ha salvato? Sono state le tue lacrime e la tua supplica fervente? Il tuo profondo dolore per aver offeso Dio? La tua sincera risoluzione di abbandonare il peccato? No, nulla di tutto ciò. Soltanto la grazia ti ha salvato. E come il servo nella parabola, non la meritavi. In realtà, ancora non ne sei degno, non importa quanto santo sia il tuo cammino.

Ecco una formula semplice per un vero ravvedimento: “Devo mettere da parte, una volta per tutte, ogni pensiero secondo il quale io potrei mai ripagare il Signore. Non potrei mai fare a modo mio per entrare nelle Sue grazie. Dunque, nessuno sforzo o opera buona da parte mia può spazzare via il mio peccato. Devo solo accettare la Sua misericordia. È l’unica via per la salvezza e la libertà”.

martedì 17 novembre 2015

AFFAMATO DI DIO

Quando a Gerusalemme esplose il risveglio, un angelo parlò all’apostolo Filippo, istruendolo di recarsi nel deserto di Gaza dove avrebbe incontrato un funzionario etiope su un carro. Filippo scoprì che l’uomo leggeva ad alta voce dal libro d’Isaia, così chiese al funzionario, “Comprendi ciò che leggi?” (Atti 8:30).

Sembra che il funzionario fosse rimasto bloccato su un passo che l’aveva sconcertato: “Gli avevano assegnato la sepoltura con gli empi, ma alla sua morte fu posto col ricco, perché non aveva commesso alcuna violenza e non c'era stato alcun inganno nella sua bocca. Ma piacque all'Eterno di percuoterlo, di farlo soffrire. Offrendo la sua vita in sacrificio per il peccato, egli vedrà una progenie, prolungherà i suoi giorni, e la volontà dell'Eterno prospererà nelle sue mani. Egli vedrà il frutto del travaglio della sua anima e ne sarà soddisfatto” (Isaia 53:9-11).

Prova a immaginare l’emozione dell’etiope nel leggere queste cose meravigliose. Evidentemente, era affamato di Dio, altrimenti non avrebbe letto le Scritture. E ora la profezia d’Isaia rivelava la venuta di un re eterno. Ad ogni rivelazione, i pensieri del funzionario si saranno sommati: “Chi è quest’Uomo meraviglioso?”

Innanzitutto, “Filippo prese la parola e, cominciando da questa Scrittura, gli annunziò Gesù” (Atti 8:35). Filippo spiegò al funzionario, “L’Uomo del quale stai leggendo è già venuto. Il Suo nome è Gesù di Nazareth ed Egli è il Messia”.

Poi, Filippo spiegò Isaia 53:11: “Egli vedrà il frutto del travaglio della sua anima e ne sarà soddisfatto”. Filippo disse al diplomatico, in breve, “Il travaglio di Cristo fu la crocifissione. Fu lì che morì e fu sepolto, ma il Padre Lo fece risorgere dai morti e ora vive in gloria. Chiunque confessi il Suo nome e crede in Lui diventa Suo figlio. Infatti, il seme di Cristo vive in ogni nazione. È così che la Sua vita si estende – mediante lo Spirito Santo nei Suoi figli. E ora anche tu puoi essere Suo figlio”.

Che notizia incredibile per le orecchie dell’etiope. Non c’è da stupirsi che fu pronto a balzare giù dal carro per essere battezzato. “Ed egli rispose, dicendo: «Io credo che Gesù Cristo è il Figlio di Dio». Allora comandò al carro di fermarsi; ed ambedue, Filippo e l'eunuco, discesero nell'acqua, ed egli lo battezzò” (Atti 8:37-38).

lunedì 16 novembre 2015

DIMORARE NELLA VITE by Gary Wilkerson

“Io sono la vera vite e il Padre mio è l'agricoltore” (Giovanni 15:1).

Quando Gesù fa riferimento a Sé stesso come alla “vera” vite, Egli offre più di un’informazione dettagliata. “Vera” qui comunica lo stesso concetto dell’espressione “amico vero” – a intendere reale, genuino, autentico, sempre disponibile a sostenerti con la Sua linfa.

E che dire dell’agricoltore, il nostro Padre celeste? Egli gestisce il Suo giardino amorevolmente e con perfezione. È Suo compito far sì che la vita scorri dentro di noi e possiamo confidare che Egli usi il necessario per farci crescere. Dunque, mentre dimoriamo in Cristo, attaccati alla vite, non dobbiamo stressarci o preoccuparci delle nostre vite. Riceviamo un flusso di vita vera che scaturisce da Gesù, amorevolmente custodito da nostro Padre.

Se siamo innestati nella vite, non dovremmo portare frutto in maniera naturale? Sappiamo di essere salvati e sicuri in Cristo, dimoranti nella grazia dell’amore del Padre. Come potrebbe non scaturirne un frutto?

Ancora una volta, Gesù offre una parola chiave: “Dimorate in me e io dimorerò in voi; come il tralcio non può da sé portare frutto se non dimora nella vite, così neanche voi, se non dimorate in me” (Giovanni 15:4). Ecco un’altra espressione che fa scattare l’allarme in molti cristiani: “Se non dimorate in me”. Alcuni seguaci s’intimoriscono nel leggere questo verso. Si creano dei “fare-non-fare” che in realtà non fanno altro che allontanarli dalla vita vera.

È vero che l’affermazione di Gesù qui sia condizionale, lasciando intendere che noi dobbiamo fare la nostra parte, ma l’altra parte dell’equazione è questa: Gesù dimora in noi – e la Sua presenza in noi è stabile, vigorosa, inamovibile: “Io non ti lascerò e non ti abbandonerò” (Ebrei 13:5). Quando Cristo dice, “Se non dimorate in Me”, Egli non parla della nostra salvezza – perché essa è stata da Lui garantita sulla croce. Sta parlando del frutto dello Spirito nelle nostre vite – la nostra testimonianza, il nostro cammino d’integrità, la nostra gioia e pace.
 

venerdì 13 novembre 2015

FALLO ANCORA, SIGNORE!

In Marco 8, Gesù sfamò ancora le folle – stavolta di 4.000 persone – con soli sette pani e qualche pesce. Nuovamente, i discepoli raccolsero diverse ceste di avanzi (cfr. Marco 8:5-8). Tuttavia, Cristo comprese che i discepoli ancora non abbracciavano la Sua potenza, operatrice di miracoli, così chiese loro, “Avete il vostro cuore ancora indurito?” (Marco 8:17).

Immagino i discepoli dopo quest’ulteriore miracolo, sconcertati. Devono aver pensato, “Non sta accadendo davvero. Se Gesù è davvero Dio, perché sceglierebbe noi per condividere una simile potenza? Siamo solo pescatori ignoranti. Perché camminerebbe sulle acque per entrare nella nostra barchetta invece di rivelare un simile miracolo a qualcuno che ne sia più degno?”

Forse a volte ti poni le stesse domande su te stesso: “Ci sono miliardi di persone sulla terra, perché Dio dovrebbe parlare a me? Perché ha scelto me?” il motivo è che si è trattato di un miracolo assoluto. La tua conversione è stata totalmente soprannaturale. Non è stato solo un evento naturale inspiegabile – no, non c’era niente di naturale in essa.

Perché? Perché non c’è niente di naturale per quanto riguarda la vita cristiana. Tutto è soprannaturale. È una vita che dipende dai miracoli sin dall’inizio (inclusa la tua conversione). E non può essere vissuta senza avere fede nel soprannaturale.

La potenza che ti mantiene in Cristo è completamente soprannaturale. Il mondo vive nelle tenebre, tu però hai la luce, e questo è perché vivi nel regno del soprannaturale. Non c’è niente di naturale nel fatto che il tuo corpo sia il tempio dello Spirito Santo. Niente è naturale nell’essere la dimora del Dio soprannaturale dell’universo.

Tuttavia, è qui che spesso viene l’indurimento. Le persone iniziano ad attribuire le opere soprannaturali di Dio nella loro vita al naturale. È pericoloso dimenticare i Suoi miracoli. È spaventoso ripensare a prodigi divini e dire, “È successo e basta”. Ogni volta che togli il sopra da soprannaturale, il tuo cuore s’indurisce un po’ di più.

Caro santo, devi solo accettarlo per fede: lo stesso Dio soprannaturale che sfamò folle di migliaia di persone con soli pochi pani, opererà in maniera soprannaturale anche nella tua crisi. La Sua potenza, che può compiere miracoli, ti libererà da ogni legame. Ti fortificherà per camminare nella libertà. E Lui userà le tue debolezze – in effetti, la tua condizione più misera – per mostrare al mondo i Suoi miracoli di protezione.

I tempi duri sono garantiti nella vita di tutti quelli che seguono Gesù, ma quando quei momenti arrivano, dobbiamo dire con fiducia, “Fallo ancora, Signore. Hai già operato miracoli nella mia vita. Hai liberato i Tuoi servi in modo soprannaturale nel corso della storia. Fa che la Tua forza sia resa perfetta nella mia debolezza”.

giovedì 12 novembre 2015

NULLA DA TEMERE

Dio disse a Israele, “Non avete creduto in Me quando ho detto che non avevate nulla da temere, che avrei combattuto per voi. Avete completamente dimenticato che vi ho allevati come figli e mi sono preso cura di voi. Non avete mai avuto fiducia in Me, anche se sono andato davanti a voi, vi ho dato una nuvola per proteggervi dal sole rovente e un fuoco notturno per illuminarvi il cammino e consolarvi nel buio della notte. Voi invece avete dato voce a i vostri dubbi, Mi avete insultato e Mi avete fatto passare da bugiardo” (cfr. Deuteronomio 1:27-35).

Puoi essere salvato, ripieno di Spirito e camminare santamente davanti a Dio e ancora essere colpevole d’incredulità. Penserai, “Non ho alcuna incredulità”. Ma ti arrabbi quando le cose vanno storte? Hai paura di deludere Dio? Sei irrequieto e timoroso del futuro?

Il credente che ha una fede incondizionata nelle promesse di Dio gode di un riposo completo. Cosa caratterizza questo riposo? Una fiducia piena e totale nella Parola di Dio e una dipendenza completa dalla Sua fedeltà a quella Parola. Infatti, il riposo è la testimonianza della fede.

Ti chiederai: In che modo il cuore di un credente s’indurisce nell’incredulità? Ne vediamo una scioccante illustrazione in Marco 6. I discepoli erano in una barca diretta a Betsaida, navigando nel buio. Improvvisamente, apparve Gesù, camminando sulle acque. I dodici pensarono che fosse un fantasma e tremarono di paura, ma Cristo li rassicurò, “Fatevi animo, sono io, non temete! Fatevi animo, sono io, non temete!” (Marco 6:50). Poi entrò nella barca e il vento cessò.

Il verso successivo dice tutto sul cuore dei discepoli in quel momento: “Poi salì con loro sulla barca e il vento si calmò; ed essi erano enormemente stupiti in se stessi e si meravigliarono, perché non avevano capito il fatto dei pani, essendo il loro cuore indurito” (6:51-52). (Il termine greco per indurito qui indica “come pietra, cieco, incredulità testarda”). Avevano visto Gesù sfamare cinquemila persone con soli cinque pani e due pesci e Si era usato dei dodici per farlo. Quando Marco ci dice che i discepoli “non avevano capito” quel miracolo, intende dire, “Non riuscivano a venirne a capo”.

L’indurimento arriva quando togli il sopra da soprannaturale. Questi uomini non avevano fede per credere in ciò che avevano appena visto Gesù fare. Nel giro di ventiquattro ore, avevano accantonato quel miracolo come un qualche evento naturale. Ancora dubitavano della potenza soprannaturale di Cristo.

mercoledì 11 novembre 2015

CONFIDARE IN CIÒ CHE DICE

Ricorderai la storia veterotestamentaria delle spie israelite inviate a ispezionare la Terra Promessa. Esse tornarono dicendo, “Sì, è una terra stillante latte e miele, ma è anche piena di gigante e città fortificate. Non siamo in grado di sconfiggere questa gente. In confronto a loro, sembriamo delle cavallette” (cfr. Numeri 13).

Ora, questi uomini non accusarono Dio. Non dissero mai, “Dio non può farcela. Non è abbastanza forte”. Non osarono dar voce a un simile dubbio. Piuttosto, si concentrarono su sé stessi, dicendo, “Non ce la facciamo. Siamo piccoli insetti al cospetto dei nostri nemici”.

Questa, comunque, non è umiltà. E non è un parlare innocente e innocuo. Piuttosto, è un affronto a Colui che è Luce del mondo, che ci comanda di credere “Io posso ogni cosa in Cristo che mi fortifica” (Filippesi 4:13).

Vedi, quando ti lamenti delle tue incapacità e debolezze, ti abbatti. Abbatti il Signore. Come? Rifiutandoti di credere o camminare nella Sua Parola. Ciò è peccato contro la Luce e porta tenebre.

Le spie israelite erano talmente concentrate sulle loro incapacità da essere pronti a mollare. Parlavano persino di ritornare in Egitto. Quale fu la reazione di Dio alle loro paure e alla loro incredulità? “Poi l'Eterno disse a Mosè, Fino a quando mi disprezzerà questo popolo? E fino a quando rifiuteranno di credere dopo tutti i miracoli che ho operato in mezzo a loro?” (Numeri 14:11). Dio li accuso di un unico peccato: incredulità.

Oggi, il Signore pone al Suo popolo la stessa domanda che pose a Israele: “Quando crederete in ciò che vi ho promesso? Ho detto che la Mia forza vi avrebbe sostenuto nella debolezza. Non dovete affidarvi alla forza della vostra carne. Vi ho detto che avrei usato i deboli, i poveri, i disprezzati di questo mondo per confondere i savi. Io sono Yahweh, forza infinita. E io vi renderò forti mediante la Mia potenza, il Mio Spirito. Dunque, quando agirete di conseguenza? Quando confiderete in ciò che vi dico?”

martedì 10 novembre 2015

LA TESTIMONIANZA DELLA PENTECOSTE

La maggior parte dei sermoni sulla Pentecoste si concentrano sui segni e i prodigi compiuti dagli apostoli, oppure enfatizzano i 3000 salvati in un sol giorno, o le lingue di fuoco apparse, però non sentiamo mai parlare di quello che divenne il maggiore prodigio di tutti – e che rimandò le migliaia di persone alle loro nazioni con un’idea vivida e inconfondibile della persona di Gesù.

Hai sentito parlare di segni e prodigi. Voglio parlarti dei “segni prodigiosi” di questa storia. Durante la notte, scritte che riportavano “In Vendita” apparvero davanti a tutte le case di Gerusalemme e nelle aree circostanti. La Scrittura dice, “Or tutti coloro che credevano stavano insieme ed avevano ogni cosa in comune. E vendevano i poderi e i beni e li distribuivano a tutti, secondo il bisogno di ciascuno…Infatti non vi era alcun bisognoso fra di loro, perché tutti coloro che possedevano poderi o case li vendevano e portavano il ricavato delle cose vendute, e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno, secondo il suo particolare bisogno” (Atti 2:44-45; 4:34-35).

Immagini la scena a Gerusalemme? Centinaia di case, lotti e fattorie venivano improvvisamente messe in vendita. Persino i beni nelle case venivano venduti: mobili, vestiti, manufatti, vasi e pentolame, opere d’arte. Per le strade, nei mercati, a ogni porta della città si leggevano centinaia di cartelli con su scritto “Beni in Vendita”. Sarà stata la maggiore vendita dell’usato in tutta la storia di Gerusalemme.

Non ci sono prove nella Scrittura per cui le case vendute rappresentassero le prime case dei proprietari e non si parla di coabitazione. Se fosse stato così, ciò avrebbe rappresentato un peso insostenibile per la Chiesa. La Parola di Dio comandava loro chiaramente di provvedere alle loro famiglie e ai loro figli. Questi credenti non avrebbero potuto adempiere tali comandamenti senza le proprie case. Inoltre, leggiamo che si recavano a casa dei fratelli per avere comunione gli uni con gli altri, “rompendo il pane di casa in casa” (2:46). È chiaro che queste persone ancora avessero una casa.

No, i possedimenti venduti erano eccedenti ai loro bisogni, cose non essenziali alla propria sussistenza. In alcuni casi, forse avevano una stretta mortale sui cuori dei loro proprietari, così ogni bene fu venduto, tramutato in contanti e donato in favore delle vedove della chiesa, gli orfani e i senzatetto. 

Ecco la testimonianza della Pentecoste. Il mondo vide quei credenti fortificati amarsi l’un l’altro, vendere i propri beni, donare ai bisognosi e questo è esattamente ciò che lo Spirito Santo voleva da loro. Egli desiderava una testimonianza vivente al mondo dell’amore di Dio. Essi stavano proclamando il vangelo di Cristo attraverso le loro azioni.

lunedì 9 novembre 2015

LA VERA VITE by Gary Wilkerson

Era l’ultima notte di Gesù coi discepoli e Lui sapeva che il tempo era breve. Avevano appena finito la cena e Cristo voleva impartire ai Suoi amici un ultimo insegnamento mentre era ancora sulla terra. Egli li convocò, “Alzatevi, andiamo via di qui” (Giovanni 14:31), e li portò a camminare con Lui. Lungo il cammino, fece loro questa analogia:

“Io sono la vera vite e il Padre mio è l'agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie via; ma ogni tralcio che porta frutto, lo pota affinché ne porti ancora di più. Voi siete già mondi a motivo della parola che vi ho annunziata. Dimorate in me e io dimorerò in voi; come il tralcio non può da sé portare frutto se non dimora nella vite, così neanche voi, se non dimorate in me. Io sono la vite, voi siete i tralci; chi dimora in me e io in lui, porta molto frutto, poiché senza di me non potete far nulla” (15:1-5).

Che immagine amorevole racchiude il nostro rapporto col Figlio e il Padre. Gesù e la vite e noi siamo i tralci che si estendono da Lui; Egli è la fonte di ogni vita che scorre in noi. A vegliare su questa linfa vitale c’è il nostro Padre celeste, il giardiniere che attende alla nostra crescita. Potremmo mai avere un’immagine più serena della nostra vita in Cristo?

C’è molto da svelare in questo passo – e posso assicurarvi, è tutto buono. Pensiamo a quella falce, lo strumento del giardiniere esperto – il nostro amorevole Signore, pieno di compassione e misericordia. C’è una bellezza profonda in questo messaggio che diede alla Sua chiesa e la prima chiave di lettura è l’espressione usata da Gesù, “vera vite”.

Cristo ci sita dicendo che Egli è più che solo una fonte di vita per noi – egli è la fonte di vita. Altre “viti” potrebbero promettere vita ma non contenerne alcuna come Lui. Alcuni cristiani cercano vita da altre viti, fonti che distruggono la vita e non sono legittime per alcun cristiano. Altri cercano vita da fonti che sembrano buone e legittime – ambizione, energia, successo e comodità – ma queste viti in sé sono prive di vita. Non possono produrre vera vita. Gesù vuole che siamo fermamente innestati in Lui affinché possiamo bere profondamente della Sua vita abbondante ogni giorno.

sabato 7 novembre 2015

DIO SOPPERIRÀ AD OGNI NOSTRO BISOGNO by Carter Conlon

Ricordo che quando lasciai per la prima volta il mio lavoro secolare per potermi dedicare a tempo pieno al ministero, misi da parte del denaro depositandolo in banca dal mio piano di pensionamento. Pensai che se la questione riguardante l'intero ministero non avesse funzionato, almeno avrei avuto un fondo dal quale poter attingere. Un giorno, un amico che era anche lui nel ministero venne nel mio ufficio e disse: “Pastore, io non so cosa fare. Il motore della mia macchina è esploso e non ho soldi. Non so nemmeno come farò ad andare in chiesa”.

Sapevo che il suo bisogno fosse legittimo e sapevo anche che avevo abbastanza denaro in banca per comprargli una macchina. Improvvisamente diventai spiritualmente serio e dissi: “bene, preghiamo! Dio ha del bestiame su migliaia di colline, dunque Lui è ben capace di provvedere a questo bisogno. Davide disse: ‘io sono stato giovane e son anche divenuto vecchio, ma non ho mai visto il giusto abbandonato, né la sua discendenza mendicare il pane’” (leggi Salmo 37:25).

Mentre lui era seduto al di là della scrivania io chinai il capo e cominciammo a pregare, ma era come se la mia bocca fosse piena di burro di arachidi. Non riuscii a pregare con forza, per tutto il tempo una piccola voce dietro di me mi diceva: “tu ipocrita! Se un uomo vede un suo fratello nel bisogno e non ha pietà di lui, come può dire che l'amore di Dio dimora in lui?” (leggi 1 Giovanni 3:17). Tentai di cacciare quella voce dalla mia testa mentre pregavo finché finalmente terminai il carburante e dissi: “ho del denaro in banca se ne hai bisogno”.

Finì che comprai una nuova macchia per lui. Poco tempo dopo anche il motore della mia macchina esplose ed a quel punto dissi: “bene, Signore, io Ti ho obbedito. Questo è tutto quello che posso dire”.

Qualche tempo dopo, stavamo rinnovando una chiesa che avevamo comprato nel paese. Io ero sopra un'impalcatura e stavo dando una mano a tinteggiare il soffitto, quando qualcuno entrò dentro e disse: “c'è una chiamata di emergenza per te!” Quando risposi al telefono, l'uomo in linea si presentò come il venditore di auto della concessionaria del luogo. Dopodiché disse: “un gentiluomo è venuto qui questa mattina e le ha comprato una macchina nuova. L'unica cosa che lei deve fare è venire qui e mettere una firma per averla!” Chiesi lui quale fosse l'identità del gentiluomo, ma mi rispose che voleva restare anonimo.

Ora vorrei che capiste che non sto dicendo che se comprate una macchina ad un amico, ne otterrete una nuova in cambio. Il punto è che se facciamo le cose alla maniera di Dio, rifiutando di tirarci indietro quando vediamo un bisogno genuino davanti a noi, Dio supperirà e verrà in contro ai nostri bisogni.

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Carter Conlon si unì allo staff pastorale della Times Square Church nel 1994 dietro invito del pastore fondatore, David Wilkerson, diventando pastore Senior nel 2001. Un forte e compassionevole leader che è spesso relatore alle conferenze della Expect Church Leadership organizzate dalla World Challenge in tutto il mondo.

venerdì 6 novembre 2015

IL DANNO CAUSATO DALL’INCREDULITÀ

Noi pensiamo che quando veniamo meno nel confidare in Dio nelle nostre situazioni quotidiane, facciamo del male soltanto a noi stessi. Pensiamo soltanto di perderci le Sue benedizioni. Questa però non è una verità completa. Innanzitutto, feriamo e facciamo adirare il nostro Signore. Egli ci avverte, “Se non confiderai in Me, il tuo cuore s’indurirà”.

Leggiamo in Ebrei: “Non indurite i vostri cuori come nel giorno della ribellione, come nel giorno della tentazione nel deserto, dove i vostri padri mi tentarono mettendomi alla prova, pur avendo visto le mie opere per quarant'anni. Perciò mi disgustai di quella generazione, e dissi, Sono sempre traviati di cuore; non hanno conosciuto le mie vie; così giurai nella mia ira, Non entreranno nel mio riposo!” (Ebrei 3:8-11).

Che motivo viene offerto per il divieto al popolo di Dio di entrare nel Suo riposo? Fu per adulterio, avarizia, ubriachezza? No, fu soltanto per incredulità. Ecco una nazione che aveva sperimentato quarant’anni di miracoli, prodigi soprannaturali che Dio aveva operato in loro favore. Nessun altro popolo sulla faccia della terra era stato tanto amato, tanto curato. Ricevettero rivelazione dopo rivelazione della bontà e della severità del Signore. Udivano una parola nuova regolarmente predicata da parte di Mosè, il loro profeta capo.

Tuttavia, non unirono mai quella parola alla fede. Così, udirla non giovò loro affatto. In mezzo a tutte quelle benedizioni, ancora non confidavano che Dio fosse fedele. E, col tempo, l’incredulità si fece spazio. Da quel momento in poi, le tenebre adombrarono il loro viaggio nel deserto.

L’incredulità è la radice di ogni indurimento di cuore. Ebrei chiede, “Chi furono quelli di cui Dio si disgustò per quarant'anni? Non furono quelli che peccarono, i cui cadaveri caddero nel deserto?” (3:17) Il termine greco per disgustò qui indica indignazione, oltraggio, rabbia. In parole povere, l’incredulità del popolo suscitò l’ira divina contro di loro. Inoltre, li indurì in una spirale continua d’incredulità: “Badate, fratelli, che non ci sia in nessuno di voi un cuore malvagio e incredulo, che vi allontani dal Dio vivente…perché nessuno di voi s'indurisca per la seduzione del peccato” (3:12-13).

L’incredulità è la madre di ogni peccato. Fu il primo peccato commesso nel giardino dell’Eden ed è alla base di ogni amarezza, ribellione e freddezza. Ecco perché Ebrei 3 è indirizzata ai credenti (“badate fratelli”). Lo scrittore conclude con queste parole agghiaccianti: “A chi giurò che non sarebbero entrati nel suo riposo, se non a quelli che furono disubbidienti? Infatti vediamo che non vi poterono entrare a causa della loro incredulità” (3:18-19).

giovedì 5 novembre 2015

PURIFICARE LA MIA BOCCA, LE MIE ORECCHIE E I MIEI OCCHI

Di recente ho incontrato un ministro che conosco da diversi anni. Ogni volta che lo incontravo in passato, dicevo a mia moglie, “Quell’uomo è così superficiale. Uno spaccone esibizionista. Non so proprio come faccia Dio a benedirlo”. Poi l’ho incontrato un’altra volta dopo che lo Spirito Santo mi aveva corretto riguardo il giudicare gli altri. Stavolta, lo Spirito mi ha detto, “Amalo. Stai in silenzio e ascoltalo. Poi prega con lui”.

Ho obbedito. L’ho amato, l’ho ascoltato e poi gli ho preso la mano per pregare con lui. Non appena ci siamo separati, mi è successa una cosa strana: sono stato colpito dal dolore. Ho avvertito terrore – il terrore di cosa avessi fatto a quest’uomo nel corso degli anni. Ho visto la grande peccaminosità del peccato che mi aveva contaminato.

Davide esorta, “Siano gradite le parole della mia bocca e la meditazione del mio cuore in tua presenza, o Signore, mia Rocca e mio redentore!” (Salmo 19:14). L’apostolo Paolo aggiunge questa prospettiva: “Via da voi ogni amarezza, ogni cruccio e ira e clamore e parola offensiva con ogni sorta di cattiveria! Siate invece benevoli e misericordiosi gli uni verso gli altri, perdonandovi a vicenda come anche Dio vi ha perdonati in Cristo” (Efesini 4:31-32).

“Nessuna cattiva parola esca dalla vostra bocca; ma se ne avete qualcuna buona, che edifichi secondo il bisogno, ditela affinché conferisca grazia a chi l'ascolta. Non rattristate lo Spirito Santo di Dio” (4:29-30).

Caro santo, nessuno che legga questo messaggio è talmente santo da porvi mente e cambiare subito. Per quanto mi riguarda, sento il dolore di Dio per tutte le volte che non ho saputo giudicare le persone in passato, coscientemente o meno. Ti esorto a gridare come grida il mio cuore:

“Oh, Signore, perché non ero pronto a sentire questo messaggio prima? Perché non me ne sono occupato prima di adesso? Voglio proclamare il Tuo vangelo, dichiarare la Tua generazione. Ti prego, Gesù, perdonami. Purifica la mia bocca contaminata, le mie orecchie contaminate, i miei occhi contaminati. E donami un cuore rinnovato. Voglio che nulla ostacoli la mia vita dall’essere una manifestazione piena di chi Tu sei”.

Che il Signore ascolti il nostro grido e Si muova prontamente per ricrearci. Egli ci donerà la forza di rimuovere ogni parlare malvagio, ogni ascolto malvagio e ogni giudizio mentale. Allora saremo maggiormente in grado di prolungare i giorni del nostro Signore.

mercoledì 4 novembre 2015

IN CHE MODO GESÙ FONDEREBBE UNA CHIESA?

Come pensi che Gesù fonderebbe una chiesa nella tua città o nel tuo paese?

La prima cosa che Cristo farebbe, sarebbe di andare intorno al quartiere piangendo. La Scrittura ci dice che “come egli si avvicinava, vide la città [Gerusalemme] e pianse su di essa, dicendo, Oh, se tu, proprio tu, avessi riconosciuto almeno in questo tuo giorno le cose necessarie alla tua pace! Ma ora esse sono nascoste agli occhi tuoi” (Luca 9:41-42).

Cosa fece piangere Gesù? Iniziò da una camminata per la città che Gli spezzò il cuore. Egli era sopraffatto dal dolore alla vista di cosiddetti religiosi che non avevano pace. Queste persone avevano rifiutato la verità per delle favole e ora seguivano una forma morta di religione. Erano pecore senza dei veri pastori.

Ora, non sto qui a giudicare alcun ministro, ma voglio chiedere a tutti coloro che leggono questo messaggio: riesci a immaginare il tuo pastore che gira per il quartiere e piange per esso? Che immagine diversa ci offre Gesù da quella di così tanti costruttori e progettatori di chiese moderni. Questi uomini vanno di porta in porta a fare sondaggi, chiedendo alle persone cosa desiderano in una chiesa: “Quanto dovrebbe durare una predica? Quindici minuti? Dieci?”

Gesù testimoniò di un simile atteggiamento nei Suoi giorni. Mentre camminava per il tempio, vide i tavoli dei cambiavalute, ministri che mercanteggiavano le cose di Dio. Non c’era vera preghiera, nessun timore del Signore. E Cristo pianse per tutto questo, gridando, “Sta scritto, La mia casa è casa di preghiera, ma voi ne avete fatto un covo di ladroni” (Luca 19:46).

Ti chiedo: Gesù piangerebbe per ciò che vede nella tua chiesa oggi? Troverebbe i pastori in agonia per le anime perdute? Troverebbe il Suo popolo in preghiera o li troverebbe occupati in programmi e faccende varie, concentrati solo sui propri interessi?

Una volta concluso tale giro per la città, loderebbe il Suo popolo? Oppure porterebbe questo avvertimento: “Siete ciechi e non discernete i tempi. Il giudizio è alle porte ma assomigliate al mondo più che mai. Perché non pregate, non cercate Me per ricevere forza e sapienza per riscattare il tempo?”

martedì 3 novembre 2015

PAROLE FORTI DA PARTE DELLO SPIRITO

Se appartieni alla Chiesa di Gesù, allora giungeranno messaggi forti da parte dello Spirito Santo. Perché? Perché lo Spirito grida in noi contro tutto ciò che pensiamo, diciamo o facciamo che venga dalla carne. Gesù dice, “Poiché dal cuore provengono pensieri malvagi, omicidi, adultèri, fornicazioni, furti, false testimonianze, maldicenze” (Matteo 15:19).

Tuttavia, il segno di ogni vero seguace di Gesù è arrendersi a ogni parola di Cristo. Questo servitore ama il rimprovero, a motivo di ciò che esso produce nel suo cuore. Egli nota il cambiamento che esso porta e sa che è vita per lui.

Nel profondo, questo è anche il motivo per cui un peccatore si reca nella casa di Dio. Non è per essere un altro numero di una grande congregazione. È per essere trovato da Dio, perché nel suo cuore sa di essere perduto. La sua anima si agita, ha trascorso tante lunghe notti insonni. Vuole delle risposte, la verità un cambiamento vero, perché avverte di essere diretto all’inferno.

A tutti noi è stato insegnato che Cristo è la pietra angolare della Sua Chiesa. Paolo dice che questa pietra è d’inciampo: “Ecco, io pongo in Sion una pietra d'inciampo e una roccia di scandalo, ma chiunque crede in lui non sarà svergognato” (Romani 9:33). Anche Pietro definisce Gesù come una pietra d’inciampo: “La pietra, che gli edificatori hanno rigettato, è divenuta la testata d'angolo, pietra d'inciampo e roccia d'intoppo che li fa cadere». Essendo disubbidienti, essi inciampano nella parola, e a questo sono altresì stati destinati” (1 Pietro 2:7-8).

Pietro poteva raccontarti di prima mano cosa accade quando cerchi di sbarazzarti del messaggio della croce. Lui fu offeso quando Gesù predisse la Sua morte ai discepoli. Così, “Allora Pietro lo prese in disparte e cominciò a riprenderlo, dicendo, Signore, Dio te ne liberi; questo non ti avverrà mai” (Matteo 16:22).

Ma Gesù gli rispose con queste parole pungenti: “Vattene via da me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini” (16:23). Ecco un chiaro esempio di come Satana può seminare inganno persino in un pastore consacrato, che ama Cristo. E puoi scommetterci che Pietro non dimenticò mai le parole del suo Padrone. Allo stesso modo oggi, ogni ministro e credente deve tenere a mente l’ammonimento di Cristo: “La Mia croce e il Mio sangue forse vi offendono, ma se vi vergognate del Mio messaggio o cercate di ammorbidirlo, allora siete voi ad offendere Me. Non rappresentate la Mia Parola o la Mia Chiesa”.

lunedì 2 novembre 2015

CONOSCERE DIO by Gary Wilkerson

Ogni generazione di cristiani deve studiarsi per discernere se la propria missione e le proprie azioni onorano Dio. Dobbiamo chiederci sempre, “Stiamo ancora servendo il Signore e il prossimo fedelmente e con sacrificio? Oppure siamo scivolati nella mentalità ‘benedicimi’”?

Cristo sapeva esattamente dove fosse il cuore delle masse quando iniziarono a seguirlo. “In verità, in verità vi dico che voi mi cercate non perché avete visto segni, ma perché avete mangiato dei pani e siete stati saziati” (Giovanni 6:26). Perché Gesù qui fa riferimento a “segni”? Pensa a cosa produce un segno. Indica qualcosa, non è qualcosa di fine a sé stesso. Quando un cartello stradale indica, “Denver, 60 Miglia”, sappiamo di non essere a Denver ma di esserci diretti. Allo stesso modo, Gesù stava facendo capire ai discepoli che i pani e i pesci non erano il punto. Essi rivelavano la cura amorevole del Padre celeste. I Suoi miracoli sono il segno della Sua cura per noi.

La risposta della folla rivelò i loro cuori. “Egli [Mosè] diede loro da mangiare del pane venuto dal cielo” (Giovanni 6:31). Stavano usando l’esempio di Mosè contro Gesù. Era una coercizione, come un bambino che va dal genitore per ottenere ciò che vuole. Cerchiamo Dio in mezzo a noi o soltanto la Sua provvidenza? Siamo onesti, spesso quando preghiamo vogliamo la risposta adesso, oggi, in quest’istante. Sfortunatamente, è una caratteristica della nostra cultura mondana “tutto e subito”. In senso spirituale, manchiamo di un fortissimo valore che la generazione che ci ha preceduti serbava caramente: sapere che per fede, alla fine, vedremo grandi benedizioni. Per il cristiano, conoscere Dio non riguarda l’essere “benedetto adesso”. Il Signore non si piegherà alle nostre brame per darci tutto quello che vogliamo – quando lo vogliamo. Il Suo desiderio è quello di avere un rapporto con noi – un rapporto continuo, duraturo, che porti frutti permanenti. Dunque, le Sue benedizioni non sono il tutto del nostro rapporto; esse sono segni della Sua fedeltà e compassione – caratteristiche che chiunque di noi bramerebbe in un rapporto. I miracoli di Cristo erano la prova di queste bellissime caratteristiche.