giovedì 31 luglio 2008

“COLUI CHE PARLA ANCORA DA MORTO”

Leggendo Ebrei 11, troviamo un singolo denominatore comune nelle vite delle persone menzionate. Ciascuno ha una caratteristica particolare che denota il genere di fede che Dio ama. Qual è questo elemento? La loro fede era nata da una profonda intimità con il Signore.

Il fatto è che impossibile avere una fede che piace a Dio senza aver comunione con lui. Cosa intendo con intimità? Sto parlando di una comunione con il Signore che nasce da una brama per lui.

Questo genere di intimità è un legame personale intimo, una comunione. Nasce quando desideriamo il Signore più di ogni altra cosa in questa vita.

“Per fede Abele offrì a Dio un sacrificio più eccellente di quello di Caino; per essa egli ricevette la testimonianza che era giusto, quando Dio attestò di gradire le sue offerte; e per mezzo di essa benché morto, egli parla ancora” (Ebrei 11:4). Vorrei farvi notare alcune cose significative in questo verso. Prima di tutto, Dio stesso testimoniò dei doni o delle offerte di Abele. Secondo, Abele dovette costruire un altare al Signore, dove offrì dei sacrifici. E non offrì soltanto degli agnelli senza macchia per il sacrificio, ma anche il grasso di quegli agnelli. “Ora Abele offerse anch'egli dei primogeniti del suo gregge e il loro grasso. E l'Eterno riguardò Abele e la sua offerta” (Genesi 4:4).

Cosa significa quel grasso? Il libro del Levitico ce lo spiega: “È un'offerta fatta col fuoco di soave odore. Tutto il grasso appartiene all'Eterno” (Levitico 3:16). Il grasso era la parte del sacrificio che faceva salire il buon odore. Questa parte dell’animale si incendiava rapidamente e si consumava, creando il buon aroma. Il grasso qui rappresenta un genere di preghiera o di comunione che piace a Dio. Rappresenta il nostro ministero al Signore nell’intimo della nostra stanzetta. E il Signore stesso afferma che quest’adorazione intima è per lui come un buon profumo.

Questo genere di adorazione viene menzionato per la prima volta nella Bibbia proprio nella storia di Abele. Per questo Abele viene elencato nella Galleria degli Eroi della Fede di Ebrei 11. È il genere di servo che era in comunione con il Signore, che gli offriva il meglio che aveva. E come dichiara Ebrei, l’esempio di Abele vive ancora oggi come una testimonianza di una fede vera e vivente: “Benché morto, egli parla ancora” (Ebrei 11:4).

mercoledì 30 luglio 2008

ACCRESCI LA NOSTRA FEDE

Marco 4 narra la storia di Gesù e dei suoi discepoli in una barca, sballottati dal mare in tempesta. Mentre immaginiamo la scena, Cristo ha appena calmato le onde con un solo comando. Poi si gira verso i suoi discepoli e chiede loro: “Come mai non avete fede?” (vedi Marco 4:40).

Penserai forse che questo apostrofo di Gesù sia strano e rude. Era normale avere paura in una tempesta del genere. Ma Gesù non li stava rimproverando per quel motivo. Piuttosto stava dicendo loro: “Dopo tutto il tempo che avete trascorso con me, ancora non sapete chi sono. Com’è possibile che abbiate camminato con me così a lungo, senza avere intimità con me?”.

Infatti, i discepoli erano rimasti stupiti dall’incredibile miracolo compiuto da Gesù. “Ed essi furono presi da gran timore e dicevano tra loro: «Chi è dunque costui al quale anche il vento e il mare ubbidiscono?»” (4:41).

Riuscite ad immaginarlo? I discepoli di Gesù non lo conoscevano. Li aveva chiamato uno ad uno perché lo seguissero. E aveva ministrato insieme a loro a moltitudini di persone. Avevano visto miracoli di guarigione e come aveva nutrito masse di persone affamate. Ma ancora non conoscevano chi fosse realmente il loro Maestro.

Tragicamente, lo stesso vale per noi oggi. Moltitudini di cristiani sono in barca con Gesù, ministrano insieme a lui, raggiungono moltitudini nel suo nome. Ma non sanno chi è veramente il loro Maestro. Non hanno trascorso del tempo in intima comunione con lui. Non si sono mai seduti in silenzio alla sua presenza, non gli hanno aperto il cuore, aspettando e ascoltando per comprendere ciò che voleva dir loro.

Vediamo un’altra scena a proposito della fede dei discepoli in Luca 17. I discepoli vennero da Gesù chiedendo: “Accresci la nostra fede” (Luca 17:5). Molti cristiani oggi si pongono la stessa domanda: “Come posso ottenere la fede?”. Ma non cercano il Signore stesso per ottenere una risposta.

Se vuoi accrescere la tua fede, devi fare la stessa cosa che Gesù disse ai discepoli di fare in questo brano. Come rispose alla loro richiesta di fede? “Preparami la cena, rimboccati le vesti e servimi affinché io abbia mangiato e bevuto, poi mangerai e berrai tu” (17:8). Gesù stava dicendo, in effetti: “Indossa le tue vesti di pazienza. Poi vieni alla mia tavola e dammi da mangiare. Voglio che mi nutri. Dopo aver lavorato per me tutto il giorno, avrai comunione con me. Siedi qui con me, apri il tuo cuore e impara da me!”.

martedì 29 luglio 2008

EGLI PIACQUE A DIO

Enok godette di un’intima comunione con il Signore. Infatti, la sua comunione con Dio era così intima, che il Signore lo traslò in gloria molto prima che la sua vita sulla terra avesse fine. “Per fede Enok fu trasferito in cielo perché non vedesse la morte, e non fu più trovato perché Dio lo aveva trasferito; prima infatti di essere portato via, egli ricevette la testimonianza che era piaciuto a Dio” (Ebrei 11:5).

Perché il Signore scelse di traslare Enok? La parola con cui inizia questo verso ci dice chiaramente che fu per la sua fede. Inoltre, la parola conclusiva di questa frase ci dice che la fede di Enok piacque a Dio. La radice del termine greco per “piacere” significa pienamente unito, completamente concorde, in unità totale. In breve, Enok ebbe la più stretta comunione con il Signore che qualsiasi umano potesse godere. E questa comunione intima piacque a Dio.

La Bibbia ci dice che Enok iniziò a camminare con il Signore dopo aver generato suo figlio Methuselah. Enok a quel tempo aveva sessantacinque anni. Poi trascorse i 300 anni successivi in intima comunione con Dio. Ebrei dice chiaramente che Enok era così in contatto con il Padre, così in comunione con lui, che Dio scelse di portarlo a casa con sé. Il Signore disse ad Enok, in effetti: “Non posso più farti vivere nella carne. Per accrescere la mia intimità con te, devo portarti qui da me”. Perciò risucchiò Enok in gloria.

Secondo Ebrei 11:5, fu l’intimità di Enok che piacque a Dio. Per quanto ne sappiamo, quest’uomo non compì mai un miracolo, non sviluppò una teologia profonda, non fece mai grandi opere degne di essere menzionate nella Scrittura. Al contrario, leggiamo questa semplice descrizione della vita di quest’uomo fedele: “Enok camminò con Dio”.

Enok ebbe una comunione intima con il Padre. E la sua vita è un’altra testimonianza di cosa significa veramente camminare in fede.

lunedì 28 luglio 2008

AMICO DI DIO

Considerate come Dio stesso descrisse il suo rapporto con Abrahamo: “Abrahamo mio amico” (Isaia 41:8). Allo stesso modo, il Nuovo Testamento ci dice: “Abrahamo credette in Dio… e fu chiamato amico di Dio” (Giacomo 2:23).

Che raccomandazione incredibile: essere chiamato amico di Dio! La maggior parte dei cristiani conosce il ben noto canto: “Quale amico in Cristo abbiamo”. Questi passi biblici ci ricordano con potenza questa verità. Il Creatore dell’universo che chiama un uomo suo amico sembra qualcosa che và al di là di ogni comprensione. Eppure è accaduto così con Abrahamo. È un segno di una grande intimità di quest’uomo con Dio.

Il termine ebraico che Isaia usa per “amico” qui significa affetto e intimità. E nel greco, il termine che Giacomo usa per “amico” significa una persona cara, un compagno stretto. Entrambi i passi implicano una intimità condivisa e profonda.

Più siamo vicini a Cristo, più desidereremo vivere completamente alla sua presenza. Inoltre, inizieremo a vedere più chiaramente che Gesù è il nostro unico e vero fondamento.

La Bibbia ci dice che Abrahamo “aspettava la città che ha i fondamenti, il cui architetto e costruttore è Dio” (Ebrei 11:10). Per Abrahamo, niente in questa vita era permanente. La Scrittura ci dice che il mondo per lui era “un posto strano”. Non era un luogo dove mettere radici. Il paese celeste che Abrahamo desiderava non era un posto vero e proprio. Piuttosto era un luogo in cui poteva stare con il Padre. Vedete, il termine ebraico per questa frase “paese celeste” è Pater. Proviene da una radice che significa “Padre”. Perciò il paese celeste che Abrahamo cercava era letteralmente un posto con il Padre.

Ma Abrahamo non era un mistico. Non era un asceta che si dava delle arie spirituali e viveva in un’aurea santa. Quest’uomo viveva una vita terrena, era coinvolto negli affari del mondo. Dopo tutto, era proprietario di migliaia di capi di bestiame. E aveva abbastanza servi da comporre una piccola milizia. Abrahamo era un uomo impegnato, dirigeva servi e comprava e vendeva bestiame, pecore e capre.

Ma nonostante i suoi tanti affari e le sue grandi responsabilità, Abrahamo trovava tempo per avere intimità con il Signore.

venerdì 25 luglio 2008

LA FORZA DI RIMANERE VERDI

Sono stato spinto a leggere e studiare Apocalisse 9, il capitolo sulle locuste. Mentre leggevo il verso 4, il comando di Dio alle locuste di non distruggere niente di verde, mi è balenato un pensiero.

Mi sono reso conto che vi era nascosta una chiave per rimanere saldi in qualsiasi momento di terrore: “rimanere verdi”. Davide scriveva: “Ma io sono come un ulivo verdeggiante nella casa di DIO; io confido sempre nella benignità di Dio” (Salmo 52:8).

Il “verde” a cui si riferisce Davide significa benessere spirituale. Significa fiorire, crescere, essere fruttiferi. Davide ci sta dicendo: “Il mio benessere viene dalla fiducia in Dio. Fiorisco perché mi rivolgo a lu. La mia fiducia in lui produce in me vita spirituale”.

Ecco una gloriosa verità sulla forza di rimanere verdi. “Così dice l'Eterno: «Maledetto l'uomo che confida nell'uomo e fa della carne il suo braccio, e il cui cuore si allontana dall'Eterno! Egli sarà come un tamerisco nel deserto; quando viene il bene non lo vedrà. Dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra salata senza abitanti” (Geremia 17:5-6).

Il Signore ci sta avvertendo: “Non fidatevi dell’uomo. Se mettete la vostra fede nella potenza umana piuttosto che in me, sarete maledetti”.

Ma se mettiamo la nostra fiducia nel Signore, ecco cosa produrrà la nostra fede: “Benedetto l'uomo che confida nell'Eterno e la cui fiducia è l'Eterno! Egli sarà come un albero piantato presso l'acqua, che distende le sue radici lungo il fiume. Non si accorgerà quando viene il caldo e le sue foglie rimarranno verdi, nell'anno di siccità non avrà alcuna preoccupazione e non cesserà di portare frutto” (17:7-8).

Confidando completamente nel Padre, mettiamo radici nel suo fiume di salute. E la sua forza divina – quel benessere verde spirituale e rigoglioso – scorrerà in noi e attraverso noi. Mentre tutto attorno a noi decade, fioriremo come alberi verdi, forti e rigogliosi. E quando verrà il momento della prova, non languiremo né verremo meno. Al contrario, la nostra fede crescerà.

giovedì 24 luglio 2008

IL FUOCO DI DIO BRUCIA ANCORA

Purtroppo gran parte del Corpo di Cristo oggi somiglia ad una moderna Valle delle Ossa Secche. Si tratta di un deserto cosparso di scheletri rinsecchiti di cristiani caduti. Ministri ed altri credenti devoti che sono stati bruciati da un peccato. Ed ora sono pieni di vergogna, si nascondono in caverne fatte da loro. Come Geremia, si sono convinti: “Non lo menzionerò più (il Signore) e non parlerò più nel suo nome” (Geremia 20:9).

Dio sta ancora facendo la stessa domanda che pose ad Ezechiele: “Possono rivivere ancora queste ossa secche?”. La risposta a questa domanda è un assoluto: “Sì!”. Ma come? Attraverso il rinnovamento della nostra fede nella Parola di Dio.

La Parola di Dio è in se stessa un fuoco consumante. Infatti, è l’unica vera luce che abbiamo nelle notti buie della disperazione. È la nostra unica difesa contro le menzogne del nemico, quando ci sussurra: “E’ tutto finito. Hai perso il fuoco, e non lo otterrai mai più!”.

L’unica cosa che ci tira fuori dalle tenebre è la fede. E la fede viene dall’udire la Parola di Dio. Dobbiamo semplicemente afferrare la Parola che è stata piantata in noi. Il Signore ha promesso: “Non ti lascerò andare. Perciò non hai motivo di disperare. Non c’è motivo per lasciarti andare. Riposa nella mia Parola”.

Forse pensi: “Ma questo momento buio è peggio di tutti quelli che ho affrontato in passato. Ho sentito un migliaio di sermoni sulla Parola di Dio, nessuno sembra essermi di aiuto in questo momento”. Non avere fretta, il fuoco di Dio brucia ancora in te, anche se non riesci a vederlo. E devi versarvi sopra il carburante della fede. Lo fai fidandoti del Signore. Quando lo fai, vedrai consumati tutti i tuoi dubbi e le tue concupiscenze.

Lo Spirito di Dio sta soffiando di nuovo la vita su ogni osso secco. Sta ricordando la Parola piantata in loro. E quelli che una volta erano morti ora stanno rivivendo. Gridano come Geremia: “Il fuoco di Dio in me è stato messo a tacere per troppo tempo. Semplicemente non posso tenerlo più a lungo. Posso sentire la potenza del Signore sorgere in me. Lui sta mettendo la vita dentro di me. E pronuncerò la Parola che mi ha dato. Proclamerò la sua misericordia e la sua potenza guaritrice”.

mercoledì 23 luglio 2008

LA MIA VITA E’ PRESERVATA

La Bibbia ci dice che Giacobbe ricevette una rivelazione incredibile grazie ad un incontro faccia a faccia con Dio: “Allora Giacobbe chiamò quel luogo Peniel, perché disse: «Ho visto Dio faccia a faccia, e la mia vita è stata risparmiata»” (Genesi 32:30). Quali furono le circostanze precedenti tale rivelazione? Si trattava del periodo più depresso e spaventoso della vita di Giacobbe. In quel periodo, Giacobbe era pressato da due forze potenti: Labano, suo suocero, che era arrabbiato con lui e suo fratello Esaù, ostile e ancora amareggiato.

Giacobbe aveva lavorato oltre venti anni per Labano, che di volta in volta lo aveva preso in giro. Alla fine, Giacobbe ne ebbe abbastanza. Perciò, senza dirlo a Labano, prese la sua famiglia e fuggì.

Labano lo rincorreva da est, con un piccolo esercito, pronto ad uccidere Giacobbe. Ma solo quando Dio avvertì Labano in sogno di non far del male a Giacobbe, questi lo lasciò in pace. Poco dopo essere uscito di scena Labano, però, ecco che Giacobbe si trova assediato ad ovest da Esaù. Anche lui aveva un piccolo esercito di 400 uomini, pronti ad uccidere il fratello perché gli aveva rubato il diritto di primogenitura.

Giacobbe era di fronte alla calamità totale, convinto di essere sul punto di perdere tutto. La situazione pareva estremamente disperata. Ma in quel momento buio, Giacobbe ebbe un incontro con Dio come non gli era mai capitato. Lottò con un angelo che gli studiosi pensano sia stato il Signore stesso.

Ora pensate anche a Giobbe. Nel momento più buio della vita di Giobbe, Dio gli apparve in un uragano. E il Signore diede a quest’uomo una delle più grandi rivelazioni di se stesso mai testimoniate da alcun essere umano.

Dio portò Giacobbe nel cosmo, poi giù fino alle profondità del mare. Lo condusse nei segreti della creazione. E Giobbe vide cose che nessuno aveva mai visto. Gli fu mostrata la gloria e la maestà di Dio. Giobbe uscì da quell’esperienza lodando Dio e dicendo: “Ora so che puoi tutto, Signore. Mi pento per aver messo in dubbio i tuoi giudizi. Comprendo che tutto è sotto il tuo controllo e diretto dalla tua grazia. Ho sempre pensato a te, ma ora ti vedo realmente con i miei occhi” (vedi Giobbe 42:2-5).

Quando crediamo e basta avviene qualcosa di meraviglioso. In noi scende una pace che ci porta a dire: “Non importa che succederà. Il mio Dio ha tutto sotto controllo. Non ho niente da temere”.

martedì 22 luglio 2008

LUI HA TUTTE LE CHIAVI

In tutta la Scrittura, le più grandi rivelazioni della bontà di Dio il popolo le ricevette nei momenti di pericolo, calamità, isolamento e difficoltà. Ne troviamo un esempio nella vita di Giovanni. Per tre anni, questo discepolo fu “poggiato al petto di Gesù”. Fu un periodo di riposo incredibile, di pace e di gioia, senza problemi o difficoltà. In tutto quel tempo, Giovanni ricevette poche rivelazioni. Sapeva solo che Gesù era il Figlio dell’uomo. Allora, quando ricevette la rivelazione di Cristo in tutta la sua gloria?

Accadde solo dopo che Giovanni fu trascinato da Efeso in catene. Fu esiliato nell’isola di Patos, dove fu condannato ai lavori forzati. Fu isolato, senza comunione, senza famiglia o amici a consolarlo. Fu un tempo di estrema disperazione, il momento più disperato della sua vita.

Fu allora che Giovanni ricevette la rivelazione del suo Signore che sarebbe diventato l’elemento finale della Scrittura: il libro dell’Apocalisse. In mezzo a quel momento buio, gli giunse la luce dello Spirito Santo. E Giovanni vide Gesù come non l’aveva mai visto. Vide letteralmente Cristo come il Figlio di Dio.

Giovanni non ricevette questa rivelazione mentre era con gli altri apostoli, né durante i giorni di Gesù sulla terra. Ma in quel periodo buio, Giovanni vide Cristo in tutta la sua gloria, il quale dichiarava: “Io sono l'Alfa e l'Omega, il principio, e la fine, dice il Signore che è, che era e che ha da venire, l'Onnipotente” (Apocalisse 1:18). Questa incredibile rivelazione fece cadere Giovanni faccia a terra. Ma Gesù lo sollevò e gli mostrò una serie di chiavi che aveva in mano. E lo rassicurò: “Non temere” (1:17).

Credo che questa rivelazione venga ad ogni servo che prega e si trova in un momento di bisogno. Lo Spirito Santo dice: “Gesù tiene in mano tutte le chiavi della vita e della morte. Perciò la dipartita di ognuno riposa nelle sue mani”. Questa rivelazione vuole portare pace ai nostri cuori. Come Giovanni, dobbiamo immaginare Gesù davanti a noi, che tiene in mano le chiavi della vita e della morte e ci rassicura: “Non aver paura. Tengo io le chiavi”. Quale deve essere la nostra reazione? Come Giobbe, dobbiamo dire con fede: “L'Eterno ha dato e l'Eterno ha tolto. Sia benedetto il nome dell'Eterno” (Giobbe 1:21).

lunedì 21 luglio 2008

LA GRAZIA DEL POPOLO

Dio spesso usa degli angeli per ministrare alla gente. Ma tante volte usa anche il suo popolo per dispensare la sua grazia. Per questa ragione siamo stati resi partecipi della sua grazia: per diventarne canali. Dobbiamo dispensarla agli altri. La definisco “la grazia del popolo”.

“Ma a ciascuno di noi è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo” (Efesini 4:7). A motivo della consolazione che ci è stata data attraverso la grazia di Dio, è impossibile che continuiamo a compiangerci per tutta la vita. Ad un certo punto, siamo stati guariti dal Signore ed iniziamo a mettere da parte una riserva della grazia di Dio.

Credo che intendesse questo Paolo, quando scriveva: “Sono stato fatto ministro, secondo il dono della grazia di Dio che mi è stata data in virtù della sua potenza. A me, il minimo di tutti i santi, è stata data questa grazia di annunziare fra i gentili le imperscrutabili ricchezze di Cristo” (Efesini 3:7-8). “Siete tutti partecipi con me della grazia” (Filippesi 1:7). L’apostolo sta facendo un’affermazione profonda. Sta dicendo: “Quando vado al trono di Dio per ottenere grazia, è per il vostro bene. Voglio essere per voi un pastore misericordioso, non un giudice. Voglio essere in grado di dispensare la grazia a voi nei momenti di bisogno”. La grazia di Dio rese Paolo un pastore compassionevole, in grado di piangere per quelli che soffrivano.

Pietro scrive: “Ciascuno metta al servizio degli altri il dono che ha ricevuto, come buoni amministratori della multiforme grazia di Dio” (1 Pietro 4:10). Cosa significa essere un buon amministratore o dispensatore della multiforme grazia di Dio? Sono una persona del genere? O trascorro il mio tempo pregando solo per i miei problemi e le mie difficoltà?

Carissimi, le nostre attuali sofferenze stanno producendo qualcosa di prezioso nelle nostre vite. Stanno formando in noi un grido per il dono della misericordia e della grazia, da offrire a chi è sofferente. Le nostre sofferenze ci rendono donatori di grazia.

venerdì 18 luglio 2008

BRICIOLE

La donna con la figlia indemoniata persistette nel cercare Gesù. Alla fine, i discepoli insistettero il maestro: “Signore, mandala via, sbarazzati di lei. Non smette di tormentarci”. Notate la risposta di Gesù alle richieste della donna: “Ma egli non le rispondeva nulla” (Matteo 15:23). Era chiaro che Cristo voleva ignorare la situazione. Ma perché lo fece? Gesù sapeva che la storia di questa donna sarebbe stata raccontata alle future generazioni. E voleva rivelare una verità a tutti coloro che l’avrebbero letta. Perciò mise alla prova la fede della donna dicendo: “Io non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa d'Israele” (Matteo 15:24). Cristo stava dicendo: “Io sono venuto per la salvezza dei Giudei. Perché dovrei sprecare il loro vangelo per un Gentile?”.

A questo punto la maggior parte di noi se ne sarebbe andata via, ma la donna persistette. Io vi chiedo: quanto spesso vi arrendete in preghiera? Quante volte vi siete stancati e avete pensato: “Ho cercato il Signore. Ho pregato e chiesto. Non ottengo nessun risultato”?

Considerate la risposta di questa donna. Non rispose con una lamentela, né puntando il dito dicendo: “Perché mi rinneghi, Gesù?”. No, la Scrittura ci dice l’esatto contrario: “Ella però venne e l'adorò, dicendo: «Signore, aiutami!»” (15:25).

Il seguito è difficile da leggere. Ancora una volta, Gesù rimproverò la donna. Soltanto che questa volta la sua risposta fu persino più rude. Le disse: “Non è cosa buona prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini” (15:26). Ancora una volta, la stava mettendo alla prova.

Ora la madre rispose: “E’ vero, Signore, poiché anche i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni” (15:27). Che risposta incredibile. Questa donna ostinata non se ne sarebbe andata senza aver ottenuto qualcosa da Gesù. E persino il Signore la lodò per questo suo atteggiamento. Gesù le disse: “O donna, grande è la tua fede! Ti sia fatto come tu vuoi. E in quel momento sua figlia fu guarita” (15:28).

Carissimi, non siamo stati chiamati a ricevere briciole. Ci è stata promessa ogni grazia e misericordia di cui abbiamo bisogno nella nostra crisi. E questo comprende ogni crisi familiare, di persone salvate o non. Siamo stati invitati ad entrare con coraggio al trono di Cristo, con fiducia.

giovedì 17 luglio 2008

AL DI LA' DI OGNI SPERANZA UMANA

Giunge un momento nella vita in cui certe situazioni sembrano andare al di là di ogni speranza umana. Non c’è consiglio, dottore, medicina o nien’altro che possa risolverle. La situazione è diventata impossibile. Richiede un miracolo, altrimenti finisce in devastazione.

In questi momenti, l’unica speranza che rimane è andare a Gesù. Non importa se si tratta di un padre, di una madre o di un figlio. Quella persona deve prendersi la responsabilità di afferrare Gesù. E deve determinarsi: “Io non lo lascerò finché non sentirò la sua voce. Mi deve dire: ‘E’ tutto risolto. Adesso puoi andare’”.

Nell’evangelo di Giovanni, troviamo una famiglia in crisi: “Ora vi era un funzionario regio, il cui figlio era ammalato a Capernaum” (Giovanni 4:46). Era una famiglia distinta, forse persino reale. Su quella famiglia aleggiava uno spirito di morte, perché vi era un ragazzo che stava per morire. Forse vi erano altri componenti in quella famiglia, forse vi erano zii e zii, nonni o altri figli. Ci viene detto infatti che in seguito tutta la famiglia credette, compresi i servi: “E credette lui (il padre) con tutta la sua casa” (4:53).

Qualcuno in quella famiglia sapeva chi era Gesù, ed aveva udito della sua potenza miracolosa. In qualche modo, giunse alle orecchie della famiglia che Cristo si trovava a Cana, a circa venticinque miglia di distanza. Disperato, il padre decise di andare dal Signore. La Scrittura ci dice: “Avendo egli udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, andò da lui” (4:47).

Questo nobiluomo ebbe una forte determinazione e andò da Gesù. La Bibbia dice che “Lo pregò che scendesse e guarisse suo figlio, perché stava per morire” (4:47). Che meravigliosa figura di intercessione. Quest’uomo mise tutto da parte per cercare il Signore affinché dicesse una parola.

Cristo gli rispose: “Se non vedete segni e miracoli, voi non credete” (4:48). Cosa voleva dire Gesù con queste parole? Stava dicendo a quell’uomo che una liberazione miracolosa non era il suo bisogno più pressante. Al contrario, il problema numero uno di quest’uomo era la sua fede. Pensateci: Cristo poteva andare a casa di quell’uomo, imporre le mani sul ragazzo e guarirlo. E tutta quella famiglia avrebbe saputo che Gesù compiva miracoli.

Ma Cristo desiderava qualcosa in più per quest’uomo e la sua famiglia. Voleva che credessero che lui era Dio in carne. Perciò disse al nobiluomo, in sostanza: “Credi che stai cercando Dio per questo bisogno? Credi che sono il Cristo, il salvatore del mondo?”. Il nobile rispose: “Signore, scendi prima che il mio ragazzo muoia!” (4:49). A quel punto, Gesù avrà visto la fede in questo uomo. Era come se Gesù dicesse: “Lui crede che sono Dio in carne”. Perché subito dopo leggiamo: “Gesù gli disse: Va’ tuo figlio vive” (4:50).

mercoledì 16 luglio 2008

IL FONDAMENTO DELLA FEDE

Su quale fondamento è costruita la tua fede? La Scrittura ci dice che la fede viene dall’udire, e che la Parola di Dio ci dà delle “orecchie spirituali” che ci permettono di udire (vedi Romani 10:17). Ebbene, ecco cosa dice la Bibbia a proposito delle esperienze nel deserto che tutti noi ci troviamo ad affrontare:

· “Non mi sommerga la corrente delle acque, non m'inghiottisca l'abisso e non chiuda il pozzo la sua bocca su di me. Rispondimi, o Eterno, perché preziosa è la tua benignità; nelle tue grandi compassioni volgiti a me. Non nascondere il tuo volto dal tuo servo, perché sono nell'angoscia; affrettati a rispondermi” (Salmo 69:15-17). È chiaro che le acque dell’afflizione possono inondare anche la vita del giusto.

· “Poiché tu ci hai messi alla prova, o DIO, tu ci hai raffinati come si raffina l'argento. Ci hai fatti cadere nella rete, hai posto un grave peso sui nostri lombi. Hai fatto cavalcare gli uomini sul nostro capo, siamo passati attraverso il fuoco e l'acqua, ma tu ci hai tratto fuori in luogo di refrigerio” (Salmo 66:10-12). Chi ci fa cadere nella rete dell’afflizione? Dio stesso.

· Prima di essere afflitto andavo errando, ma ora osservo la tua parola… È stato bene per me l'essere stato afflitto, perché imparassi i tuoi statuti (Salmo 119:67, 71). Questo verso lo specifica chiaramente. È un bene per noi – persino una benedizione – quando siamo afflitti.

Consideriamo la testimonianza del Salmista: “Io amo l'Eterno, perché egli ha dato ascolto alla mia voce e alle mie suppliche… I legami della morte mi avevano circondato e le angosce dello Sceol mi avevano colto; sventura e dolore mi avevano sopraffatto. Allora invocai il nome dell'Eterno: «O Eterno, ti supplico salvami»” (Salmo 116:1-4). Ecco un servo fedele che amava Dio ed aveva grande fede. Eppure si ritrovò ad affrontare il dolore, i problemi e la morte.

Troviamo questo tema in tutta la Bibbia. La Parola di Dio dichiara ad alta voce che il cammino verso la fede attraversa i fiumi e il fuoco: “Apristi la tua via in mezzo al mare, il tuo sentiero in mezzo alle grandi acque” (Salmo 77:19). “Ecco, io faccio una cosa nuova; essa germoglierà; non la riconoscerete voi? Sì, aprirò una strada nel deserto, farò scorrere fiumi nella solitudine” (Isaia 43:19). “Quando passerai attraverso le acque io sarò con te, o attraverserai i fiumi, non ti sommergeranno; quando camminerai in mezzo al fuoco, non sarai bruciato e la fiamma non ti consumerà” (Isaia 43:2). “Poiché io sono l'Eterno, il tuo DIO, il Santo d'Israele, il tuo Salvatore” (Isaia 43:3).

Questo ultimo verso contiene una verità importante: in ogni difficoltà che affrontiamo, il nostro Padre ci tiene per mano. Ma soltanto quelli che attraversano il deserto ottengono questa mano d’aiuto. Lui la stende verso quelli che attraversano i fiumi impervi dei problemi.

martedì 15 luglio 2008

IL POTERE DELLO SPIRITO DI LIBERARE

“Il quale ci ha liberati e ci libera da un sì grande pericolo di morte, e nel quale speriamo che ci libererà ancora nell'avvenire” (2 Corinzi 1:10). Che affermazione incredibile! Paolo sta dicendo: “Lo Spirito mi ha liberato da una situazione disperata. E lui mi libererà ancora. Continuerà a liberarmi in ogni mia afflizione”.

Ricevere lo Spirito Santo non è una manifestazione emotiva. (Tuttavia credo che esistano le manifestazioni dello Spirito). Sto parlando piuttosto di ricevere lo Spirito attraverso una conoscenza sempre maggiore. Riceverlo significa avere una luce sempre maggiore della sua potenza liberatrice, della sua forza di portare i nostri pesi, della sua provvidenza.

Ripeto le parole di Pietro: “Poiché la sua divina potenza ci ha donato tutte le cose che appartengono alla vita e alla pietà, per mezzo della conoscenza di colui che ci ha chiamati mediante la sua gloria e virtù” (2 Pietro 1:3). Secondo Pietro, la potenza divina dello Spirito non viene come una manifestazione. Viene prima “attraverso la conoscenza di colui che ci ha chiamati”.

“E la sua pienezza divina ci ha donato tutte le cose” (Giovanni 1:14). Inoltre, non riceviamo pienamente lo Spirito Santo finché non è completamente responsabile di ogni cosa. Semplicemente non lo abbiamo ricevuto se non gli abbiamo dato il controllo completo. Dobbiamo affidarci completamente alle sue cure.

Permettetemi di darvi un esempio finale, per illustrare quanto detto. In Genesi 19 troviamo Lot e la sua famiglia in una crisi terribile. Sulla loro città, Sodoma, stava per cadere il giudizio e così Dio dovette mandare i suoi angeli a liberarli. Lot aprì la porta a questi messaggeri del Signore, ed essi entrarono in casa sua. Avevano il potere del cielo di liberare tutta quella città. Ma gli angeli non furono bene accetti.

Alla fine, gli angeli dovettero costringere Lot e la sua famiglia, trascinandoli fuori da Sodoma. Il piano di Dio era quello di liberarli portandoli via. Li avrebbe nutriti e si sarebbe preso cura di loro. Ma, per quanto ne sappiamo, la moglie di Lot guardò indietro e morì.

Il messaggio degli angeli era stato chiaro: “Se volete che Dio abbia il controllo, allora dovete dargli le redini. Se cercate la sua liberazione, dovete arrendergli i vostri piani ed essere disposti a fare a modo suo”. In breve, lo Spirito Santo non usa la sua forza per liberare chi dubita.

L’incredulità fa abortire la sua opera. Dobbiamo essere disposti a permettergli di cambiare la nostra vita, se questo è il modo che Dio ha scelto per liberarci.

lunedì 14 luglio 2008

LA DELIZIA DI DIO

Dio non solo ama il suo popolo, ma si delizia in ciascuno di noi. Prende grande piacere in noi. È benedetto quando si prende cura di noi e ci libera.

Vedo questo genere di piacere protettivo in mia moglie Gwen, quando ci chiama uno dei nostri nipoti. Gwen si illumina come un albero di Natale quando c’è in linea uno dei nostri piccoli. Niente può staccarla dal telefono. Anche se le dicessi che c’è il Presidente davanti alla porta, mi manderebbe via e continuerebbe a parlare al telefono.

Come potrei mai accusare il mio Padre celeste di deliziarmi in me meno di quanto possa fare io con la mia progenie? A volte i miei figli mi hanno deluso, quando hanno fatto cose contrarie a quelle che gli avevo insegnato. Ma neanche per un momento ho smesso di amarli o di compiacermi in loro. Perciò se io che sono un padre imperfetto possiedo questo genere di amore, quanto più il nostro Padre celeste si prende cura di noi che siamo suoi figli?

Giosuè e Caleb si levarono in mezzo al popolo d’Israele e gridarono: “Se l'Eterno si compiace con noi, ci condurrà in questo paese e ce lo darà” (Numeri 14:8). Che dichiarazione semplice eppure incredibile. Qui stavano dicendo: “Il nostro Signore ci ama e si compiace con noi. E spazzerà ogni gigante perché si delizia nel fare ciò. Perciò, non dobbiamo guardare agli ostacoli.

Dobbiamo continuare a concentrare il nostro sguardo sul grande amore del Signore verso di noi”.

In tutta la Scrittura leggiamo che Dio si compiace in noi: “Quelli che sono integri nella loro condotta gli sono graditi” (Proverbi 11:20). “La preghiera degli uomini retti gli è gradita” (15:8). “Mi liberò dal mio potente nemico e da quelli che mi odiavano, perché erano più forti di me. Essi mi erano venuti contro nel giorno della mia calamità, ma l'Eterno fu il mio sostegno, e mi trasse fuori al largo; egli mi liberò perché mi gradisce” (Salmo 18:17-19).

È assolutamente necessario credere che Dio ci ama e si compiace di noi. Solo allora saremo in grado di accettare che ogni circostanza nelle nostre vite è nella volontà amorevole del nostro Padre per noi. Usciremo dal deserto appoggiandoci sulle braccia amorevoli di Gesù. Ed egli saprà trarre gioia dal nostro dolore.

venerdì 11 luglio 2008

CONQUISTANDO LE TENEBRE

C’è solo una cosa che conquista e disperde le tenebre, e questa è la luce. Isaia dichiara: “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano nel paese dell'ombra della morte, si è levata una luce” (Isaia 9:1). Allo stesso modo, Giovanni affermava: “E la luce risplende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno compresa” (Giovanni 1:5).

La luce rappresenta la comprensione. Quando diciamo: “Vedo la luce”, stiamo dicendo: “Ora capisco”. Vedete cosa dice qui la Scrittura? Il Signore sta per aprire i nostri occhi, non per vedere un diavolo vittorioso ma per ricevere una nuova rivelazione. Il nostro Dio ci ha mandato il suo Spirito Santo, la cui potenza è maggiore di tutte le potestà dell’inferno: “Colui che è in voi è più grande di colui che è nel mondo” (1 Giovanni 4:4).

In Apocalisse leggiamo che dall’inferno salivano locuste e scorpioni che avevano un gran potere. Leggiamo di un dragone, di bestie, di creature con le corna, ma anche di un imminente Anticristo. Ma non conosciamo il significato di tutte queste creature. Cioè, non dobbiamo conoscerlo. Non dobbiamo preoccuparci dell’Anticristo o del marchio della bestia.

In noi vive lo Spirito dell’Iddio Onnipotente e del suo Cristo. Paolo dichiara che la potenza dello Spirito Santo è all’opera in noi. In altre parole, lo Spirito Santo è vivo in noi proprio in questo momento.

Ma come opera in noi lo Spirito nei momenti difficili? La sua potenza si manifesta in noi solo quando lo riceviamo come colui che porta i nostri pesi. Lo Spirito Santo ci è stato dato proprio per questo motivo, per portare i nostri pesi e le nostre preoccupazioni. Ma come possiamo dire di averlo ricevuto se non gli abbiamo affidato i nostri pesi?

Lo Spirito Santo non è chiuso nella gloria, ma è qui, abita in noi. E sta aspettando ansiosamente di prendere il controllo di ogni situazione nella nostra vita, comprese le nostre afflizioni. Perciò, se continuiamo a vivere nella paura – disperandoci, arrovellandoci per i dubbi, diventando sempre più ansiosi – vuol dire che non lo abbiamo ricevuto come nostro consolatore, come nostro aiuto, guida e forza.

Sarà una testimonianza per il mondo solo quel cristiano che ha deposto ogni suo peso sullo Spirito Santo. Come i Tessalonicesi, il credente si vede circondato da tanti problemi, eppure ha la gioia del Signore. Si affida allo Spirito di Dio per trovare conforto e guida nelle afflizioni. E ha una testimonianza potente per il mondo perduto, perché in lui dimora la gioia nonostante sia circondato dalle tenebre. La sua vita dice al mondo: “Questa persona ha visto la luce”.

giovedì 10 luglio 2008

LA STANZETTA SEGRETA

“Ma tu, quando preghi, entra nella tua cameretta, chiudi la tua porta e prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà pubblicamente” (Matteo 6:6).

In passato ho insegnato che a causa delle esigenze della vita di tutti i giorni, posiamo avere una “stanzetta segreta di preghiera” ovunque: in macchina, sull’autobus, durante una pausa di lavoro. In parte questo è vero. Ma c’è di più. Il termine greco per “cameretta” in questo verso significa “una stanza private, un luogo segreto”. Questo era chiaro agli ascoltatori di Gesù, perché le case a quei tempi avevano una stanza interna che serviva come una sorta di sgabuzzino. Il comando di Gesù è stato quello di entrare in un posto segreto e chiudersi la porta alle spalle. È un comando rivolto ad ogni singola persona, e non riguarda il genere di preghiera che possiamo fare in chiesa o con una persona accanto.

Gesù ha costituito un esempio, in quanto anche lui andava in posti privati a pregare. Diverse volte la Scrittura ci dice che “andava da solo” a trascorrere del tempo in preghiera. Nessuno aveva una vita più impegnata di lui, visto che era continuamente pressato dalle necessità di quelli che gli stavano attorno, ed aveva pochissimo tempo per sé. Eppure ci viene detto che “il mattino, essendo ancora molto buio, Gesù si alzava, usciva e se ne andava in un luogo solitario e là pregava” (Marco 1:35). “Dopo averle congedate, salì sul monte in disparte per pregare. E, fattosi sera, era là tutto solo” (Matteo 14:23).

Tutti noi abbiamo delle scuse per spiegare come mai non preghiamo nel segreto, in un posto speciale da soli. Diciamo di non aver un posto del genere, né di aver abbastanza tempo per farlo. Thomas Manton, un pio scrittore Puritano, scrisse: “Diciamo di non aver tempo per pregare in segreto. Eppure abbiamo tempo per tutto il resto: tempo per mangiare, per bere, per i figli, ma non abbiamo tempo per quello che sostiene tutto il resto. Diciamo di non aver un posto privato, ma Gesù trovò la montagna, Pietro un alto solaio, i profeti il deserto. Se ami qualcuno, troverai un posto per appartarti con lui o con lei”.

Vedete quanto è importante disporre il proprio cuore a pregare in un posto segreto? Non si tratta di legalismo o di un vincolo, ma di amore. È per la bontà di Dio nei nostri riguardi. Lui vede in anticipo e sa che abbiamo bisogno di risorse importanti per rifornirci tutti i giorni. Ma le troviamo solo nel luogo segreto, con lui.

mercoledì 9 luglio 2008

SEDUTO CON GESU'

Secondo Paolo, noi che crediamo in Gesù siamo stati risuscitati da una morte spirituale e viviamo con lui in un regno celeste. “Anche quando eravamo morti nei falli, ci ha vivificati con Cristo (voi siete salvati per grazia), e ci ha risuscitati con lui e con lui ci ha fatti sedere nei luoghi celesti in Cristo Gesù” (Efesini 2:5-6).

Dov’è questo posto celeste in cui siamo seduti con Gesù? Esattamente nella stanza del trono di Dio – il trono della grazia, la dimora dell’Altissimo. Due versi dopo leggiamo come siamo stati portati in questo meraviglioso posto: “Voi infatti siete stati salvati per grazia, mediante la fede, e ciò non viene da voi, è il dono di Dio” (2:8).

Questa stanza del trono è il seggio di ogni potenza e dominio. È il posto in cui Dio regna su tutti i principati e le potestà, e regna sugli affari degli uomini. Qui nella stanza del trono, lui controlla ogni movimento di Satana ed esamina ogni pensiero umano.

E Cristo è seduto alla destra del Padre. La Scrittura ci dice: “Tutte le cose sono state fatte per mezzo di lui” (Giovanni 1:3). E “poiché in lui abita corporalmente tutta la pienezza della Deità” (Colossesi 2:9). In Gesù risiede ogni sapienza e pace, ogni potenza e forza, tutto ciò di cui abbiamo bisogno per vivere una vita vittoriosa e fruttifera. E ci è stato dato accesso a tutte le ricchezze che sono in Cristo.

Paolo ci sta dicendo: “Sicuro come Cristo è risuscitato dai morti, così il Padre ha risuscitato anche noi. E sicuramente come Gesù è stato portato al trono della gloria, così anche noi siamo stati portati con lui in quel posto glorioso. Siccome siamo in lui, anche noi siamo dove lui è. Questo è il privilegio di ogni credente. Significa che siamo seduti con lui nello stesso luogo celeste in cui lui dimora”.

Paolo dice che nel trono ci sono concesse tutte le benedizioni spirituali. Tutte le ricchezze di Cristo sono a nostra disposizione in quel luogo: pazienza, forza, riposo, una pace sempre maggiore. “Benedetto sia Dio, Padre del Signor nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo” (Efesini 1:3).

martedì 8 luglio 2008

VINCITORE DI OGNI BATTAGLIA

Dio ha promesso che saresti uscito vincitore da ogni battaglia, coronato dalla sua forza. “Innalzati, o Eterno, con la tua forza; noi canteremo e celebreremo le lodi della tua potenza” (Salmo 21:13).

In che modo il Signore “previene” queste benedizioni di bontà e di amorevole gentilezza? Lo Spirito Santo scaccia da noi ogni paura – paura di fallire, di essere scacciati da Dio, di perdere la presenza dello Spirito Santo – piantando in noi la sua gioia. Dobbiamo uscire gioendo, come faceva Davide, perché Dio ci ha assicurato che noi vinceremo.

Eppure sono pochi i cristiani che hanno questa gioia e questa immensa felicità. Moltissimi non hanno mai conosciuto il riposo dell’anima o la pace della presenza di Cristo. Se ne vanno in giro come delle mummie, immaginandosi sotto la nuvola nera dell’ira di Dio piuttosto che sotto le sue ali protettive. Lo considerano un padrone severo, sempre pronto a schioccare la frusta sulle loro spalle. E così vivono scontenti, senza speranza, più morti che vivi.

Ma agli occhi di Dio, il nostro problema non è il peccato; è la fiducia. Gesù ha sistemato il nostro problema del peccato una volta per tutte al Calvario. Non ci assilla dicendo: “Questa volta hai superato il limite”. No, mai! La sua attitudine nei nostri riguardi è completamente opposta. Il Suo Spirito ci esorta sempre, ricordandoci la bontà del Padre anche in mezzo ai nostri fallimenti.

Quando ci concentriamo troppo sui nostri peccati, perdiamo di vista quello che più Dio vuole da noi: “Ora senza fede è impossibile piacergli, perché chi si accosta a Dio deve credere che egli è, e che egli è il rimuneratore di quelli che lo cercano” (Ebrei 11:6). Questo verso dice tutto. Il nostro Dio è un rimuneratore, ed è così ansioso di versarci addosso la sua bontà che ci benedice anche quando non è in programma.

Questo è il concetto che il nostro Padre celeste desidera che abbiamo di lui. Sa quando ci pentiremo dei nostri fallimenti e dei nostri peccati. Sa quando siamo contriti. Ma non aspetta che siamo contriti. Così ci anticipa dicendo: “Voglio assicurarmi che mio figlio non venga giudicato, perchè l’ho già perdonato attraverso il sangue purificatore di mio Figlio”.

VINCITORE DI OGNI BATTAGLIA

Dio ha promesso che saresti uscito vincitore da ogni battaglia, coronato dalla sua forza. “Innalzati, o Eterno, con la tua forza; noi canteremo e celebreremo le lodi della tua potenza” (Salmo 21:13).

In che modo il Signore “previene” queste benedizioni di bontà e di amorevole gentilezza? Lo Spirito Santo scaccia da noi ogni paura – paura di fallire, di essere scacciati da Dio, di perdere la presenza dello Spirito Santo – piantando in noi la sua gioia. Dobbiamo uscire gioendo, come faceva Davide, perché Dio ci ha assicurato che noi vinceremo.

Eppure sono pochi i cristiani che hanno questa gioia e questa immensa felicità. Moltissimi non hanno mai conosciuto il riposo dell’anima o la pace della presenza di Cristo. Se ne vanno in giro come delle mummie, immaginandosi sotto la nuvola nera dell’ira di Dio piuttosto che sotto le sue ali protettive. Lo considerano un padrone severo, sempre pronto a schioccare la frusta sulle loro spalle. E così vivono scontenti, senza speranza, più morti che vivi.

Ma agli occhi di Dio, il nostro problema non è il peccato; è la fiducia. Gesù ha sistemato il nostro problema del peccato una volta per tutte al Calvario. Non ci assilla dicendo: “Questa volta hai superato il limite”. No, mai! La sua attitudine nei nostri riguardi è completamente opposta. Il Suo Spirito ci esorta sempre, ricordandoci la bontà del Padre anche in mezzo ai nostri fallimenti.

Quando ci concentriamo troppo sui nostri peccati, perdiamo di vista quello che più Dio vuole da noi: “Ora senza fede è impossibile piacergli, perché chi si accosta a Dio deve credere che egli è, e che egli è il rimuneratore di quelli che lo cercano” (Ebrei 11:6). Questo verso dice tutto. Il nostro Dio è un rimuneratore, ed è così ansioso di versarci addosso la sua bontà che ci benedice anche quando non è in programma.

Questo è il concetto che il nostro Padre celeste desidera che abbiamo di lui. Sa quando ci pentiremo dei nostri fallimenti e dei nostri peccati. Sa quando siamo contriti. Ma non aspetta che siamo contriti. Così ci anticipa dicendo: “Voglio assicurarmi che mio figlio non venga giudicato, perchè l’ho già perdonato attraverso il sangue purificatore di mio Figlio”.