mercoledì 30 settembre 2009

DIO NON TI È PASSATO OLTRE

Uno dei pesi più grandi che ho come pastore del Signore è, “Oh, Dio come posso portare speranza e consolazione ai credenti che stanno sopportando un dolore e una sofferenza così enorme? Dammi un messaggio che cancelli il loro dubbio e il loro timore. Dammi la verità che asciughi le lacrime dell’afflizione e metta un canto sulle labbra di chi è senza speranza”.

Il messaggio che odo dallo Spirito Santo per il popolo di Dio è molto semplice: “Và alla mia Parola, e resta saldo sulle mie promesse. Rifiuta i tuoi sentimenti di dubbio”. Tutta la speranza viene generata dalle promesse di Dio.

Ho recentemente ricevuto una lettera che contiene una bellissima illustrazione vivente di quanto ho scritto. È una lettera ricevuta da una madre che scrive: “Mia figlia ha sedici anni. Ha una deformazione fisica nei suoi muscoli, legamenti e giunture, e soffre di un dolore estremo ventiquattro ore al giorno. Ho perso un figlio, si è suicidato nel 1997 a causa dello stesso dolore. Aveva ventidue anni allora, dopo nove anni di sofferenza, si è tolto la vita. Non riusciva a gestire tanto dolore.

“Mia figlia era una ballerina e non vedeva l’ora di andare alla Julliard School di New York. Ma i suoi sogni andarono in frantumi quando venne colpita dalla stessa malattia che aveva tormentato il fratello. Il dottore disse che il suo dolore, su una scala da 1 a 10, è 14. La quantità di sedativi necessari a fare effetto per lei le distruggerebbero i reni, quindi non può prenderli.

“Lei ama il Signore, ed è una gioia starle intorno. È una poetessa meravigliosa, le cui poesie sono apparse su oltre 15 pubblicazioni, ed è citata ne “International Who’s Who in Poetry” (un libro che elenca i maggiori poeti americani NdT).

Di fronte a tutto questo, in mezzo a incessanti scosse del corpo e dell’anima, questa madre e sua figlia hanno riposto la loro speranza nella Parola di Dio per loro. Ed Egli ha dato loro pace.

Il nemico ha cercato di dirti che Dio ti è passato oltre? Sei stato tentato a giungere alla conclusione che il Signore non sia con te? Stai quasi per mollare la tua fede? Riponi la tua speranza nella Parola di Dio per te:

Io non ti lascerò e non ti abbandonerò” (Ebrei 13:5).

L'Eterno sarà un rifugio inespugnabile per l'oppresso, un rifugio inespugnabile in tempi di distretta. E quelli che conoscono il tuo nome confideranno in te, perché tu, o Eterno, non abbandoni quelli che ti cercano” (Salmo 9:9-10).

martedì 29 settembre 2009

CALEB

Caleb, il cui nome significa “energico, coraggioso”, è il tipo di cristiano che va fino in fondo! Egli era inseparabile da Giosuè, un tipo di Cristo, e rappresentò colui che cammina continuamente con il Signore.

Caleb era stato oltre il Giordano con le spie. Mentre era lì, fu condotto dallo Spirito Santo ad Hebron – “il luogo della morte”. Con timore scalò quel monte santo e la fede invase la sua anima. Abrahamo e Sarah furono sepolti lì, come pure Isacco e Giacobbe. Anni dopo, il regno di Davide avrebbe avuto inizio da lì. Caleb diede valore a quel luogo santo! Da quel momento volle Hebron come sua possessione.

Si disse di Caleb che egli “mi ha seguito [il Signore] pienamente” (Numeri 14:24). Non vacillò mai fino alla fine. Salomone vacillò nei suoi ultimi anni e “non seguì il Signore appieno”. Ma all’età di 85 anni, Caleb poteva testimoniare: “Ma oggi sono ancora forte come lo ero il giorno in cui Mosè mi mandò; lo stesso vigore che avevo allora ce l'ho anche adesso, tanto per combattere che per andare e venire” (Giosuè 14:11).

A 85 anni, Caleb combatté la sua più grande battaglia! “Or dunque dammi questo monte (Hebron)…” (Giosuè 14:12). “Allora Giosuè lo benedisse e diede Hebron in eredità a Caleb” (Giosuè 14:13). “Per questo Hebron è rimasta proprietà di Caleb,… perché aveva pienamente seguito l'Eterno, il Dio d'Israele” (Giosuè 14:14).

Il messaggio è glorioso! Ed è questo: non è abbastanza l’essere morti al peccato – l’essere entrati nella pienezza in qualche momento del passato. La necessità è quella di crescere nel Signore fino alla fine! Mantenere la tua potenza spirituale e la tua forza - non vacillare, “seguire pienamente il Signore” – persino in età avanzata! Dovrebbe essere una fede sempre crescente.

Hebron, l’eredità di Caleb, significa “una compagnia associata”. Associata a cosa? La risposta è: “con la morte”. Non solo con la morte al peccato nel Giordano, ma anche vivere con una gruppo di persone, una comunità di credenti associati alla morte e alla resurrezione di Gesù Cristo. Fu ad Hebron che Abrahamo aveva edificato un altare per sacrificare suo figlio, e fu lì che Caleb e la sua famiglia avrebbero vissuto. Avrebbero vissuto associati costantemente all’altare del sacrificio vivente.

L’integrità di cuore di Caleb per il Signore produsse un fuoco santo per Dio nei suoi figli. Mentre i figli delle due tribù e mezzo che vivevano nelle terre mezzane si sviarono ed abbracciarono il mondo e la sua idolatria, la famiglia di Caleb si fortificò nel Signore!

lunedì 28 settembre 2009

GLI ABITANTI DELLE TERRE DI MEZZO

Coloro che scelgono di vivere sulle “terre di mezzo” condividono delle caratteristiche specifiche! Le caratteristiche delle due tribù e mezzo (Ruben, Gad e mezza tribù di Manasse) possono ritrovarsi oggi in coloro che si rifiutano di frantumare i loro idoli e di morire al mondo. I loro nomi ebraici li palesano!

Ruben significa “Un figlio che vede!” Egli era il primogenito di Giacobbe, ma perse il diritto di primogenitura a causa della sua lussuria. Giacobbe descrive suo figlio Ruben come “…instabile come l’acqua, tu non avrai la preminenza…” Ruben entrò dalla concubina di suo padre, e Giacobbe, nella sua ultima ora, disse di lui: “perché sei salito sul letto di tuo padre e l'hai profanato. Egli è salito sul mio letto” (Genesi 49:4).

Ruben aveva occhi solo per questo mondo – la sua lussuria, le sue cose, i suoi piaceri. Egli era instabile perché il suo cuore era sempre diviso, e questo spirito venne tramandato alla sua progenie. Ecco un’intera tribù attaccata al mondo e intenzionata a vivere a modo proprio.

Gad significa “Fortuna o truppa”. Per dirla in parole semplici, significa soldati di fortuna o mercenari. Mosè disse di Gad: “Egli si accaparra la prima parte per se stesso…” (Deuteronomio 33:21). Questa tribù era apparentemente obbediente, “esegue la giustizia dell’Eterno”, ma la caratteristica predominante era l’interesse per sé stesso. Gad era consumato dai suoi propri problemi e dal bisogno “di farcela”.

La filosofia di Gad era: “Combatterò con l’esercito dell’Eterno; sarò obbediente e farò tutto ciò che Dio si aspetta da me. Ma prima devo organizzare gli interessi della mia vita. Ho bisogno di sistemare me e la mia famiglia e poi sarò libero di fare di più per il Signore!”

Manasse significa “dimenticare, trascurare”. Egli era il primogenito di Giuseppe, ed avrebbe dovuto ricevere i diritti della primogenitura. Ma persino nella sua fanciullezza, si andò a sviluppare una peculiarità spiacevole, e Giacobbe lo vide nello Spirito. Manasse avrebbe un giorno dimenticato le vie di suo padre Giuseppe e avrebbe trascurato i comandamenti del Signore.

Considera questi tre aspetti combinati dei cristiani che dimorano nelle terre mezzane: instabili come l’acqua nelle loro convinzioni spirituali; non hanno mai la preminenza nelle cose di Dio; tiepidi, deboli, lussuriosi; dominati da bisogni egoistici; trascurano la Parola; non prendono i comandamenti del Signore seriamente; decidono autonomamente della propria vita invece di confidare in Dio; dimenticano le benedizioni passate; non sono disposti a sbarazzarsi di certi idoli; giustificano le proprie decisioni; non sono disposti a morire a tutto ciò che potrebbe sedurli e riportarli alle terre mezzane!

Stabiliamo di volere la pienezza del Signore. Il desiderio di Dio per te è che tu possa entrare in un luogo di riposo, gioia e pace nello Spirito Santo. Ciò richiede di seguirlo “con tutto il cuore, tutta la forza”.

venerdì 25 settembre 2009

ESSERE IN CRISTO

Benedetto sia Dio, Padre del Signor nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo” (Efesini 1:3). Paolo ci sta dicendo: “Tutti coloro che seguono Gesù sono benedetti di benedizioni spirituali nei luoghi celesti, dov’è Cristo”. Che promessa incredibile per il popolo di Dio!

Questa promessa diventa un mero insieme di parole se non sappiamo cosa siano queste benedizioni spirituali. Come possiamo godere delle benedizioni che Dio ci promette se non le comprendiamo?

Paolo scrisse questa epistola “ai fedeli in Cristo Gesù” (1:1). Questi erano credenti certi della propria salvezza. Gli efesini erano stati ben ammaestrati nel vangelo di Gesù Cristo e nella speranza della vita eterna. Sapevano chi essi erano in Cristo, ed erano rassicurati della propria posizione celeste in Lui.

Questi “fedeli” compresero pienamente che “Dio … lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei luoghi celesti” (1:20). Sapevano che erano stati eletti da Dio “prima della fondazione del mondo, affinché fossimo santi e irreprensibili davanti a lui nell'amore” (1:4). Essi afferrarono il principio dell’adozione “per mezzo di Gesù Cristo” (1:5). Dio li aveva portati nella Sua famiglia, perché quand’essi udirono la parola di verità, crederono e confidarono in essa.

Molte persone redente, purificate e perdonate vivono nell’infelicità. Non hanno mai  la sensazione di sentirsi realizzati in Cristo. Piuttosto, incedono del continuo tra cime e valli, da vette spirituali a vallate di depressione. Come può essere? Ciò accade perché non passano mai dal Salvatore crocifisso al Signore risorto che vive in gloria.

Gesù disse ai discepoli, “Poiché io vivo, anche voi vivrete. In quel giorno conoscerete che io sono nel Padre mio, e che voi siete in me ed io in voi” (Giovanni 14:19-20). Noi stiamo ora vivendo in “quei giorni” dei quali Gesù parlava, e dobbiamo comprendere la nostra posizione celeste in Cristo.

Cosa si intende con l’espressione “la nostra posizione in Cristo”? Posizione è “dove uno si trova, dove uno è”. Dio ci ha posti dove siamo, cioè in Cristo.

A sua volta, Cristo è nel Padre, seduto alla Sua destra. Dunque, se siamo in Cristo, allora stiamo in effetti seduti con Gesù nella sala del trono, dov’è Lui. Ciò significa che siamo seduti alla presenza dell’Onnipotente. Questo è ciò a cui si riferisce Paolo quando dice che “ci ha fatti sedere nei luoghi celesti in Cristo Gesù”  (Efesini 2:6). Sì, Gesù è in paradiso, ma il Signore dimora anche in te e me. Egli ha fatto di noi il Suo tempio sulla terra, la Sua dimora.

giovedì 24 settembre 2009

LA FACCIA DI DIO

Una cosa ho chiesto all'Eterno e quella cerco” (Salmo 27:4). Il re Davide sapeva che doveva esserci di più nel conoscere Dio; egli avvertiva che c’era qualcosa del Signore che lui non aveva ancora ottenuto, e che non avrebbe avuto requie finché non l’avesse scoperta. Diceva, in breve: “Vi è una bellezza, una gloria, un’eccitazione per il Signore che ancora non ho visto nella mia vita. Voglio sapere cosa significhi avere una comunione ininterrotta col mio Dio. Voglio che la mia vita sia una preghiera vivente. Solo questo mi porterà avanti per il resto dei miei giorni”.

La faccia di Dio è la Sua sembianza, il Suo riflesso. Nel rispondere al grido del cuore di Davide di avere intimità con Lui, Dio disse: “Cerca la mia faccia”. La risposta di Davide fu: “Signore, Il mio cuore mi dice da parte tua: «Cercate la mia faccia». Cerco la tua faccia, o Eterno” (Salmo 27:8).

Nel rispondere così, il Signore rivelò a Davide che Egli avrebbe potuto soddisfare i suoi desideri riflettendo Dio nella sua stessa vita. Stava istruendo Davide: “Conoscimi, investiga la mia Parola e prega per ottenere intendimento mediante lo Spirito, affinché tu possa essere come me. Voglio che la tua vita rifletta la mia bellezza al mondo”.

Questa non era soltanto una chiamata alla preghiera; Davide aveva già trascorso del tempo in preghiera sette volte al giorno. In realtà, le preghiere di Davide erano ciò che crearono questa passione in lui per conoscere il Signore. No, questa chiamata da Dio era di bramare uno stile di vita che rifletta totalmente chi è Gesù.

Vedi, al Calvario, Dio assunse un volto umano. Gesù venne sulla terra come uomo, Dio in carne; ed Egli lo fece per poter sentire il nostro dolore, per essere tentato e provato come lo siamo noi, e per mostrare il Padre. La Scrittura definisce Gesù l’impronta dell’essenza (intendendo l’esatta sembianza) di Dio. Egli è la stessa essenza e la stessa sostanza di Dio Padre (vedi Ebrei 1:3), la stessa “traccia”. In breve, Egli è “uguale” al Padre in ogni aspetto.

Fino ad oggi, Gesù Cristo è il volto, o la vera sembianza, di Dio sulla terra, e per Lui noi abbiamo comunione ininterrotta col Padre. Mediante la croce, abbiamo il privilegio di “vedere la Sua faccia”, di toccarlo. Possiamo vivere come visse Lui, testimoniando: “Non faccio nulla che io non abbia visto e udito dal Signore”.

Oggi, quando Dio dice: “Cerca la mia faccia”, le Sue parole hanno delle implicazioni maggiori che in qualsiasi altro momento della storia. Con tutto ciò che sta accadendo nel mondo intorno a noi, come dovremmo rispondere? Quando Davide era circondato da un esercito di idolatri, Dio disse: “Cerca la mia faccia”. E noi lo facciamo per uno scopo: affinché possiamo essere come Lui! Affinché diveniamo l’impronta della Sua essenza, cosicché coloro che cercano il vero Cristo Lo vedano in noi.

mercoledì 23 settembre 2009

LIBERI DALLA ZAMPA DEL LEONE

È per il nostro bene che Dio ci dice di ricordare. Il ricordo delle nostre liberazioni passate ci aiuta ad aumentare la nostra fede per quanto stiamo affrontando in questo momento.

Stai affrontando una crisi? C’è il gigante minaccioso di un problema a casa, al lavoro, o nella tua famiglia? L’unico modo per affrontare un gigante è agire come Davide: ricordare il leone e l’orso. Ricordando la fedeltà di Dio verso di lui nelle sue crisi passate, Davide poté salire contro Golia senza paura.

Quando Davide si dispose per combattere Golia, “Saul disse a Davide: Tu non puoi andare contro questo Filisteo per batterti con lui…Ma Davide rispose a Saul: Il tuo servo pascolava il gregge di suo padre quando un leone o un orso veniva a portar via una pecora dal gregge,  io lo inseguivo, lo colpivo e la strappavo dalle sue fauci; se poi quello si rivoltava contro di me, io l'afferravo per la criniera, lo colpivo e l'ammazzavo.  , il tuo servo ha ucciso il leone e l'orso; e questo incirconciso Filisteo sarà come uno di loro” (1 Samuele 17:33-36).

Davide conosceva il pericolo che correva nell’affrontare Golia. Egli non era un principiante, un ragazzino  ingenuo che commetteva bravate e in cerca di un combattimento. No, Davide stava semplicemente ricordando le sue liberazioni passate. Ed ora, egli guardava il suo nemico dritto negli occhi e affermava: “L'Eterno che mi liberò dalla zampa del leone e dalla zampa dell'orso, mi libererà anche dalla mano di questo Filisteo” (17:37).

Migliaia di credenti nel popolo di Dio oggi affrontano giganti da ogni lato. Eppure molti si rintanano nella paura. Ciò ti descrive? Hai dimenticato il tempo in cui eri così malato da essere vicino alla morte, ma il Signore ti ha risollevato? Ti ricordi di quel disastro economico in cui pensasti: “Ecco qua, sono finito”, invece il Signore ha condotto ogni cosa a buon fine e ti ha custodito fino a oggi?

Ci sono molte cose che non comprendiamo e non comprenderemo finché non saremo a casa con Gesù. Ma credo fermamente che Dio possa guarire, e che Egli abbia una via d’uscita per ogni situazione. La domanda per noi è: dove troviamo la fede, il coraggio per levarci e conquistare la vittoria in Lui?

Essa giunge solo ricordando il leone e l’orso. Giunge quando sei in grado di richiamare alla mente l’incredibile fedeltà di Dio e le passate vittorie che Egli ti ha dato. Non potrai affrontare un gigante finché non sarai in grado di visualizzare e capire la maestà e la gloria di Dio nella tua vita.

martedì 22 settembre 2009

SCELTO PER PORTARE FRUTTO

Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi; e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto” (Giovanni 15:6).

 

Molti cristiani sinceri pensano che portare frutto significhi semplicemente portare anime a Cristo. Ma portare frutto significa molto più che vincere delle anime.

 

Il frutto di cui Gesù sta parlando è una somiglianza a Cristo. Per dirla in breve, portare frutto significa riflettere la somiglianza con Gesù. E la frase “molto frutto” significa “una somiglianza sempre maggiore a Cristo”.

 

Crescere sempre più simili a Gesù dovrebbe essere lo scopo primario della nostra vita. Dovrebbe essere la parte centrale di tutte le nostre attività, del nostro stile di vita, dei nostri rapporti. Infatti tutti i nostri doni e la nostra chiamata – la nostra opera, il nostro ministero e la nostra testimonianza – dovrebbero nascere da quest’unico scopo.

 

Se non sono come Cristo – se non divento sempre più simile a lui – ho mancato lo scopo di Dio nella mia vita.

 

Vedete, lo scopo di Dio per me non può essere soddisfatto da quanto faccio per Cristo. Non si può misurare con i miei successi, anche se dovessi guarire i malati e scacciare i demoni. No, lo scopo di Dio si realizza in me soltanto quando divento come lui. La somiglianza a Cristo non dipende da quello che faccio per il Signore, ma come vengo trasformato a sua immagine.

Entrate in una libreria cristiana e leggete i titoli sugli scaffali. Per la maggior parte si tratta di manuali su come vincere la solitudine, su come sopravvivere alla depressione, su come trovare successo. Perché tutto questo? Perché abbiamo sbagliato tutto. Non siamo stati chiamati ad avere successo, ad essere privi di ogni problema, ad essere speciali, a “farcela”. No, stiamo perdendo la vera chiamata, il vero obiettivo, la cosa fondamentale per le nostre vite, cioè diventare fruttiferi a somiglianza di Cristo.

 

Gesù era totalmente arreso al Padre e questo era tutto per lui. Lui poteva affermare: “Io non faccio e non dico niente se non quello che il Padre mi dice di fare e dire”.

 

Allora, vuoi portare “molto frutto” diventando sempre più simile a Cristo? Iniziamo ad adempiere lo scopo della nostra vita soltanto quando iniziamo ad amare gli altri come Cristo ha amato noi. E noi cresciamo a somiglianza di Cristo man mano che cresce il nostro amore per gli altri.

 

“Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi; dimorate nel mio amore” (Giovanni 15:9). Il suo comandamento è chiaro e semplice: “Va’ e ama gli altri. Dai agli altri l’amore incondizionato che ti ho mostrato”. Diventiamo sempre più simili a Cristo man mano che il nostro amore per gli altri cresce. Per dirla in parole povere, portare frutto dipende da come trattiamo gli altri. 

lunedì 21 settembre 2009

TROVARE NUOVE FORZE

Quanto velocemente ci dimentichiamo delle grandi liberazioni di Dio nella nostra vita. Quanto facilmente diamo per scontato i miracoli che Egli ha compiuto in noi. Eppure la Bibbia ci dice del continuo: “Ricordati delle tue liberazioni”.

Siamo così simili ai discepoli. Essi non comprendevano i miracoli di Cristo, come quando Egli sfamò moltitudini con solo pochi pani e pochi pesci. Gesù compì due volte questo miracolo, sfamando 5000 persone una volta e 4000 la seguente. Pochi giorni dopo, i discepoli avevano rimosso tali eventi dalla loro memoria.

Ciò accadde quando Gesù lì avvertì circa il lievito dei farisei. I discepoli pensarono che Egli lo dicesse perché essi avevano dimenticato di portare il pane per il viaggio. Ma Cristo rispose loro: “Non avete ancora capito e non vi ricordate dei cinque pani per i cinquemila uomini, e quante ceste ne avete raccolto?” (Matteo 16:9-10).

Secondo Marco, Cristo fu sopraffatto dalla velocità con la quale i Suoi discepoli avevano dimenticato. Gesù disse: “Non capite ancora e non intendete? Avete il vostro cuore ancora indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate? Quando spezzai i cinque pani per cinquemila, quante ceste piene di pezzi avete raccolto?” (Marco 8:17-19).

Cosa ci dicono questi passi? È chiaro che nessuno dei discepoli si fermò a considerare cosa stesse succedendo mentre spuntavano fuori quei sostentamenti miracolosi. Prova ad immaginare questi uomini camminare tra le folle portando le ceste, distribuendo pani e pesci che si moltiplicavano miracolosamente davanti ai loro occhi. Penseresti che quei discepoli cadevano sulle ginocchia gridando: “Com’è possibile? È semplicemente grandioso. È totalmente al di là di ogni spiegazione umana. Oh, Gesù, Tu sei davvero il Signore”. Io li immagino esortare le persone che servivano: “Ecco, festeggiate il cibo miracoloso, mandato dalla gloria. Gesù lo ha provveduto”.

I discepoli videro tali miracoli con i propri occhi eppure, in qualche modo, il senso di tutto ciò non rimase impresso in loro. Essi non compresero i miracoli e, alla stessa maniera, tu ed io ci dimentichiamo dei miracoli di Dio nella nostra vita. Le liberazioni di ieri sono presto dimenticate tra le crisi di oggi.

In entrambi i Testamenti, leggiamo: “Ricorda il potente braccio del Signore, che ha compiuto miracoli in tuo favore. Ricorda tutte le tue liberazioni passate”. Considera l’esortazione fatta da Mosè a Israele dopo il miracolo del Mar Rosso: “Ricordatevi di questo giorno, nel quale siete usciti dall’Egitto, dalla casa di schiavitù; poiché l’Eterno vi ha fatto uscire da questo luogo…” (Esodo 13:3).

venerdì 18 settembre 2009

IL BACIO DEL PADRE

Una grande benedizione diviene nostra quando veniamo fatti sedere nei luoghi celesti. In cosa consiste questa benedizione? È il privilegio dell’essere accettati: “Egli ci ha resi graditi a Sè, in colui che è l'amato [Cristo]” (Efesini 1:6). La parola greca per “graditi” significa altamente favoriti. Si differenzia dalla traduzione italiana, che potrebbe essere interpretata come “ricevuto in quanto adeguato” poichè indica qualcosa che può essere sopportato, suggerendo un’attitudine del tipo, “posso conviverci”.  Ma non è il caso dell’uso che ne fa l’apostolo Paolo. Il suo uso dell’aggettivo “graditi” si traduce con “Dio ci ha altamente favoriti. Siamo molto speciali per Lui perché siamo al nostro posto in Cristo”.

Poiché Dio accettò il sacrificio di Cristo, ora Egli vede un solo uomo: Cristo, e coloro che sono a Lui legati per la fede. La nostra carne è morta agli occhi di Dio. In che modo? Gesù ha tolto di mezzo la nostra vecchia natura alla croce. Quindi ora, quando Dio ci guarda, Egli vede solo Cristo. In cambio, noi dobbiamo imparare a vedere noi stessi come Dio ci vede. Ciò significa non concentrarci unicamente sui nostri peccati e le nostre debolezze, ma sulla vittoria che Cristo ha ottenuto per noi alla croce.

La parabola del figliol prodigo fornisce un’illustrazione potente dell’essere accettati, il che avviene quando ci viene offerta una posizione celeste in Cristo. Conosci la storia: un giovane prese la propria eredità dal padre e la sperperò in una vita peccaminosa. Poi, una volta giunto alla bancarotta totale, moralmente, emotivamente e fisicamente, il figlio pensò a suo padre. Era sicuro di aver perso ogni favore presso di lui, e temeva che suo padre fosse pieno d’ira e di odio nei suoi confronti.

La Scrittura ci dice che questo giovane spezzato era pieno di dolore per il proprio peccato e gridò: “Non sono degno. Ho peccato contro il cielo”. Questa frase rappresenta coloro che giungono a ravvedimento mediante una santa contrizione.

Il prodigo si disse: “Mi leverò e andrò da mio padre” (Luca 15:18). Stava esercitando la propria benedizione di accesso. Ti è chiaro il concetto? Il prodigo si era convertito dai suoi peccati, si era lasciato il mondo alle spalle ed era entrato per quella porta aperta che suo padre gli aveva promesso. Stava camminando nel pentimento e si stava appropriando dell’accesso.

Dunque, cosa accadde al figliol prodigo? “Mentre era ancora lontano, suo padre lo vide e ne ebbe compassione; corse, gli si gettò al collo e lo baciò” (Luca 15:20). Che scena meravigliosa. Il figlio peccatore fu perdonato, abbracciato ed amato da suo padre, senza alcuna ira o condanna o cose simili. Quando ricevette il bacio del padre, seppe di essere accettato.

giovedì 17 settembre 2009

“STABILIRE” LA NOSTRA FEDE

Sono convinto che la gente perde la speranza perché perde la fede. Hanno sentito molti sermoni, hanno letto molti libri, ma intorno a loro vedono esempi di fede naufragata. Cristiani che una volta mostravano la loro fede ora smettono di credere in Dio in mezzo alle difficoltà. Allora a chi rivolgersi per avere speranza? Lo Spirito mi ha parlato in maniera chiara: “Devi ancorare la tua fede. Scegli con tutto il cuore di fidarti di Dio in ogni cosa, in ogni momento”.

 

“Stabilire” la propria fede significa “stabilizzarla, renderla incrollabile, mettere radici, mettervi sotto delle colonne, porvi un fondamento”. La Scrittura dice che è in nostro potere farlo. Giacomo scrive: “Chi dubita è simile all'onda del mare, agitata dal vento e spinta qua e là. Non pensi infatti un tal uomo di ricevere qualcosa dal Signore” (Giacomo 1:6-7).

 

In questo brano, il Signore affida tutta la responsabilità al credente. Dio ci sta dicendo, in effetti: “Quando il mondo guarda al mio popolo in questi giorni di ansietà e tremore, deve poter vedere la fede. Mentre tutto trema, la fede deve rimanere solida e incrollabile. Perciò, credente, àncora la tua fede. Cristiano, prendi una posizione fissa. E non abbandonarla mai”.

 

Sono convinto che il mondo non ha bisogno di altri sermoni sulla fede. Devono porter vedere un sermone illustrano: la vita di un uomo e/o di una donna che vive la propria fede davanti al mondo. Devono poter vedere servi di Dio che attraversano le loro stesse calamità e non ne vengono smossi. Soltanto allora i peccatori si troveranno di fronte alla potente testimonianza di una fede incrollabile.

 

Davide descrisse questa situazione quando parlò di “quelli che ti temono in presenza dei figli degli uomini” (vedi Salmo 31:19). Stava parlando di credenti la cui forte fiducia e le cui vite fedeli sono semi di speranza per quelli che vivono nelle tenebre.

 

Quando stabilisci la tua fede portando ogni peso e prova a Cristo, lasciando tutto ai suoi piedi e riposando nella fede, verrai messo duramente alla prova.

 

Una volta, mentre ero ancora nel processo di fondare la mia fede in maniera duratura, mentre avevo deposto ogni mio peso davanti al Signore, ricevetti una telefonata con una notizia che mi sconvolse. Per un momento, un’ondata di paura mi cadde addosso. Ma lo Spirito Santo mi sussurrò gentilmente: “Mantieni la tua posizione di fede. Non mollare. Io ho tutto sotto controllo. Rimani stabile”. Non dimenticherò mai la pace che mi invase in quel momento. Alla fine di quella giornata, il mio cuore era pieno di gioia mentre mi resi conto: “Mi sono fidato di te. Non ho vacillato. Grazie!”.

mercoledì 16 settembre 2009

IMPARARE A PERDONARE NOI STESSI

Per me questa è la parte più difficile del perdono. Come cristiani, siamo pronti ad offrire al mondo la grazia del nostro Signore, ma spesso la spargiamo scarsamente su noi stessi.

Considera il Re Davide, il quale commise adulterio e poi uccise il marito della donna per coprire le sue colpe. Quando il suo peccato venne alla luce, Davide si pentì, e il Signore inviò il profeta Nathan a dirgli, “Il tuo peccato è stato perdonato”. Eppure, sebbene Davide sapesse di essere stato perdonato, aveva perso la sua gioia. Egli pregò, “Fammi sentire gioia e allegrezza, fa' che le ossa che hai spezzato festeggino…Rendimi la gioia della tua salvezza, e sostienimi con uno spirito volenteroso” (Salmo 51:8, 12).

Perché Davide era così disturbato? Quest’uomo era stato giustificato davanti al Signore, ed aveva pace mediante la promessa di perdono di Dio. Tuttavia, è possibile che i nostri peccati siano cancellati dal Libro di Dio ma non dalle nostre coscienze. Davide scrisse questo Salmo perché voleva che la sua coscienza la smettesse di condannarlo per i suoi peccati. Davide non riusciva a perdonarsi. Ora, Egli stava convivendo con il castigo dell’aggrapparsi alla mancanza di perdono – una mancanza di perdono verso sé stesso – e questa era la perdita della gioia. La gioia del Signore ci giunge come il frutto dell’accettazione del Suo perdono.

Sono rimasto grandemente toccato dalla biografia di Hudson Taylor. Taylor fu uno dei missionari più efficaci della storia, un uomo pio di preghiera che fondò chiese in tutta la zona interna della Cina. Eppure Egli ministrò per anni senza gioia. Era abbattuto a causa delle sue lotte, angosciandosi per desideri segreti e pensieri di incredulità.

Nel 1869, Taylor sperimentò un cambiamento rivoluzionario. Vide che Cristo aveva tutto ciò di cui aveva bisogno, ma nessuna delle sue lacrime, nessun ravvedimento potevano rilasciare in lui quelle benedizioni. Taylor riconobbe che c’era solo una via alla pienezza di Cristo: mediante la fede. Ogni promessa che Dio aveva fatto all’uomo richiedeva fede. Così, Taylor decise di stimolare la sua fede, ma anche quello sforzo risultò vano. Infine, nell’ora più scura, lo Spirito Santo gli diede una rivelazione: la fede non viene dallo sforzarsi, ma dal riposare sulle promesse di Dio. Questo è il segreto per accedere a tutte le benedizioni di Cristo.

Taylor perdonò sé stesso per i peccati che Cristo aveva detto essere già stati gettati nel mare. E poiché riposò sulle promesse di Dio, riuscì a divenire un servo gioioso, gettando del continuo ogni sua sollecitudine sul Signore.

martedì 15 settembre 2009

SEMI DI GELOSIA E INVIDIA

Tutti noi abbiamo i semi della gelosia e dell’invidia in noi. La domanda è: chi fra di noi lo riconosce?

Un predicatore puritano di nome Thomas Manton disse a proposito dell’inclinazione umana all’invidia e alla gelosia: “Siamo nati con questo peccato adamitico. Lo beviamo nel latte materno”. Fa profondamente parte di noi.

 

Questi semi peccaminosi ci impediscono di gioire delle benedizioni e dei risultati di altri ministeri o di altre opere. Il loro effetto è quello di erigere mura potenti fra noi e i nostri fratelli e le nostre sorelle: “L'ira è crudele e la collera impetuosa, ma chi può resistere alla gelosia?” (Proverbi 27:4).

Giacomo aggiunge: “Ma se nel vostro cuore avete amara gelosia e spirito di contesa, non vantatevi e non mentite contro la verità” (Giacomo 3:14).

 

In parole povere, questo peccato di gelosia ed invia è un veleno amaro. Se lo riteniamo, non solo ci costerà autorità spirituale, ma ci aprirà la porta all’attività demoniaca.

 

Il re Saul ci fornisce l’esempio più chiaro di questa faccenda in tutta la Scrittura. In 1 Samuele 18, troviamo Davide di ritorno da una battaglia in cui aveva ucciso i Filistei. Mentre lui e il re Saul entravano a Gerusalemme, le donne d’Israele vennero a celebrare le vittorie di Davide, danzando e cantando: “Saul ha ucciso i suoi mille, Davide decine di migliaia”.

 

Saul fu ferito da questa celebrazione gioiosa, e pensò dentro di sé: “Hanno attribuito a Davide decine di migliaia di vittime, e a me solo migliaia: che cos’altro potrà avere subito dopo, se non il regno?” (vedi 1 Samuele 18:8).

 

Immediatamente, Saul fu consumato da uno spirito di gelosia ed invidia. Nel versetto successivo, leggiamo i suoi effetti mortali: “Così Saul da quel giorno in poi guardò Davide con gelosia” (18:9). Tragicamente, dopo questo, “Saul rimase nemico di Davide tutti i giorni che visse” (18:29).

 

Saul fu assolutamente deluso dalla sua gelosia. Non poté umiliarsi davanti al Signore in pentimento. Se avesse riconosciuto la sua invidia e l’avesse sradicata dal suo cuore, Dio avrebbe concesso nuovamente onore a questo suo servo unto. Ma Saul non riuscì a prendere il posto minore. Al contrario, fu attratto dal suo spirito d’invidia fino al posto maggiore. E quello che accadde il giorno seguente dovrebbe riempirci di un santo timore: “…Saul aveva paura di Davide perché l'Eterno era con lui, mentre si era ritirato da Saul” (18:12).

lunedì 14 settembre 2009

SOPPORTANDOVI GLI UNI GLI ALTRI

Sopportandovi gli uni gli altri e perdonandovi, se uno ha qualche lamentela contro un altro, e come Cristo vi ha perdonato, così fate pure voi” (Colossesi 3:13, corsivo mio).

Sopportare e perdonare sono due questioni diverse. Sopportare significa abbandonare ogni atto e pensiero di vendetta. Il verso dice, in altre parole, “Non riponete alcuna questione nelle vostre mani. Piuttosto, sopportate il dolore. Deponete la questione e lasciatela stare”.

Tuttavia, sopportare non è un concetto soltanto neotestamentario. I Proverbi ci dicono, “Non dire: «Come ha fatto a me, così farò a lui; gli renderò secondo l'opera sua»” (Proverbi 24:29). Ci viene offerto un esempio potente di tale ammonizione nella vita di Davide. Egli era adirato e bramava vendetta nei confronti di un uomo chiamato Nabal, perché Nabal si rifiutò di aiutarlo nel momento del bisogno. Davide giurò vendetta, ma obbedì al consiglio di Dio, “Non fare la tua vendetta…Lascia che il Signore combatti la tua battaglia”. Quella situazione venne risolta in maniera opportuna e Davide lodò Dio per il Suo intervento (Vedi 1 Samuele 25 per la storia intera).

Davide ebbe un’altra opportunità di vendetta facile quando scoprì il suo inseguitore, Saul, dormire in una caverna, nella quale Davide stesso si era rifugiato. Gli uomini di Davide lo pressavano, “Questa è opera di Dio. Egli ha consegnato Saul nelle tue mani. Uccidilo ora e vendicati”. Ma Davide sopportò, tagliando invece un lembo del mantello di Saul, per poter provare in seguito che avrebbe potuto ucciderlo. Tali sagge azioni sono i modi di Dio di esporre i nostri nemici all’ignominia, e questo accadde quando Davide mostrò a Saul il lembo del mantello. Saul rispose, “Tu sei più giusto di me, perché tu mi hai reso del bene, mentre io ti ho reso del male” (1 Samuele 24:17).

Ora giungiamo al perdono, che racchiude altri due comandamenti: (1) Amare i propri nemici e (2) Pregare per loro. “Ma io vi dico: Amate i vostri nemici, benedite coloro che vi maledicono, fate del bene a coloro che vi odiano, e pregate per coloro che vi maltrattano e vi perseguitano” (Matteo 5:44).

Un vecchio e saggio predicatore disse, “Se riesci a pregare per i tuoi nemici, riesci a fare tutto il resto”. Ho scoperto ciò essere vero nella mia vita.

Gesù non disse mai che l’atto di perdonare sarebbe stato facile. Quando comandò, “Ama i tuoi nemici”, il termine greco per “ama” non significa “affetto” ma “comprensione morale”. In parole semplici, perdonare qualcuno non è una questione di provocare affetto umano, ma di prendere la decisione morale di rimuovere l’odio dai nostri cuori.