venerdì 30 maggio 2008

UNA NUVOLA DI TESTIMONI

Ebrei 12:1 ci dice che il mondo è circondato da una nuvola di testimoni che sono con Cristo in gloria. Cos’ha da dire questa moltitudine di testimoni celesti al mondo presente? Viviamo in una generazione che è ben più malvagia di quella di Noè. Cosa possono dire questi testimoni ad una razza umana i cui peccati eccedono persino quelli di Sodoma?

La nostra è un’epoca di grande prosperità. La nostra economia è stata benedetta, ma la nostra società è diventata così immorale, violenta e anti-Dio che persino i secolaristi si lamentano che siamo caduti proprio in basso. I cristiani ovunque si chiedono come mai Dio abbia ritardato i suoi giudizi su una società così malvagia.

Noi che amiamo Cristo forse non capiamo perché una tale cattiveria continua ad esistere. Ma la nuvola dei testimoni celesti lo comprende. Non mettono in dubbio la misericordia e la pazienza che Dio ha mostrato.

L’apostolo Paolo è fra quella nuvola di testimoni, ed egli testimonia dell’amore illimitato di Dio persino per il “più grande dei peccatori”. La vita e gli scritti di Paolo ci dicono che egli maledisse il nome di Cristo. Fu un terrorista, perseguitò il popolo di Dio e lo trascinò nelle prigioni, facendolo uccidere. Paolo ci direbbe che Dio è paziente con questa generazione perché ci sono molti come lui, persone che peccano nell’ignoranza.

Anche l’apostolo Pietro è fra la nuvola di testimoni, e anche lui comprende perché Dio è così paziente. La vita e gli scritti di Pietro ci ricordano che egli maledì Gesù, giurando di non averlo mai conosciuto. Dio trattiene i suoi giudizi perché ci sono moltitudini di persone che ancora lo maledicono e lo rinnegano, proprio come Pietro. Il Signore non si arrende con loro, proprio come non si arrese con Pietro. Ci sono molti come lui per cui Cristo prega ancora.

Mentre considero questa nuvola di testimoni, vedo le facce di ex drogati ed alcolizzati, ex prostitute ed omosessuali, ex teppisti e spacciatori, ex omicidi e uxoricidi, ex infedeli e dipendenti dalla pornografia – moltitudini che la società aveva già dato per spacciati. Tutti loro si sono pentiti e sono morti nelle braccia di Gesù, ed ora sono testimoni della misericordia e della pazienza di un Padre amorevole.

Credo che tutti essi direbbero, con una testimonianza unica, che Gesù non li ha giudicati prima che avessero ricevuto la sua misericordia. Dio ama ancora questo mondo pazzo ed immorale. Possa egli aiutarci ad amare i perduti come li ama lui. E che possiamo pregare di avere l’amore e la pazienza che lui sta mostrando al mondo proprio in questo momento.

giovedì 29 maggio 2008

QUANDO VIENE LO SPIRITO SANTO

Il profeta Isaia descrive cosa accade quando lo Spirito Santo scende su un popolo. Isaia profetizzò: “Su di noi sia sparso lo Spirito dall'alto, il deserto divenga un frutteto e il frutteto sia considerato come una foresta” (Isaia 32:15).

Isaia sta dicendo: “Quando viene lo Spirito Santo, ciò che in passato era un deserto diventa un campo di raccolta. Un arido pezzo di terra improvvisamente è rigoglioso di frutto. E non si tratta di un raccolto temporaneo. Il frutteto diventerà una foresta. E si potrà tagliare questa foresta di anno in anno, e contare continuamente sulla sua fruttuosità”.

Isaia aggiunge: “Allora il diritto abiterà nel deserto e la giustizia dimorerà nel frutteto” (32:16). Secondo il profeta, lo Spirito Santo porterà con sé un messaggio di giudizio contro il peccato. E quel messaggio produrrà giustizia nelle persone.

Isaia non sta parlando di un’effusione temporanea di Spirito, quello che alcuni pensano sia “il risveglio”. Isaia sta descrivendo qualcosa che durerà. Gli studi di sociologi cristiani mostrano che la maggior parte dei risvegli odierni durano in media cinque anni, e si lasciano alle spalle confusione e dissensi. Conosco alcune chiese dove sono avvenuti dei cosiddetti risvegli, dove ora, nel giro di qualche anno, non è rimasta traccia dello Spirito. Quelle chiese oggi sono vuote, aride, sterili. Case che una volta ospitavano migliaia di persone, sono ora tombe cavernose in cui sono rimaste una cinquantina di persone.

Isaia continua: “L'effetto della giustizia sarà la pace il risultato della giustizia tranquillità e sicurezza per sempre. Il mio popolo abiterà in una dimora di pace, in abitazioni sicure e in quieti luoghi di riposo” (Isaia 32:17-18).

La pace viene perché la giustizia è all’opera. Lo Spirito Santo è impegnato a scacciare ogni irrequietezza, disturbo e condanna. Ne segue pace di mente, pace in famiglia e pace nella casa di Dio. E quando il popolo di Dio ha la pace di Cristo, non viene smosso facilmente: “Anche se cadesse grandine sulla foresta e la città fosse grandemente abbassata. Beati voi che seminate in riva a tutte le acque e che lasciate andar libero il piede del bue e dell'asino” (39:19-20).

La profezia di Isaia sullo Spirito Santo fu diretta ad Israele durante il regno di Uzzia. Ma si applica anche al popolo di Dio oggi. È nota come una profezia duale. Il fatto è che ogni generazione ha bisogno di un’effusione di Spirito Santo. E io credo che la chiesa oggi non ha visto niente di fronte a quello che lo Spirito Santo vuole compire.

mercoledì 28 maggio 2008

IL PAGANESIMO DELLA PREOCCUPAZIONE

“Non siate dunque in ansietà, dicendo: Che mangeremo, o che berremo, o di che ci vestiremo? Poiché sono i gentili quelli che cercano tutte queste cose, il Padre vostro celeste, infatti, sa che avete bisogno di tutte queste cose” (Matteo 6:31-32).

Gesù ci dice che la preoccupazione – essere ansiosi per il futuro della nostra famiglia, per il lavoro, per come sopravvivremo – è lo stile di vita dei pagani. Gesù sta parlando qui di quelli che non hanno alcun Padre celeste. Non conoscono Dio come un Padre celeste amorevole, che si prende cura di loro.

“Non siate dunque in ansietà per il domani” (v. 34). In queste parole molto semplici, Gesù ci comanda: “Non pensare, non preoccuparti per quello che potrebbe accadere o meno domani. Non puoi cambiare nulla. E l’ansia non ti aiuta di certo. Se ti preoccupi, fai come i pagani”. Poi Gesù dice: “Cercate prima il regno di Dio e la Sua giustizia: e tutte queste cose vi saranno sopraggiunte” (v. 33). In altre parole, devi solo continuare ad amare Gesù. Devi andare avanti, affidandogli tutti i tuoi pesi e le tue ansie. Devi riposare sulla sua fedeltà. Il tuo Padre celeste vedrà e ti fornirà tutte le cose essenziali della vita.

Mi domando se gli angeli si stupiscono per le preoccupazioni e le ansie di quelli che affermano di credere in Dio. Per loro deve essere così degradante, un insulto al Signore, il fatto che ci preoccupiamo come se non avessimo un Padre amorevole in cielo. Quali domande perplesse si chiederanno gli angeli: “Non hanno un Padre nei cieli? Non credono che li ama? Non ha detto loro che conosce tutte le loro necessità? Perché non credono che colui che nutre gli uccelli e tutto il regno animale è in grado di nutrirli e vestirli? Perché si preoccupano se sanno che possiede ogni potestà, ogni benessere e può supplire a tutti i bisogni della creazione? Perché accusano il loro Padre celeste di abbandonarli, come se lui non fosse fedele alla sua parola?”.

Tu hai un Padre celeste. Fidati di lui!

martedì 27 maggio 2008

IL MINISTERO DELLA CONSOLAZIONE

In Atti 27, Paolo si trovava su una nave diretta verso Roma quando questa si fermò a Sidone. Paolo chiese al centurione incaricato il permesso di visitare alcuni amici nella città, e “Giulio… usando umanità verso Paolo, gli permise di andare dai suoi amici per riceverne le cure” (Atti 27:3). Ecco un altro esempio di come Dio usa dei credenti per sollevarne altri.

Lo troviamo anche in 2 Timoteo, dove Paolo scrive di un certo credente:

“Conceda il Signore misericordia alla famiglia di Onesiforo, perché spesse volte egli mi ha confortato e non si è vergognato delle mie catene; anzi, venendo a Roma, mi ha cercato con molta sollecitudine e mi ha trovato” (2 Timoteo 1:16-18).

Onesiforo era uno dei figli spirituali di Paolo e amava Paolo così profondamente ed incondizionatamente da cercarlo nelle sue sofferenze. Una volta, quando Paolo si trovava in catena, Onesiforo andò a cercarlo in città finché non lo trovò. La sua motivazione era semplice: “Il mio fratello soffre. Ha sofferto i terrori del naufragio, ed ora è schiaffeggiato da Satana. Devo incoraggiarlo”.

Il ministero dell’incoraggiamento include anche cercare quelli che soffrono. Sentiamo tanto parlare della potenza della chiesa in questi ultimi giorni: la potenza di guarire i malati, di vincere i perduti, di vincere il peccato. Ma io dico che c’è una grande potenza guaritrice che sgorga da una persona restaurata e rinnovata. La depressione, l’angoscia mentale o uno spirito preoccupato possono provocare ogni sorta di malattia fisica, ma uno spirito rinfrescato ed incoraggiato – che si sente accettato, amato e coccolato – è un balsamo di guarigione di cui vi è tanto bisogno.

Troviamo questo ministero di consolazione anche nell’Antico Testamento. Quando Davide sfuggiva dalle grinfie del re Saul, era esausto e abbattuto, costretto a scappare di giorno e di notte. Durante quel periodo, si sentiva rigettato dai capi di Dio e dal popolo di Dio. Ma poi, in un momento cruciale, l’amico di Davide, Gionatan, venne a lui: “Allora Gionatan, figlio di Saul, si levò e si recò da Davide nella foresta, e l'aiutò a trovare forza in DIO. Gli disse quindi: «Non temere, perché Saul, mio padre, non riuscirà a metterti le mani addosso: tu regnerai sopra Israele e io sarò il secondo dopo di te. Lo stesso Saul mio padre sa questo»” (1 Samuele 23:16-17).

Davide ebbe bisogno di sentirsi dire solo questo ed immediatamente il suo spirito fu sollevato ed ebbe forza di andare avanti. Vediamo questo esempio di volta in volta nella Scrittura: Dio non manda un angelo o una visione, ma un credente per esortare ed incoraggiare i suoi amati figli.

lunedì 26 maggio 2008

CONSOLAZIONE E SOLLIEVO

Come consolava lo Spirito Santo Paolo durante i suoi momenti di crisi? L’apostolo stesso ce lo dice: “Ma Dio, che consola gli afflitti, ci ha consolati con la venuta di Tito” (2 Corinzi 7:6). Tito arrivò in Macedonia con uno spirito rivitalizzante, e improvvisamente il cuore di Paolo ne fu sollevato. Mentre i due avevano comunione, la gioia inondava il cuore, la mente, il corpo e lo spirito di Paolo, e l’apostolo poteva scrivere: “Sono ripieno di consolazione e sovrabbondo di gioia in mezzo a tutta la nostra afflizione” (7:4). Paolo stava dichiarando: “Mi trovo di fronte ai problemi, ma il Signore mi ha dato ciò di cui avevo bisogno per la battaglia. Mi ha sollevato attraverso Tito”.

Nei miei anni di ministero, ho visto uomini e donne di Dio giungere alla fine dalla sopportazione, abbattuti ed estremamente confusi. Ho provato angoscia per quei cari fratelli e sorelle nel loro dolore, e ho chiesto al Signore: “Padre, come faranno ad uscire questi tuoi servi da questa fossa di sofferenze? Dov’è la forza che li porterà fuori? Cosa posso dire o fare per aiutarli?”.

Credo che la risposta si trovi proprio qui, nella testimonianza di Paolo. Ecco un uomo così appesantito da non essere più se stesso. Paolo si trovava in un momento buio del suo ministero, abbattuto come non mai. Ma nel giro di poche ore, ecco che uscì completamente da quella fossa buia e fu ripieno di gioia e di felicità. Ancora una volta, l’amato apostolo si sentiva amato e utile.

Cos’era accaduto? Prima di tutto, osserviamo quanto era accaduto a Corinto. Quando Tito arrivò lì per incontrarvi i capi della chiesa, ricevette lui stesso una gloriosa consolazione. E nella chiesa ci fu un risveglio perché avevano seguito le istruzioni di Paolo, e Dio li stava benedicendo potentemente.

Così Tito andò in Macedonia con la notizia incoraggiante: “Paolo, i fratelli di Corinto ti mandano il loro affetto! Hanno rimosso il peccato che era in mezzo a loro e stanno affrontando i falsi profeti. Non disprezzano più le tue sofferenze ma gioiscono della tua testimonianza”.

Questa parola consolante, portata da un caro fratello nel Signore, sollevò immediatamente Paolo dalla sua disperazione: “Ma Dio, che consola gli afflitti, ci ha consolati con la venuta di Tito” (2 Corinzi 7:6). Vedete qui l’esempio? Dio si usa di persone per consolare e sollevarne altre. Non mandò un angelo a sollevare Paolo. Il conforto che quest’uomo ricevette fu attraverso lo spirito sollevato di Tito, che a sua volta sollevò lo spirito di Paolo.

venerdì 23 maggio 2008

IL PERICOLO ESTREMO DELL’INCREDULITA’

“E a chi giurò che non sarebbero entrati nel suo riposo, se non a quelli che furono disubbidienti? Or noi vediamo che non vi poterono entrare per l'incredulità… State attenti, fratelli, che talora non vi sia in alcuno di voi un malvagio cuore incredulo, che si allontani dal Dio vivente” (Ebrei 3:18-19, 12).

Ebrei avverte la chiesa del Nuovo Testamento: “Prestate ascolto all’esempio di Israele. Se non lo fate, potrete cadere come loro. Cadrete nel pericolo dell’incredulità. E la vostra vita diventerà un deserto lungo e continuo”.

Consideriamo quanto accadde alla generazione incredula che fu riportata nel deserto. Dopo aveva ripetutamente detto loro, dai capi ai giudici e dai Leviti in poi, che la sua mano sarebbe stata contro di loro. Da quel momento in poi, avrebbero conosciuto solo disprezzo e distretta. Non avrebbero visto la sua gloria. Sarebbero stati piuttosto concentrati sui loro problemi e consumati dalle loro passioni.

Ed è esattamente questo che accade ad ogni incredulo. Finisce consumato dal suo benessere. Non ha visione, non sente la presenza di Dio, non ha una vita di preghiera. Non si preoccupa più dei suoi vicini, del mondo perduto, e neanche dei suoi amici. Al contrario, si concentra unicamente sulla sua vita di problemi, sulle proprie difficoltà, sulle proprie malattie. Passa di crisi in crisi, si chiude nel suo dolore e nelle sue sofferenze. E i suoi giorni sono pieni di confusione, di lotte, di invidie e di divisioni.

Senza fede è impossibile piacere a Dio. Dopo che Dio ebbe diviso le acque del Mar Rosso da entrambi i lati permettendo agli Israeliti di camminarvi a piedi asciutti, essi danzarono e gioirono. Ma poi, semplicemente tre giorni dopo, quegli stessi israeliti si lamentarono contro Dio, mormorarono e misero in dubbio la Sua presenza in mezzo a loro.

Per quarantotto anni Mosè vide morire ciascuno di quegli israeliti che faceva parte della generazione incredula. Riguardando a quelli che avevano sprecato la propria vita nel deserto, vide che tutto quello che Dio aveva preannunciato si era realizzato. “La mano del Signore fu contro di loro, per distruggerli finché non furono tutti consumati” (vedi Deuteronomio 2). Dio sospese il suoi scopo eterno per Israele in tutti quegli anni.

Allo stesso modo, alcuni cristiani si accontentano semplicemente di vivere, finché non muoiono. Non vogliono rischiare nulla per credere in Dio, per crescere o maturare. Rifiutano di credere nella sua Parola e si sono induriti nella loro incredulità. Ora vivono semplicemente per morire.

giovedì 22 maggio 2008

DIO HA STABILITO IL SUO CUORE SU DI TE!

Cosa ha da dirci la nuvola di testimoni che troviamo citata in Ebrei 12:1? Cosa ci dice la Scrittura, qual è il loro messaggio ai vincitori del corpo di Cristo? Semplicemente questo: “Gli occhi del Signore sono sui giusti e i suoi orecchi sono attenti alla loro preghiera” (1 Pietro 3:12).

Non credo questa grande folla di testimoni celesti ci parlerebbe di teologie o dottrine complicate. Credo ci parlerebbero nella semplicità della verità:

* L’autore degli Ebrei ci testimonia che dobbiamo guardare a Gesù, l’autore e il compitore della nostra fede. Dobbiamo continuare a predicare la vittoria della croce, sopportare le accuse dei peccatori e mettere da parte i peccati che ci attanagliano, correndo con pazienza la corsa che ci è posta davanti (vedi Ebrei 12:1-2).
* Il re Davide ci testimonia che possiamo fidarci del perdono del Signore, perché egli non rimuoverà il suo Santo Spirito da noi. Davide commise un omicidio, fu un adultero ed un bugiardo. Ma si pentì e il Padre non lo lasciò andare perché aveva posto il suo cuore su Davide.
* Pietro ci testimonia di aver peccato contro la più grande luce che un uomo possa avere. Questo discepolo aveva camminato alla presenza di Gesù, aveva toccato il Signore ed aveva ricevuto la sua chiamata direttamente da Cristo. Quest’uomo avrebbe potuto vivere nella colpa e nella condanna, ma Dio aveva posto il suo cuore su di lui.
* Paolo ci direbbe di non temere nelle afflizioni. Gesù soffrì ogni giorno del suo ministero, ed era morto nelle sofferenze. E quando Cristo chiamò Paolo a predicare l’evangelo, gli mostrò quante grandi afflizioni lo attendevano.

In tutti gli anni del suo ministero, infatti, Paolo fu afflitto. Eppure le afflizioni dimostrano che Dio ha posto il suo cuore su di te. “Affinché nessuno fosse scosso in queste afflizioni, poiché voi stessi sapete che a questo noi siamo stati designati” (1 Tessalonicesi 3:3).

Vediamo anche la testimonianza di Giobbe: “Che cosa è l'uomo perché tu lo renda grande e presti a lui attenzione, e lo visiti ogni mattina mettendolo alla prova ad ogni istante?” (Giobbe 7:17-18, corsivo mio).

Quando Dio ti presta attenzione, verrai spesso messo alla prova. Ma il fatto è che più sono lunghe e difficili le afflizioni, più profondamente il Signore ha posto il suo cuore su di te, per mostrarti il suo amore e la sua cura. Questa è la testimonianza della vita di Paolo e di quella di Gesù. Il nemico può venire contro di te, ma il nostro Signore ha alzato contro di lui una bandiera. Troviamo riposo assoluto in Gesù.

mercoledì 21 maggio 2008

IL TEST FINALE DELLA FEDE

Arriva un momento nella vita di ogni credente – come della chiesa – in cui Dio mette alla prova la fede. Si tratta dello stesso test finale che Israele dovette affrontare nel deserto accanto al Giordano. Di quale test si tratta?

È il guardare ai pericoli in agguato – i giganti che stanno per affrontarci, le alte mura dell’afflizione, i principati e le potestà che cercano di distruggerci – e affidarci completamente alle promesse di Dio. Il test è arrenderci ad una vita di fiducia e speranza nella sua Parola. È un impegno a credere che Dio è più grande di tutti i nostri problemi e di tutti i nostri nemici.

Il nostro Padre celeste non sta cercando una fede che affronta un problema alla volta. Sta cercando una fede che dura tutta la vita, un impegno continuo a credere in lui per ottenere l’impossibile. Questo tipo di fede reca calma e riposo all’anima, in qualsiasi situazione. E abbiamo questa calma perché ci siamo decisi una volta per tutte: “Il mio Dio è più grande. È capace di tirarmi fuori da ogni tipo di afflizione”.

Il nostro Signore è amorevole e paziente, ma non permette al suo popolo di oziare nell’incredulità. Forse sei stato messo alla prova di volta in volta, ma ora è il momento di prendere una decisione. Dio vuole una fede che sopporta il test finale, una fede che non permette a niente e a nessuno di smuoverti dalla fiducia che hai nella sua fedeltà.

Attorno al soggetto della fede c’è tanta teologia. Per dirla in parole semplici, non possiamo capirla in termini teologici. Non possiamo ricrearla ripetendo: “Credo, credo realmente…”. No, la fede è un impegno che prendiamo per ubbidire a Dio. L’ubbidienza riflette la fede.

Mentre Israele si trovava di fronte a Gerico, al popolo fu detto di non dire neanche una parola, ma semplicemente di marciare. Questi credenti fedele non sussurrarono: “Aiutami a credere, Signore. Vorrei tanto credere”. No, erano concentrate sull’unica cosa che Dio gli aveva detto di fare: ubbidire alla sua Parola e andare avanti.

Questa è fede. Significa decidere nel proprio cuore di ubbidire a tutto ciò che è scritto nella Parola di Dio, senza metterlo in dubbio o prenderlo alla leggera. E sappiamo che se il nostro cuore è determinato ad ubbidire, Dio renderà chiara la sua Parola, senza confusione. Inoltre, se ci comanda di fare una cosa, sicuramente ci darà la forza e il coraggio per ubbidire: “Dica il debole: Sono forte” (Gioele 3:10). “Del resto, fratelli miei, fortificatevi nel Signore e nella forza della sua potenza” (Efesini 6:10).

martedì 20 maggio 2008

IL CIELO

“Ma ringraziato sia Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo” (1 Corinzi 15:57). Molti credenti citano questo verso tutti i giorni, applicandolo alle loro prove e alle loro tribolazioni. Eppure il contesto in cui Paolo parla ne suggerisce un significato più profondo. Un paio di versi prima, Paolo afferma: “La morte è stata inghiottita nella vittoria. O morte, dov'è il tuo dardo? O inferno, dov'è la tua vittoria?” (15:54-55).

Paolo stava parlando eloquentemente di questo suo desiderio del cielo. Scriveva: “Sappiamo infatti che se questa tenda, che è la nostra abitazione terrena, viene disfatta, noi abbiamo da parte di Dio un edificio, un'abitazione non fatta da mano d'uomo eterna nei cieli. Poiché in questa tenda noi gemiamo, desiderando di essere rivestiti della nostra abitazione celeste” (2 Corinzi 5:1-2, corsivo mio).

L’apostolo poi aggiunge: “Ma siamo fiduciosi e abbiamo molto più caro di partire dal corpo e andare ad abitare con il Signore” (5:8).

Secondo Paolo, il cielo – essere alla presenza del Signore per l’eternità – è qualcosa che bisogna desiderare con tutto il cuore.

Mentre pondero queste cose, inizia ad emergere un’immagine gloriosa. Prima di tutto, immagino la descrizione di Gesù di un’enorme adunata, quando gli angeli “con un potente suono di tromba raccoglieranno i suoi eletti dai quattro venti, da una estremità dei cieli all'altra” (Matteo 24:31). Quando tutte queste moltitudini saranno riunite, immagino una grande marcia di vittoria in cielo, con milioni di bambini glorificati che canteranno osanna al Signore, come fecero i bambini nel tempio.

Poi verranno tutti i martiri. Quelli che un tempo gridavano alla giustizia sulla terra, ora gridano: “Santo, santo, santo!”. Tutti danzeranno pieni di gioia, gridando: “Vittoria, vittoria in Gesù!”.

Poi si sentirà un grido potente, un suono mai sentito prima. Sarà la chiesa di Gesù Cristo con moltitudini di persone di ogni nazione e tribù.

Forse tutto questo ti sembrerà strano, ma Paolo stesso ne testimoniò. Quando il fedele apostolo fu portato in cielo, udì “parole ineffabili, che non è lecito ad un uomo di proferire” (2 Corinzi 12:4). Paolo disse di essere rimasto stupefatto da quanto udito. Credo egli abbia udito proprio questi suoni. Ebbe una gloriosa preannunciazione dei canti e delle lodi di Dio di quelli che gioiranno alla sua presenza, con il corpo reso integro e le anime piene di gioia e di pace. Fu un suono così glorioso che Paolo non riuscì a ripetere.

lunedì 19 maggio 2008

LA PACE DI CRISTO

Gesù sapeva che i discepoli avevano bisogno del genere di pace che avrebbe permesso loro di sopravvivere in ogni situazione. Disse ai discepoli: “Io vi lascio la pace, vi do la mia pace; io ve la do, non come la dà il mondo; il vostro cuore non sia turbato e non si spaventi” (Giovanni 14:27). Queste parole sicuramente avranno lasciato perplessi i discepoli. Per loro si trattava di una promessa incredibile: la pace di Cristo sarebbe stata anche la loro.

Questi dodici uomini si erano stupiti per la pace che avevano visto in Gesù negli ultimi tre anni. Il loro Maestro aveva dimostrato di non aver mai paura. Era sempre calmo, non si lasciava mai prendere dall’ansia in nessuna circostanza.

Sappiamo che Cristo era capace di arrabbiarsi spiritualmente. A volte era irritato, e sapeva anche piangere. Ma condusse la sua vita sulla terra come un uomo di pace. Aveva pace con il Padre, pace in mezzo alla tentazione, pace nei momenti di rigetto e di beffe. Aveva pace persino nelle tempeste del mare, quando riuscì a dormire sul fondo della barca mentre gli altri tremavano di paura.

I discepoli avevano visto quando Gesù era stato trascinato su una rupe da una folla arrabbiata, determinata ad ucciderlo. Eppure lo avevano visto uscire via da quella scena, indomito e pieno di pace. Tutto questo avrà causato discussione fra i discepoli: “Ma come fa a dormire in una tempesta? E come ha fatto ad essere così calmo quando quella folla stava quasi per scaraventarlo dalla rupe? La gente lo beffa, lo insulta, gli sputa addosso, ma lui non reagisce mai. Niente pare disturbarlo”.

Ora Gesù stava promettendo a questi uomini la sua stessa pace. Udendo ciò, i discepoli si saranno guardati stupiti l’un l’altro: “Vuoi dire che avremo la stessa pace? È incredibile!”.

Gesù aggiunse: “Non come la da’ il mondo” (Giovanni 14:27). Non sarebbe stata la cosiddetta pace di una società esclusa o ottusa. Né sarebbe stata la pace temporanea dei ricchi e dei famosi, che cercano di acquistare la pace mentale con le cose materiali. No, la loro sarebbe stata la pace di Cristo stesso, una pace che sopravanza ogni intendimento umano.

Quando Cristo promise la pace ai suoi discepoli, era come se stesse dicendo a loro e a noi oggi: “So che non comprendete i tempi che andrete ad affrontare. E so che con comprendete la Croce e le sofferenze che sto anch’io sto per affrontare. Ma voglio portare nel vostro cuore un’isola di pace. Non potrete affrontare l’avvenire senza la mia pace duratura in voi. Dovete aver pace”.

venerdì 16 maggio 2008

FAI SCORRERE LE DITA FRA I CAPELLI

Cristo descrisse gli ultimi giorni come un periodo di preoccupazione e di terrore: “Gli uomini verranno meno dalla paura e dall'attesa delle cose che si abbatteranno sul mondo… e sulla terra angoscia di popoli, nello smarrimento” (Luca 21:26,25).

Cosa ci ha dato Gesù per prepararci a queste calamità? Qual è stato il suo antidoto al terrore che sarebbe venuto?

Ci ha dato l’illustrazione del nostro Padre che veglia sui passeri, di un Dio che conta persino i capelli del nostro capo. Queste illustrazioni diventano ancor più significative quando consideriamo il contesto in cui Gesù le spiegò.

Egli pronunciò queste illustrazioni ai suoi dodici discepoli, mentre li mandava ad evangelizzare nelle città e nei villaggi di Israele. Aveva appena dato loro la potenza di scacciare i demoni e di guarire ogni sorta di malattia e di infermità. Che momento magnifico dovette essere per i discepoli! Avevano ricevuto la potenza di operare miracoli e prodigi! Ma poi il loro Maestro se ne uscì con questi ammonimenti terribili:

“Non avrete denaro in tasca. Non avrete una dimora, né un tetto sotto il quale dormire. Sarete chiamati eretici e demoni. Sarete picchiati nelle sinagoghe, trascinati davanti ai giudici, gettati in prigione. Sarete odiati e disprezzati, traditi e perseguitati. Dovrete scappare di città in città per evitare di essere lapidati”.

Immaginatevi quegli uomini con quale faccia stupita avranno guardato Gesù. Avranno rabbrividito dalla paura. Immagino che si siano chiesti: “Ma che razza di ministero è mai questo? È questo il futuro che ha in serbo per noi? Questa è la cosa peggiore che io abbia mai udito”.

Eppure, in questa stessa scena, Gesù disse a questi amati amici per ben tre volte: “Non abbiate paura!” (Matteo 10:26,28,31). E diede loro l’antidoto contro ogni paura: “L’occhio del Padre è sempre sul passero. Quanto più lo sarà su di voi, che siete i suoi amati?”.

Gesù sta dicendo: “Quando i dubbi ti assalgono – quando tocchi il fondo e pensi che nessuno capisca quello che stai passando – ecco dove trovare riposo e sicurezza. Guarda gli uccellini fuori dalla tua finestra. E fai scorrere le dita fra i tuoi capelli. Ricorda allora quello che ti ho detto, che queste piccole creature sono di immenso valore per il Padre tuo. E i tuoi capelli devono ricordarti che sei molto più importante per lui. I suoi occhi sono sempre su di te. E colui che vede e ascolta ogni tuo movimento è accanto a te”.

Così il nostro Padre si prende cura di noi nei momenti difficili.

giovedì 15 maggio 2008

IN TUTTO QUESTO

Mentre Paolo doveva affrontare il processo a Roma, si trovava in condizioni orribili (vedi Filippesi 1:13-14). Era sorvegliato ventiquattr’ore al giorno dai soldati della guardia pretoriana; aveva ciascun piede incatenato ad un soldato. Questi uomini erano crudeli, duri e spesso lo maledicevano. Avevano visto di tutto, e per loro si trattava solo di un lavoro; per loro ogni carcerato era un criminale colpevole, compreso Paolo.

Immaginate le sofferenze subite da Paolo in quella situazione. Non aveva del tempo per stare solo, neanche un solo istante di libertà. Ogni visita da parte di amici veniva sorvegliata attentamente, e probabilmente le guardie ridicolizzavano le conversazioni di Paolo. Sicuramente la dignità di questo sant’uomo sarà stata fatta a pezzi sotto quel genere di trattamento.

Pensate un po’: ecco un uomo che era stato molto attivo, un amante dei viaggi all’aria aperta e in mare aperto per incontrare ed avere comunione con il popolo di Dio. Paolo attingeva la sua gioia maggiore dalle visite nelle chiese che aveva fondato in quella regione del mondo. Ma ora si ritrovava incatenato, letteralmente legato agli uomini più duri e profani che potessero esistere.

Paolo aveva due opzioni nella sua situazione. Poteva cadere in una situazione di morbida autocommiserazione, ponendosi l’ovvia domanda egoistica: “Perché me?”. Poteva cadere in un baratro di disperazione, nella depressione più inconsolabile, completamente consumato dal pensiero: “Eccomi qui in catene, il mio ministero è finito, mentre gli altri sono lì fuori a raccogliere le anime. Perché?”.

Al contrario, Paolo scelse di chiedersi: “Come posso portare gloria a Cristo nella mia attuale situazione? Come posso realizzare qualcosa di buono in mezzo a questa prova?”. Questo servo di Dio decise: “Non posso cambiare la mia condizione. Potrei ben morire in questo stato. Ma so che i miei passi sono ordinati dal Signore. Perciò magnificherò Cristo e sarò una testimonianza per il mondo mentre sono in queste catene”. “Ora come sempre, Cristo sarà magnificato nel mio corpo, o per vita o per morte” (Filippesi 1:20).

L’attitudine di Paolo dimostra l’unico modo in cui possiamo uscire dal baratro oscuro dell’infelicità e della preoccupazione. Vedete, è possibile sprecare tutti i nostri domani nell’ansia, aspettando di essere liberati dalle nostre sofferenze. Se questo diventa il nostro obiettivo, perdiamo completamente il miracolo e la gioia dell’essere emancipati nelle nostre prove.

Considerate l’affermazione di Paolo: “Ora, fratelli, voglio che sappiate che le cose che mi sono accadute sono risultate ad un più grande avanzamento dell'evangelo” (Filippesi 1:12).

Paolo sta dicendo: “Non abbiate pietà per me e non pensate che sia scoraggiato per il mio futuro. E per favore non dite che la mia opera è finita. Sì, sono in catene e sto soffrendo, ma in tutto questo l’evangelo viene predicato ancora”.

mercoledì 14 maggio 2008

TENENDO ALTA LA PAROLA DELLA VITA

Paolo scrive: “Tenendo alta la parola della vita, affinché nel giorno di Cristo abbia di che gloriarmi, per non aver corso invano né invano faticato” (Filippesi 2:16). Paolo stava immaginando il giorno in cui si sarebbe presentato alla presenza del Signore e gli sarebbero stati svelati tutti i segreti della redenzione.

La Scrittura dice che in quel giorno i nostri occhi si apriranno, e noi contempleremo la gloria del Signore senza paura. I nostri cuori si infiammeranno quando lui ci svelerà tutti i misteri dell’universo e ci mostrerò la sua potenza dietro ad essi. Improvvisamente, vedremo la realtà di tutto quello che ci era stato messo a disposizione in ogni prova terrena: la potenza e le risorse del cielo, gli angeli protettori, la presenza costante dello Spirito Santo.

E mentre contempleremo la gloria di queste cose, il Signore ci dirà: “In tutto quel tempo, i miei guerrieri si sono accampati attorno a te, ti è stato assegnato un intero esercito di messaggeri potenti. Non hai mai corso pericolo con Satana. Non hai mai avuto ragione di temere per i tuoi domani”.

Allora Cristo ci mostrerà il Padre, e che momento strabiliante sarà! Mentre contempleremo la maestà del nostro Padre celeste, realizzeremo appieno il suo amore e la sua cura per noi, ed improvvisamente in noi sentiremo questa verità in tutta la sua forza: “Questo è stato, è e sarà per sempre il nostro Padre, veramente il grande IO SONO”.

Ecco perché qui Paolo “tiene alta” la sua parola sulla fedeltà di Dio. In quel giorno glorioso, non vorrà rimanere alla presenza del Signore pensando: “Come ho potuto essere così cieco? Perché non mi sono fidato appieno degli scopi del mio Signore? Tutte le mie preoccupazioni e le mie domande sono state vane”.

Paolo ci sta esortando: “Voglio gioire in quel giorno, quando i miei occhi si apriranno completamente. Voglio poter godere di ogni rivelazione sapendo di essermi fidato delle sue promesse, sapendo di non aver lavorato pieno di dubbi. Voglio sapere che ho tenuta alta la Parola della vita in ogni mia reazione alle sofferenze, di aver combattuto il buon combattimento, di aver dimostrato la fedeltà del mio Signore”. Paolo poi riassume tutta la questione con le parole: “Faccio una cosa: dimenticando le cose che stanno dietro e protendendomi verso le cose che stanno davanti” (Filippesi 3:13). In breve, pensava fosse impossibile mettere il suo futuro nelle mani del Signore senza prima avergli deposto il passato.

martedì 13 maggio 2008

GIOISCI NEL SIGNORE

“Rallegratevi del continuo nel Signore; lo ripeto ancora: Rallegratevi” (Filippesi 4:4). Queste sono le parole conclusive di Paolo ai Filippesi. Non sta dicendo: “Sono in prigione e queste catene sono una benedizione. Sono così contento di soffrire a questo modo”. Sono convinto che Paolo pregasse tutti i giorni per il suo rilascio e a volte gridava per avere la forza di sopportare. Persino Gesù, nel momento di estremo dolore e sofferenza, gridò al Padre: “Perché mi hai abbandonato?”. Questo è il nostro primo impulso nell’afflizione: gridare: “Perché?”. E il Signore è paziente con quel grido.

Ma Dio ha anche provveduto a rispondere ai nostri “e se” e ai nostri “perché” con la sua Parola. Paolo scrive: “Sapendo che sono stabilito alla difesa dell'evangelo. Che importa? Comunque sia, o per pretesto o sinceramente, Cristo è annunziato; e di questo mi rallegro, anzi me ne rallegrerò anche per l'avvenire” (Filippesi 1:17-18). Ci sta dicendo, in altre parole: “Sono determinato a far valere la volontà di Dio reagendo a quest’afflizione. Ho deciso che non svergognerò l’evangelo né lo farò sembrare impotente”.

“Il fatto è che Cristo viene predicato anche attraverso la mia calma, nel mio riposo in mezzo a tutte queste difficoltà. Chiunque mi vede sa che l’evangelo che predico mi dà la forza di reagire in questi momenti difficili. Dimostro in questo modo che il Signore può sollevare chiunque in ogni situazione, nel fuoco o nell’acqua, e che il Suo evangelo si predica attraverso l’esperienza”.

Ecco il messaggio che sento da Paolo e da Abrahamo: non dobbiamo fare qualcosa di grande per il Signore. Dobbiamo solo aver fiducia in Lui. Il nostro ruolo è di deporre le nostre vite nelle mani di Dio e di credere che si prenderà cura di noi. Se lo facciamo, il suo evangelo verrà predicato, non importa quali sono le nostre circostanze. E Cristo sarà rivelato in noi specialmente nelle nostre circostanze più difficili.

Sam, un anziano della nostra chiesa, una volta mi ha detto: “Pastore David, il modo in cui reagisci alle prove è una testimonianza per me”. Ciò che Sam non sapeva è che la sua vita è per me un sermone. Vive con un dolore cronico che non lo fa dormire più di qualche ora a notte. Nonostante questo suo dolore costante, la sua devozione al Signore è una testimonianza per tutti noi. La sua vita predica Cristo in maniera potente quanto i sermoni di Paolo.

Allora, Cristo è predicato nelle tue prove attuali? La tua famiglia vede l’evangelo all’opera in te? O vede soltanto panico, disperazione e dubbi sulla fedeltà di Dio? Come stai reagendo alle tue afflizioni?

lunedì 12 maggio 2008

DIO HA TUTTO SOTTO CONTROLLO

In questo momento tutto il mondo trema sotto l’esplosione di terrore e delle calamità che avvengono in tutta la terra. Tutti i giorni ci svegliamo e veniamo a conoscenza di un altro disastro. Alcuni osservatori dicono che siamo testimoni degli albori della terza Guerra Mondiale.

I non credenti sono giunti alla conclusione che non ci rimane altra soluzione, che tutto sta ruotando velocemente verso il caos perché “non c’è più un timone”. Ma il popolo di Dio la pensa diversamente. Sappiamo che non c’è motivo di aver paura, perché la Bibbia ci ricorda ancora una volta che il Signore ha tutto sotto controllo. Nulla avviene nel mondo senza la sua conoscenza e la sua guida.

Il salmista scrive: “All'Eterno appartiene il regno, ed egli signoreggia sulle nazioni” (Salmo 22:28). Allo stesso modo, il profeta Isaia dichiara al mondo: “Avvicinatevi, o nazioni, per ascoltare, o popoli, fate attenzione” (Isaia 34:1). Sta dicendo: “Ascoltate, nazioni, e prestatemi orecchio. Voglio dirvi qualcosa di importante sul Creatore del mondo”.

Isaia afferma che quando l’indignazione di Dio sorge contro le nazioni e i loro eserciti, è il Signore stesso che le consegna al massacro: “Ecco, le nazioni sono come una goccia in un secchio, sono considerate come il pulviscolo della bilancia… Tutte le nazioni sono come un nulla davanti a lui e sono da lui ritenute un nulla e vanità…. Egli è colui che sta assiso sul globo della terra, i cui abitanti sono come cavallette… A chi dunque mi vorreste assomigliare, perché gli sia pari?” (Isaia 40:15,17,22,25).

Isaia poi parla al popolo di Dio, che è sbattuto e preoccupato per gli eventi del mondo. Consiglia: “Guarda in alto verso il cielo, alla sede gloriosa. Contempla i milioni di stelle. Il tuo Dio le ha create e le ha nominate una ad una. Non sei più prezioso di ciascuna di esse? Perciò, non temere”.

Dobbiamo sapere che in cielo c’è una mappa, un piano che il nostro Padre ha stabilito per il corso della storia. E lui lo conosce dal principio alla fine. Man mano che questo piano entra in azione, credo che dovremmo porci questa domanda: “Dov’è puntato l’occhio del Signore in tutto questo?”. L’occhio di Dio non è puntato sui minuscoli dittatori di questo mondo o sulle loro minacce.

La Scrittura ci assicura che le bombe di quegli uomini, i loro eserciti e le loro potenze per il Signore sono come un nulla. Lui se ne ride e li considera briciole di polvere, e presto li spazzerà tutti (vedi Isaia 40:23-24).

venerdì 9 maggio 2008

HO LAVORATO IN VANO

Ti scioccherebbe sapere che Gesù ha sperimentato il sentimento di aver compiuto poco?
In Isaia 49:4 leggiamo queste parole: “Invano ho faticato, per nulla e inutilmente ho speso la mia forza…”. Notate che queste non sono le parole di Isaia, che era stato chiamato da Dio in un’età matura. No, sono le parole di Cristo, pronunciate da Colui che era stato “dice l'Eterno che mi ha formato fin dal grembo materno per essere suo servo, per ricondurre a lui Giacobbe e per radunare intorno a lui Israele (io sono onorato agli occhi dell'Eterno, e il mio DIO è la mia forza)” (49:1,5).

Quando sono arrivato a questo passo, un passo che ho letto tante volte prima, il mio cuore si è agitato. Riuscivo a malapena a credere a quello che leggevo. Le parole di Gesù qui: “Ho faticato per nulla” sono state una risposta al Padre che aveva appena dichiarato: “Tu sei il mio servo, Israele, in cui sarò glorificato” (49:3). Leggiamo la risposta sorprendente di Gesù nel versetto successivo: “Invano ho faticato, per nulla e inutilmente ho speso la mia forza” (49:4).



Dopo aver letto ciò, sono rimasto in piedi nel mio studio ed ho detto: “Che meraviglia. Riesco a malapena a credere che Cristo è stato così vulnerabile, che ha confessato al Padre di aver sperimentato quello che affrontiamo noi umani. Nella sua umanità, ha gustato lo stesso scoraggiamento, la stessa disperazione, la stessa fragilità. Ha avuto gli stessi pensieri che ho anch’io nella mia vita: ‘Non è questo che mi era stato promesso. Ho sprecato la mia forza. È stato tutto vano’”.



Leggendo queste parole ho amato di più Gesù. Mi sono reso conto che Ebrei 4:15 non è solo un clichè: il nostro Salvatore veramente è stato toccato con i sentimenti delle nostre infermità, ed è stato tentato in tutto come noi, pur senza peccare. Ha conosciuto le stesse tentazioni di Satana, ha sentito la stessa voce accusatrice: “La tua missione non è compiuta. La tua vita è stata un fallimento. Non hai niente da mostrare per tutta la tua fatica”.



Cristo è venuto nel mondo per adempiere la volontà di Dio ravvivando Israele. Ed ha fatto esattamente quello che gli è stato comandato. Ma Israele lo ha rigettato: “E’ venuto in casa sua ma i suoi non lo hanno ricevuto” (Giovanni 1:11).

Perché Gesù, o qualsiasi uomo o donna di Dio, deve pronunciare parole disperate come queste: “Ho lavorato in vano”? Come ha potuto il Figlio di Dio pronunciare un’affermazione del genere? E perché generazioni di credenti fedeli sono state ridotte a queste parole avvilenti? È tutto il risultato di un confronto fra risultati esigui e grandi aspettative.

Forse pensi: “Questo messaggio sembra applicabile solo ai ministri o a quelli chiamati a fare qualche grande opera per Dio. Forse è per i missionari o per i profeti della Bibbia. Ma che ha a che fare con me?”. La verità è che siamo stati tutti chiamati ad un grande ed unico scopo, e ad un solo ministero: cioè, essere come Gesù. Lo abbiamo definito crescere a sua somiglianza, essere cambiati nella sua immagine espressa.

giovedì 8 maggio 2008

SIATE SALDI E INCROLLABILI

Abbiamo appreso da Isaia 49 che il Signore conosce la nostra battaglia. Combatte davanti a noi. E non è un peccato pensare che il proprio lavoro è vano, o essere abbattuti da un senso di fallimento per delle aspettative andate a monte. Gesù stesso le sperimentò eppure fu senza peccato.

Tuttavia è molto pericoloso permettere a queste menzogne infernali di infestare ed infiammare la nostra anima. Gesù ce lo ha dimostrato con quest’affermazione: “Invano ho faticato, per nulla e inutilmente ho speso la mia forza; certamente però il mio diritto è presso l'Eterno e la mia ricompensa presso il mio DIO” (Isaia 49:4). Il termine ebraico per “diritto” è “verdetto”. Cristo sta dicendo, in effetti: “Il verdetto finale è nelle mani del Padre. Lui solo giudica tutto quello che ho fatto e se se sono stato efficiente o no”.

Dio ci sta esortando attraverso questo verso: “Smetti di giudicare l’opera che compi per me. Non sei tu che devi giudicare se sei stato efficace o meno. E non hai il diritto di definirti un fallimento. Non sai che genere di influenza hai avuto. Semplicemente non hai la visione per conoscere le benedizioni che ti stanno per arrivare”. Infatti, saremo all’oscuro di tante cose finché non compariremo davanti a lui nell’eternità.

In Isaia 49, Gesù aveva udito il Padre dire in molte parole: “Israele non è ancora riunito. Sì, ti ho chiamato a portare a raccolta le tribù, e questo non è avvenuto nel modo che immaginavi. Ma quella chiamata è stata solo una piccola cosa di fronte a quello che sta per avvenire. Non è niente in confronto a quello che ho in serbo. Ti renderò una luce per tutto il mondo. Porterai la salvezza su tutta la terra” (vedi Isaia 49:5-6).

Mentre il diavolo ti sta mentendo, dicendo che tutto quello che hai fatto è vano, che non vedrai mai soddisfatte le tue aspettative, Dio nella sua gloria sta preparando una benedizione più grande. Lui ha in serbo cose migliori, al di là di quello che puoi pensare o chiedere.

Non devi ascoltare più le menzogne del nemico. Al contrario, devi riposare nello Spirito Santo, credendo che compirà l’opera di renderti sempre più simile a Cristo. E devi sollevarti dalla tua disperazione e rimanere saldo su questa parola: “Perciò, fratelli miei carissimi, state saldi, irremovibili, abbondando del continuo nell'opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore” (1 Corinzi 15:58).

mercoledì 7 maggio 2008

DAMMI TUTTI I TUOI DOMANI

Il Signore un giorno apparve ad Abrahamo e gli diede un comando incredibile: “Vattene dal tuo paese, dal tuo parentado e dalla casa di tuo padre, nel paese che io ti mostrerò” (Genesi 12:1).

Che cosa incredibile! Da un momento all’altro, Dio sceglie un uomo e gli dice: “Voglio che ti alzi e ten e vada, lasciandoti tutto alle spalle: la tua famiglia, i tuoi parenti e persino il tuo paese. Voglio mandarti da qualche parte, e ti dirò come arrivarci mentre sarai per strada”.

Come reagì Abrahamo a questa incredibile parola del Signore? “Per fede Abrahamo, quando fu chiamato, ubbidì per andarsene verso il luogo che doveva ricevere in eredità; e partì non sapendo dove andava” (Ebrei 11:8).

Cosa voleva fare Dio? Perché aveva cercato fra le nazioni un uomo, e poi lo aveva chiamato a dimenticare tutto e a partire per un viaggio senza cartina stradale, senza direttive chiare, senza una méta conosciuta? Pensate a ciò che Dio stava chiedendo ad Abrahamo. Non gli aveva mai mostrato come avrebbe potuto nutrire o sostenere la sua famiglia. Non gli aveva detto quanto lontano sarebbe dovuto andare né quando sarebbe arrivato. Gli disse solo due cose, in effetti: “Va’” e “Io ti mostrerò il cammino”.

In effetti, Dio aveva detto ad Abrahamo: “Da questo giorno in poi, voglio che tu mi dia tutti i tuoi domani. Dovrai vivere il resto della tua vita mettendo il tuo futuro nelle mie mani, un giorno alla volta. Ti chiedo di arrendere la tua vita alla promessa che sto per farti, Abrahamo. E se lo farai, io ti benedirò, ti guiderò e ti porterò in un posto che non hai mai immaginato”.

Il posto in cui Dio voleva condurre Abrahamo è il posto in cui vuole portare ogni membro del corpo di Cristo. Abrahamo è quello che gli studiosi della Bibbia definiscono un “modello”, qualcuno che costituisce l’esempio di come camminare davanti al Signore. L’esempio di Abrahamo ci mostra cosa è necessario a chi vuole cercare di piacere a Dio.

Non fraintendetemi, Abrahamo non era un giovane quando Dio lo chiamò a fare questo passo. Probabilmente aveva già dei programmi in mente per assicurarsi il futuro della sua famiglia, perciò dovette valutare da ogni lato la chiamata di Dio. Ma Abrahamo “credette all'Eterno, che glielo mise in conto di giustizia” (Genesi 15:6).

L’apostolo Paolo ci dice che tutti quelli che credono e confidano in Cristo sono figli di Abrahamo. E, come Abrahamo, anche noi siamo ritenuti giusti perché udiamo la stessa chiamata ad affidare tutti i nostri domani nelle mani del Signore.

martedì 6 maggio 2008

IL PADRE SA

Gesù ci chiama ad uno stile di vita in cui non dobbiamo pensare al domani ma mettere il nostro futuro completamente nelle sue mani: “Non siate dunque in ansietà, dicendo: "Che mangeremo, o che berremo, o di che ci vestiremo? Poiché sono i gentili quelli che cercano tutte queste cose, il Padre vostro celeste, infatti, sa che avete bisogno di tutte queste cose. Ma cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno sopraggiunte. Non siate dunque in ansietà del domani, perché il domani si prenderà cura per conto suo. Basta a ciascun giorno il suo affanno” (Matteo 6:31-34).

Gesù non vuol dire qui che non dobbiamo programmare in anticipo né dobbiamo starcene con le mani in mano per il futuro. Piuttosto sta dicendo: “Non siate ansiosi o preoccupati per il domani”. Se ci pensate, la maggior parte delle nostre ansietà nascono proprio dalla preoccupazione di ciò che avverrà domani. Siamo costantemente assillati da due minuscole parole: “E se?”.

“E se l’economia fallisse, e io perdessi il lavoro? Come pagherò il mutuo? Come potrà sopravvivere la mia famiglia? E se perdessi l’assicurazione sulla vita? Se mi ammalassi o dovessi andare all’ospedale, sarei rovinato. E se la mia fede vacillasse in questi momenti di prova?”. Tutti noi abbiamo migliaia di “e se..” che ci fanno stare in ansia.

Gesù interrompe i nostri “e se” e ci dice: “Il vostro Padre celeste sa come prendersi cura di voi”. Ci dice inoltre: “Non dovete preoccuparvi. Il vostro Padre sa che avete bisogno di tutte queste cose, e non vi abbandonerà mai. Lui è fedele nel nutrirvi, vestirvi e prendersi cura di voi, supplendo ad ogni vostra necessità”.

“Osservate gli uccelli del cielo: essi non seminano non mietono e non raccolgono in granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete voi molto più di loro?... Perché siete in ansietà intorno al vestire? Considerate come crescono i gigli della campagna: essi non faticano e non filano; eppure io vi dico, che Salomone stesso, con tutta la sua gloria, non fu vestito come uno di loro. Ora se Dio riveste in questa maniera l'erba dei campi, che oggi è e domani è gettata nel forno, quanto più vestirà voi o uomini di poca fede?” (Matteo 6:26, 28-30).

Con gioia abbiamo dato al Signore tutti i nostri ieri, affidandogli i peccati del passato. Ci fidiamo del suo perdono per ogni nostro sbaglio passato, per ogni nostro dubbio o paura. Allora, perché non facciamo lo stesso con i nostri domani? La verità è che la maggior parte di noi è ben aggrappata al proprio futuro, volendo il diritto di potersi appigliare ai propri sogni. Noi facciamo i nostri piani indipendentemente da Dio, e poi solo dopo gli chiediamo di benedire ed adempiere quelle speranze e quei desideri.

lunedì 5 maggio 2008

PACE E SICUREZZA

C’è una cosa che temo più di ogni altra, ed è quella di allontanarmi da Cristo. Rabbrividisco al solo pensiero di poter diventare pigro, spiritualmente ozioso, non pregando e rimanendo giorni e giorni senza cercare la Parola di Dio. Nei miei viaggi in tutto il mondo sono stato testimone di uno “tsunami spirituale” di proporzioni malvagie. Intere denominazioni sono state colte dalle ondate di questo tsunami, lasciandosi alle spalle una scia di rovine di apatia. La Bibbia avverte chiaramente che è possibile che un credente devoto si allontani da Cristo.

Un cristiano che cerca ad ogni costo “pace e sicurezza” e si attiene semplicemente alla salvezza paga un prezzo spirituale molto alto. Allora, come possiamo evitare di allontanarci da Cristo e trascurare “una così grande salvezza”? Paolo ce lo spiega: “Perciò bisogna che ci atteniamo maggiormente alle cose udite, che talora non finiamo fuori strada” (Ebrei 2:1).

Dio non è interessato al fatto che “leggiamo tutto d’un fiato” la sua Parola. Leggere molti capitoli al giorno o cercare di leggere la Bibbia in maniera veloce forse può darci un bel senso di appagamento. Ma è molto più importante che “ascoltiamo” quello che leggiamo, con le orecchie spirituali, e vi meditiamo sopra in modo da poterlo “udire” nei nostri cuori.

Rimanere attaccati alla Parola di Dio per Paolo non era una questione da poco. Lui avverte con amore: “Perciò bisogna che ci atteniamo maggiormente alle cose udite, che talora non finiamo fuori strada” (Ebrei 2:1). Dice anche: “Esaminate voi stessi per vedere se siete nella fede; provate voi stessi. Non riconoscete voi stessi che Gesù Cristo è in voi? A meno che non siate riprovati” (2 Corinzi 13:5).

Paolo non sta suggerendo a questi credenti che sono stati riprovati. Piuttosto, li sta esortando: “Come amanti di Cristo, mettetevi alla prova. Fate un inventario spirituale. Conoscete abbastanza il vostro cammino con Gesù per sapere che siete amati da lui, che lui non si è allontanato da voi, che siete redenti. Ma chiedetevi: com’è la mia comunione con Cristo? Mi sto proteggendo con ogni diligenza? Mi sto affidando a lui nei momenti difficili?”.

Forse ti rendi conto: “Vedo un po’ di allontanamento nella mia vita, una tendenza ad oziare. So che sto pregando sempre di meno. Il mio cammino con il Signore non è come dovrebbe essere”.

“Noi infatti siamo divenuti partecipi di Cristo, a condizione che riteniamo ferma fino alla fine la fiducia che avevamo al principio” (Ebrei 3:14).

venerdì 2 maggio 2008

IL LIBERATORE

L’apostolo Pietro ci dice: “Se Dio infatti non risparmiò il mondo antico ma salvò con altre sette persone Noè, predicatore di giustizia, quando fece venire il diluvio sul mondo degli empi, e condannò alla distruzione le città di Sodoma e di Gomorra, riducendole in cenere, e le fece un esempio per coloro che in avvenire sarebbero vissuti empiamente, e scampò invece il giusto Lot … il Signore sa liberare i pii dalla prova” (2 Pietro 2:4-9).

Nonostante la gravità di questi esempi, Dio sta mandando un chiaro messaggio di conforto al suo popolo, come dicendo: “Vi ho dato due grandi esempi della mia compassione. Se, in mezzo ad un diluvio che ha coinvolto tutto il mondo, ho potuto liberare un giusto e la sua famiglia… non posso liberare anche te? Non posso darti una via di uscita miracolosa?”.

“Se ho mandato il fuoco dal cielo consumando nel giudizio intere città in una sola volta, e comunque ho mandato degli angeli in quel caos a liberare Lot e le sue figlie… non posso anche mandare degli angeli per liberare te dalle tue prove?”.

La lezione per il giusto è questa: Dio fa tutto il necessario per liberare il suo popolo dalle prove e dalle tentazioni più gravi. Pensate: c’è voluta l’apertura del Mar Rosso per liberare Israele dalle grinfie del nemico. È dovuta sgorgare acqua dalla roccia per salvare quegli stessi Israeliti dalle loro prove. C’è voluto il miracolo del pane, il cibo degli angeli sceso direttamente dal cielo, per risparmiarli dalla fame. E c’è voluta un’arca per salvare Noè dal diluvio, ed una “scorta di angeli” per liberare Lot dalla distruzione. Il punto chiaro è che Dio sa come liberare il suo popolo, e giungerà a qualsiasi estremo per riuscirci, non importa in quale circostanza si trovano.

La frase di Pietro “Dio sa come liberare” significa semplicemente: “Lui ha già fatto dei piani”. La verità meravigliosa è che Dio ha già dei piani per la nostra liberazione prima ancora che gridiamo a lui. E non li mette da parte; aspetta solo il nostro grido di aiuto. Forse siamo attanagliati dalle lotte della vita e ci chiediamo come farà Dio a liberarci, ma lui è pronto in ogni momento a mettere in azione il suo piano.

Lo vediamo illustrato in Geremia 29, quando Israele si trovava in cattività a Babilonia. Questa fu probabilmente la prova più dura sperimentata dal popolo di Dio, ma il Signore promise loro: “Dopo settant’anni, io vi visiterò e compirò la mia Parola per voi”.

“Poiché io conosco i pensieri che ho per voi, dice l'Eterno, pensieri di pace e non di male, per darvi un futuro e una speranza” (Geremia 29:11). L’ultima frase significa letteralmente “darvi ciò che desiderate”. Dio vuole che continuiamo a pregare per poter essere pronti per la sua liberazione.

giovedì 1 maggio 2008

STA’ IN SILENZIO E RICONOSCI

Nel 1958 mi si spezzò il cuore leggendo una notizia di sette adolescenti che stavano subendo un processo per aver ucciso un ragazzo paralitico. Lo Spirito Santo mi toccò così forte che mi sentii spinto ad andare a New York davanti alla corte dove si teneva il processo, ed entrai nell’aula convinto che lo Spirito Santo mi avesse spinto a parlare a quei malviventi.

Alla chiusura della sessione di quel giorno, però, mi resi conto di una cosa. Pensai: “Questi ragazzi verranno portati via dalla porta secondaria in manette, ed io non avrò più la possibilità di vederli”. Perciò mi alzai e andai verso il banco del giudice, a cui chiesi il permesso di parlare con i ragazzi prima che ritornassero alle celle.

Improvvisamente dei poliziotti mi saltarono addosso, e fui scortato via dall’aula senza cerimonie. I flash mi lampeggiavano addosso, e fui assediato dalle domande dei cronisti che si trovavano lì per coprire il processo. Rimasi lì come imbambolato, senza riuscire a dire nulla, in una situazione umiliante ed imbarazzante. Pensavo: “Cosa dirà la mia chiesa quando tornerò a casa? La gente mi considererà un pazzo. Sono stato così stravagante”.

In mezzo a tutto questo caos, pregai dentro di me: “Signore, pensavo fossi stato tu a dirmi di venire qui. Cos’è andato storto?”. Non potevo pregare ad alta voce, naturalmente, perché i media mi avrebbero considerato ancor più pazzo di quanto già fossi apparso. (E sembravo già tale, visto che indossavo una cravatta dal nodo molto stretto).

Dio udì il grido di questo pover’uomo quel giorno, e da allora ha sempre onorato il mio grido silenzioso. Vedete, da quella scena veramente pietosa in quella corte, è nato il ministero Teen Challenge, che oggi si estende in tutto il mondo. E condivido con gioia l’umile testimonianza di Davide nel Salmo 34: “L'anima mia si glorierà nell'Eterno; gli umili l'udranno e si rallegreranno” (Salmo 34:2).

Davide sta dicendo qui, in effetti: “Ho qualcosa da dire a tutti gli umili di Dio sulla terra, ora e nelle età a venire. Finché il mondo esisterà, il Signore libererà tutti quelli che lo invocano ed hanno fiducia in lui. Nella sua incredibile misericordia e nel suo amore, mi ha liberato anche quando pensavo di aver compiuto un gesto folle”.

Devi sapere soltanto che il nostro benedetto Signore ascolta ogni grido sincero, detto ad alta voce o mai pronunciato, e risponde. Anche se hai agito in maniera folle o hai avuto un terribile calo di fede, devi soltanto ritornare ad invocare il tuo Liberatore. Egli è fedele nell’ascoltare il tuo grido ed agire.